Articolo Pubblicato il 10 novembre, 2020 alle 10:00.

Se un ospedale o una clinica si avvalgono della collaborazione di un medico, sono chiamati a rispondere dei danni che questi ha causato, e a nulla rileva che il professionista non sia un dipendente ma, per così dire, un esterno.

A riaffermare con forza la responsabilità anche della struttura sanitaria nei casi di malpractice la Corte di Cassazione, con l’ordinanza 24688/20 depositata il 5 novembre 2020.

 

Un paziente cita in causa per un grave errore subito il medico e la struttura

Un paziente aveva citato in causa avanti il tribunale di Milano una casa di cura e un medico per essere risarcito dei danni patiti in seguito all’errata esecuzione di un intervento chirurgico a cui si era sottoposto nella struttura nel 2006.

La società che gestiva la clinica si era subito costituita in giudizio chiedendo il rigetto della domanda, asserendo che non era stato mosso alcun addebito circa carenze della struttura e della organizzazione ospedaliera e che non era stato prospettato alcun difetto o malfunzionamento dei macchinari e della casa di cura, e obiettando anche come, con il dottore in questione, non sussistesse alcun rapporto di lavoro subordinato: perciò l’azienda aveva domandato di poterlo chiamare in causa per esserne manlevata in caso di condanna.

Anche il medico si era costituito e, oltre a contestare il fondamento della domanda del paziente e a negare ogni responsabilità, aveva chiesto, a sua volta, di poter chiamare in causa la propria assicurazione onde essere manlevato e garantito nel caso di accertamento di una qualche responsabilità professionale a suo carico.

 

Il tribunale accoglie la domanda risarcitoria e condanna il dottore e la clinica in solido al 50%

Il Tribunale di Milano con sentenza del 2015, aveva accolto la domanda del danneggiato condannando in solido la struttura e il medico a corrispondergli 128.996 euro a titolo di danno non patrimoniale, più 4.588 euro per spese sanitarie e 6.600,00 a titolo di danno patrimoniale, oltre a rivalutazione e interessi legali, a rifondergli le spese di lite e a farsi carico delle spese di CTU. I giudici avevano altresì accertato un riparto interno di responsabilità fra clinica e professionista del 50%, respingendo la domanda di regresso della prima nei confronti del secondo.

La struttura, per la cronaca l’Istituto Clinico Città degli Studi S.p.A., aveva quindi appellato la sentenza lamentando il fatto che il Tribunale avesse ritenuto responsabile anche la clinica, che doveva, invece, a suo dire, essere esclusa, essendo rimasta priva di ogni riscontro probatorio questa responsabilità che le veniva attribuita nell’errore frutto di colpa esclusiva del medico operatore. Ma la Corte di Appello di Milano aveva rigettato questo così come gli altri appelli, confermando integralmente la sentenza di primo grado.

Il ricorso per Cassazione dell’istituto clinico

La società ha quindi proposto ricorso anche per Cassazione e l’unico motivo di censura riguardava in buona sostanza l’applicazione, nei rapporti tra la struttura e l’operatore sanitario, del disposto dell’art. 1298, 2° comma, cod. civ. con riferimento alla specifica fattispecie del contratto di spedalità, avendo la Corte d’Appello ritenuto intercorrente nei rapporti interni tra i debitori solidali, la presunzione di parità (50%) dell’obbligazione prevista dalla norma, in ragione del mancato accertamento di una responsabilità esclusiva del medico e/o di una responsabilità in misura percentuale diversa rispetto a quella del nosocomio.

 

Per la casa di cura andava attribuita all’operatore l’esclusiva responsabilità del danno

La tesi sostenuta dalla ricorrente è sostanzialmente questa. Una volta accertato che il sanitario aveva sbagliato nel rinvenire nel caso del paziente un’indicazione chirurgica a favore dell’intervento poi eseguito, nel ritenere l’operazione l’unica indicazione possibile, nel non considerare che proprio la non indicazione chirurgica si attagliava a quel tipo di intervento, e che a causa del suo clamoroso errore aveva provocato uno stato permanente di instabilità a carico del rachide del paziente, che avrebbe comportato la necessità di altri interventi chirurgici di stabilizzazione, la Corte d’Appello non avrebbe dovuto ritenere “non accertata”, né in via esclusiva, né in diversa percentuale, la responsabilità del sanitario.

In conclusione, la clinica è tornata a contestare (solo) il mancato riconoscimento della colpa esclusiva del dottore, non essendo stati ravvisati ritardi di esecuzione o atteggiamenti attendistici da parte del personale, anche avuto riguardo per le complicanze insorte dopo l’intervento a causa del formarsi di un ematoma.

La Suprema Corte respinge le doglianze

Ma la Corte di Cassazione ha rigettato la doglianza, che ha definito “capziosa”. La Corte d’Appello, secondo gli Ermellini, senza incorrere in alcun errore, “ha fatto corretta applicazione della normativa di riferimento e della giurisprudenza in materia, posto che la responsabilità della struttura sanitaria è una responsabilità definita a doppio binario, giacché essa origina da due fatti distinti: quella derivante dall’inadempimento di quegli obblighi che presiedono per legge all’erogazione del servizio sanitario (i quali, ad esempio, danno luogo a responsabilità per infezioni nosocomiali, per difetto di organizzazione e per carenze tecniche, per mancata sorveglianza); quella derivante dall’attività illecita, trovante occasione nell’erogazione del servizio sanitario, imputabile a coloro della cui attività il nosocomio si sia avvalso, ex art. 1228 cod.civ”.

 

La condotta negligente del medico non si può isolare dal contesto della strutture per cui opera

Applicando dunque questa giurisprudenza di legittimità, avendo il medico in questione  operato nel contesto dei servizi resi dalla ricorrente, “la sua condotta negligente non poteva essere “isolata” – secondo i giudici territoriali – dal più ampio complesso delle scelte organizzative, di politica sanitaria e di razionalizzazione dei propri servizi operate dalla struttura, di cui il medico stesso era parte integrante”, tanto più considerando che l’art. 1228 cod. civ., sottolinea la Suprema Corte, fonda, a sua volta, l’imputazione al debitore degli illeciti commessi dai suoi ausiliari “sulla libertà del titolare dell’obbligazione di decidere come provvedere all’adempimento, accettando il rischio connesso alle modalità prescelte, secondo la struttura di responsabilità da rischio d’impresa ovvero, descrittivamente, secondo la responsabilità organizzativa nell’esecuzione di prestazioni complesse”.

Clinica responsabile anche per il solo fatto di essersi avvalsa di quel medico

Pertanto, essendosi la clinica avvalsa della “collaborazione” di  quel medico, era anche tenuta a rispondere dei pregiudizi da costui causati: infatti, “la responsabilità di chi si avvale dell’esplicazione dell’attività del terzo per l’adempimento della propria obbligazione contrattuale trova radice non già in una colpa “in eligendo” degli ausiliari o “in vigilando” circa il loro operato, bensì nel rischio connaturato alla stessa utilizzazione dei terzi nell’adempimento dell’obbligazione”.

E la Cassazione, avallando anche qui la decisione della Corte territoriale, aggiunge che è priva di rilevanza, ai fini dell’esclusione della responsabilità dell’Istituto la circostanza, che il paziente non avesse mai lamentato difetti o malfunzioanmenti dei macchinari o delle strutture dell’istituto.

Nello specifico, infatti, la responsabilità di cui si discute “non ha un’origine correlabile a problematiche di funzionamento di macchinari o di strutture dell’istituto clinico, ma è stata ricollegata all’operato del medico, su cui la clinica aveva l’obbligo di vigilare ed il cui inadempimento bastava a ritenere sussistente la responsabilità della struttura”.

 

Spetta alla struttura dimostrare la condotta “del tutto dissonante” del sanitario

I giudici del Palazzaccio peraltro sottolineano anche che, in linea astratta, sarebbe in ogni caso spettato alla clinica di “vincere la presunzione di responsabilità di pari contribuzione al danno da parte dei condebitori in solido, provando la diversa misura delle colpe e della derivazione causale del sinistro: non bastando ad escludere la sua corresponsabilità la mera affermazione che l’inadempimento fosse ascrivibile alla condotta del medico, ma occorrendo considerare il duplice titolo in ragione del quale la struttura era stata chiamata a rispondere del proprio operato, sicché sarebbe stato suo onere dimostrare non soltanto la colpa esclusiva del medico, ma anche la derivazione causale dell’evento dannoso da una condotta del tutto dissonante rispetto al piano dell’ordinaria prestazione dei servizi di spedalità, in un’ottica di ragionevole bilanciamento del peso delle rispettive responsabilità sul piano dei rapporti interni”.

Senza prova dell’assorbente responsabilità del medico giusto il risarcimento in quota pari

Dunque, l’accertamento del fatto di inadempimento imputato al sanitario non fa venire meno i presupposti né della responsabilità della struttura ai sensi dell’art. 1228 cod.civ. (posto che l’illecito dell’ausiliario è requisito costitutivo della responsabilità del debitore), né della responsabilità della stessa struttura ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., dal momento che “spetta a quest’ultima l’onere di dimostrare l’avvenuto esatto adempimento, onere che va tenuto fermo anche in relazione ai rapporti interni tra condebitori solidali proprio al fine di verificare se la presunzione pro quota paritaria possa dirsi superata”.

E in assenza di prova (il cui onere grava sulla struttura sanitaria adempiente) in ordine all’assorbente responsabilità del medico intesa come grave, ma anche straordinaria, soggettivamente imprevedibile e oggettivamente improbabile “malpractice”, “deve ritenersi che correttamente si applichi il principio presuntivo di cui è espressione l’art. 1298 cod. civ., comma”. Dunque, ricorso respinto e condanna al risarcimento dell’istituto clinico al cinquanta per cento confermato.