Articolo Pubblicato il 28 gennaio, 2021 alle 12:00.

Per non risarcire un’automobilista dopo una causa trascinatasi per oltre un decennio, e non parliamo di cifre milionarie ma di qualche migliaia di euro, UnipolSai, che ha chiuso il primo semestre 2020 con un utile di 616 milioni, si è “attaccata” al fatto che la controparte non le aveva spedito la raccomandata con la richiesta risarcitoria: sempre la stessa.

Ma la Cassazione, con l’ordinanza n. 1699/21 depositata il 26 gennaio 2021, le ha dato torto precisando un principio logico, di buon senso e contemplato anche dalla norme: la giurisprudenza, cioè, ammette che l’onere imposto al danneggiato di cui all’art. 148 del Codice delle Assicurazioni private, quello di inviare la raccomandata alla compagnia assicurativa con la richiesta di risarcimento, possa ritenersi soddisfatto anche con “atti equipollenti” (alla raccomandata), purché siano altrettanto idonei al soddisfacimento dello scopo perseguito, ovvero consentire all’assicuratore di valutare l’opportunità di un accordo con il danneggiato e prevenire domande giudiziali premature.

 

Una automobilista coinvolta in un incidente cita la controparte e la sua compagnia

La lunga vertenza giudiziaria trae origine da un sinistro avvenuto nel lontano 23 gennaio 2007. Una donna, mentre era alla giuda di un’Audi A3, era stata superata da una Renault Clio il cui conducente, dopo il sorpasso, aveva improvvisamente svoltato a sinistra per entrare in una stradina di campagna non segnalata tagliandole la strada: in seguito all’impatto la automobilista aveva riportato seri traumi fisici oltre a pesanti danni alle vettura.

Il guidatore della Renault era stato tratto a giudizio per rispondere di lesioni personali gravi avanti il giudice di Pace di Montefiascone, salvo però essere assolto con sentenza del 2011. Il Tribunale penale di Montefiascone, investito del gravame ai soli effetti civili da parte della danneggiata, costituitasi parte civile, con sentenza del 2014 aveva riformato la sentenza di prime cure, ritenendo l’imputato responsabile nella misura dell’80% del verificarsi dell’incidente, condannandolo a risarcire i danni alla controparte in solido con la sua compagnia di assicurazioni, UnipolSai appunto, e rimettendo la loro quantificazione e liquidazione in altra sede.

L’interminabile causa civile

A quel punto l’automobilista aveva proposto ricorso ex art. 702 c.p.c. dinanzi al Tribunale di Viterbo, sempre presso la sezione distaccata di Montefiascone, per ottenere la liquidazione del danno. Il Tribunale, tuttavia, aveva dichiarato la propria incompetenza, concedendo con ordinanza il temine di tre mesi per riassumere il giudizio dinanzi al Giudice di Pace di Montefiascone. Il quale, in parziale accoglimento della domanda della ricorrente, accertata la pari responsabilità dei conducenti nella causazione del sinistro, aveva condannato in solido l’automobilista di controparte e UnipolSai Assicurazioni a risarcire la danneggiata, quantificando i danni in 4.497,92 euro.

Non è finita qui perché la decisione è stata ulteriormente impugnata, in via principale dalla ricorrente che ha lamentato come in sede civile non fossero state applicate le risultanze del processo penale d’appello, da cui era emerso un concorso di colpa della controparte dell’80% e non del 50%, il mancato superamento della presunzione di cui all’art. 2054 c.c., la riduzione della liquidazione della somma sborsata per riparare l’autovettura, la compensazione delle spese di lite.

 

Il Tribunale dichiara improcedibile la domanda risarcitoria per mancanza della raccomandata

Ma il Tribunale di Viterbo, con sentenza del 2018, ha invece accolto l’eccezione formulata da Unipolsai circa l’omessa pronuncia da parte del giudice di prime cure sull’eccezione di improcedibilità della domanda, non avendo la danneggiata inviato la preliminare richiesta risarcitoria alla compagnia nelle forme previste dagli artt. 145, 148 e 149 del Codice delle Assicurazioni Private.

I giudici viterbesi hanno quindi dichiarato improcedibile la domanda, basando la loro decisione sull’assunto che il mancato, previo esperimento dell’iter suddetto desse luogo ad una paralisi del procedimento, trattandosi di una eccezione di improcedibilità rilevabile, anche d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio, che la ricorrente non avesse contestato specificamente l’eccezione e non avesse provato in via documentale di aver provveduto ad inviare la raccomandata.

 

La danneggiata ricorre per Cassazione sostenendo che l’assicurazione era già a conoscenza di tutto

Ed è appunto contro questo pronunciamento che la danneggiata, per poche migliaia di euro, come detto, è stata costretta a presentare ricorso anche per Cassazione deducendo la nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione degli artt. 145 e 148 del Codice delle Assicurazioni Private, in relazione all’art. 360, comma 1, nn. 3 e 4, c.p.c. Secondo la ricorrente, l’invio della richiesta avrebbe dovuto, nel caso concreto, essere considerata ultronea, in buona sostanza superflua ed eccedente, visto che la compagnia di assicurazione, prima che fosse incardinato il giudizio civile, aveva già ricevuto un atto il cui contenuto, sia con riferimento all’oggetto della richiesta sia alle ragioni della domanda, era da ritenersi ancora più esaustivo rispetto a quanto prescritto dal Codice delle Assicurazioni.

Nell’ambito del precedente processo penale, infatti, Unipolsai era stata citata in giudizio quale responsabile civile, ricevendo l’atto di citazione, nel quale risultavano descritte l’intera dinamica del sinistro, le ragioni e l’entità della richiesta di risarcimento articolata della parte civile costituita. Pertanto, ha sostenuto la danneggiata, l’invio di una successiva richiesta stragiudiziale, secondo le forme indicate articolo 148 del Codice delle Assicurazioni Private, sarebbe risultato assolutamente inutile, essendo già stato realizzato lo scopo della norma consistente nel favorire le conciliazioni stragiudiziali: lo spirito della disposizione, in combinato disposto con gli artt. 145 e 148 del medesimo codice, è infatti quello di consentire una completa conoscenza dei dati utili alla valutazione della responsabilità e all’accertamento del danno, in vista della richiesta stragiudiziale di risarcimento.

Pertanto, concludeva il suo ragionamento la ricorrente, se Unipolsai avesse avuto intenzione di formulare un’offerta risarcitoria avrebbe potuto procedere in tal senso, avendo non solo ricevuto, attraverso la citazione quale responsabile civile, tutti gli elementi di valutazione, ma avendo addirittura partecipato allo svolgimento del processo penale e, quindi, avendo assistito alla ricostruzione della dinamica del sinistro, condotta dinanzi ad un giudice.

La Suprema Corte accoglie il ricorso

Per la Cassazione il motivo è assolutamente fondato. Trova piena applicazione, infatti, spiegano i giudici del Palazzaccio, il principio di diritto, “secondo cui ove l’istituto assicuratore venga a conoscenza della pretesa risarcitoria aliunde, anche in assenza della raccomandata di cui all’art. 148 del Codice delle Assicurazioni Private, si deve ritenere che la ratio di tale norma sia stata egualmente soddisfatta.

La giurisprudenza di questa Corte, infatti, ammette che l’onere imposto al danneggiato possa essere soddisfatto anche con atti equipollenti alla raccomandata, purché altrettanto idonei al soddisfacimento dello scopo perseguito: quello di consentire all’assicuratore di valutare l’opportunità di un accordo con il danneggiato e prevenire premature domande giudiziali, con conseguente dispendio economico, ove l’assicuratore sia stato messo a conoscenza del sinistro, della volontà del danneggiato di essere risarcito ed abbia potuto valutare le responsabilità e la fondatezza delle richieste”.

 

Un pregresso atto di citazione è più che “equipollente” alla raccomandata

La Suprema Corte osserva inoltre che, una volta validamente esercitata l’azione civile, “non si pone più il problema dell’avviso all’assicuratore e del decorso del termine di cui all’art. 148, in quanto questi adempimenti postulano necessariamente – per la ratio innanzi ricordata – che la domanda giudiziale non sia stata utilmente proposta nei confronti del predetto o del responsabile del danno. C

onseguentemente, qualora il giudizio sul danno si sia risolto – indifferentemente in sede penale o in quella civile – con condanna definitiva sull’an debeatur, non è invocabile, per la ulteriore fase di liquidazione del quantum, il rispetto degli adempimenti predetti, non vertendosi nell’ipotesi di esercizio di nuova azione risarcitoria”.

La sentenza è stata quindi cassata con rinvio, “atteso che il gravame è stato malamente definito in rito per una causa di improponibilità dell’azione erroneamente reputata sussistente ed andrà allora esaminato sotto ogni altro aspetto, in rito e se del caso nel merito, dal Tribunale di Viterbo in persona di diverso magistrato”.