Articolo Pubblicato il 22 novembre, 2019.

Il 12 dicembre si decide non soltanto sull’appello della difesa dell’omicida, ma anche su quello ai fini civili dei congiunti della vittima e sul ricorso del Pm

Il processo per l’omicidio di Maria Archetta Mennella si riapre completamente in Corte d’Assise d’Appello di Venezia, chiamata a deliberare su tutto il 12 dicembre 2019: udienza in aula bunker a Mestre dalle ore 9. Era risaputo che la difesa dell’ex coniuge e omicida della vittima, il pizzaiolo torrese Antonio Ascione, aveva proposto appello contro la pur “leggera” e contestata condanna a soli vent’anni di reclusione, che sta scontando presso la casa circondariale di Venezia, inflittagli dal giudice del Tribunale lagunaredott. Massimo Vicinanza, il 4 ottobre 2018. Obiettivo, ottenere un ulteriore ribasso della pena attraverso il riconoscimento delle attenuanti generiche, escluse in primo grado, e tramite l’esclusione dell’aggravante della “minorata difesa”, per quanto pienamente acclarata e riconosciuta nel primo verdetto: la 38enne originaria di Torre del Greco quel maledetto 23 luglio 2017, nella sua casa di Musile di Piave, nel Veneziano, dove si stava ricostruendo una vita dopo la separazione da quel marito violento e possessivo, è stata accoltellata all’alba mentre si trovava ancora a letto.

Ma nell’avviso di procedimento in Camera di Consiglio, prima Corte Penale, notificato in questi giorni – fatalità, alla vigilia della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne del 24 novembre -, tra gli appellanti figurano anche i familiari della vittima, assistiti dall’Avvocato del Foro di Padova, prof. Alberto Berardi, con la collaborazione di Studio3a-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini, e in particolare dell’area Manager e responsabile della sede di San Donà di PiaveRiccardo Vizzi. L’avv. Berardi, infatti, ha a sua volta appellato la sentenza di primo grado, ai soli fini civili (non essendogli dato di ricorrere in sede penale), chiedendo un risarcimento più equo e dignitoso. A fronte di una richiesta di 300mila euro per i due figli minori di Mariarca, 200mila per la mamma e 100mila euro per ciascuna delle quattro sorelle e il fratello, nella sentenza il dott. Vicinanza ha indicato una provvisionale immediatamente esecutiva di soli 50mila euro per i figli, 30mila per la mamma e 20mila per le sorelle e il fratello. Berardi chiede al Giudice dell’Appello di disporre una provvisionale calcolata quanto meno secondo l’ammontare minimo previsto per i reati colposi dalle tabelle valide per il 2018 dell’Osservatorio sulla Giustizia civile di Milano, punto di riferimento nazionale per la liquidazione del danno non patrimoniale derivante da perdita del congiunto. E che peraltro prevede un aumento degli importi oltre il massimo in caso di illecito commesso con dolo, come nello specifico.

Ma soprattutto, tra gli appellanti figura anche la Procura di Venezia, e si tratta evidentemente del ricorso in Cassazione contro la sentenza di primo grado presentato all’indomani del verdetto dal Pubblico Ministero titolare del procedimento, il dott. Raffaele Incardona, e “convertito” appunto in appello, come previsto dall’art. 580 del Codice di Procedura penale. Il Sostituto procuratore punta invece a inasprire la condanna cassando la parte della sentenza che ha escluso l’aggravante dei futili motivi, come ha fatto per quella della premeditazione, determinando così la riduzione di pena dall’ergastolo a trent’anni, divenuti poi venti con la scelta dell’abbreviato: rito che peraltro oggi, con la nuova legge, intervenuta però troppo tardi, non si potrebbe più richiedere per l’omicidio aggravato. Per il giudice, Ascione avrebbe agito per ragioni sì di gelosia ma determinate dal fatto che la moglie aveva intrapreso una nuova relazione e, quindi, collegate solo a un desiderio (infranto) di vita comune, seppur abnorme. Per la Procura, invece, la sua gelosia era di natura “punitiva” ed espressione di possesso e dominio nei confronti della vittima, rientrando dunque appieno nella casistica dei futili motivi delineata dalla giurisprudenza della Suprema Corte.

Nonostante la grande amarezza provata finora, i familiari di Mariarca, come spiega a nome di tutti la sorella Assunta affidataria anche dei due nipoti minorenni, vogliono “sperare ancora tanto nella giustizia. Confidiamo che i giudici quanto meno non considerino e non accolgano le richieste dell’assassino di mia sorella, che tengano ben a mente, oltre al crudele omicidio, tutto ciò che le ha fatto passare negli anni. Noi restiamo ancora fermamente convinti della premeditazione, per come si è comportato non solo in occasione del crimine, ma durante tutta la sua vita coniugale con Maria Archetta: subdolo, calcolatore, “stalker” per il controllo asfissiante che esercitava su di lei, tutto ciò che faceva aveva un fine preciso. E quando ha capito che Mariarca non poteva più essere sua, ha deciso che non doveva essere di nessun altro. Vorremmo anche che i giudici considerassero l’estrema gravità di ciò che ha commesso, che nulla e nessuno potranno mai risarcire: ha tolto la vita ad una donna di soli 38 anni e ha reso orfani i suoi figli, di mamma e anche di papà”.

Al riguardo, Assunta Mennella auspica non solo una pena equa e commisurata al crimine commesso, ma anche certa. “Ascione – conclude – deve scontare in carcere tutta la condanna che gli sarà inflitta: già in primo grado ha ottenuto poco, non possiamo pensare che tra uno sconto e l’altro tra qualche anno sia già fuori. Anche per i ragazzi. Noi cerchiamo di rendere loro la vita quanto più serena e normale possibile, ma non è facile, il dramma che hanno vissuto è enorme, profondo, e finché il processo resterà aperto le ferite non inizieranno a rimarginarsi. E il più piccolo ha il terrore che il padre esca di prigione e uccida pure lui”.