Articolo Pubblicato il 30 maggio, 2020 alle 10:00.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 9997/20 depositata il 28 maggio 2020 su un caso “curioso” ma tutt’altro che raro, ha sì cassato il pronunciamento di condanna a carico del gestore di una pizzeria per altri vizi della sentenza impugnata, ma ha ribadito con forza il principio che il ristoratore è sempre responsabile e deve rispondere della salute dei clienti, anche se “vivaci”.

 

Ragazzina ustionata al braccio al ristorante

I genitori di una minore, nel 2007, avevano citato in giudizio dinanzi al Tribunale di Roma, sezione di Ostia, il gestore di una pizzeria chiedendo il risarcimento per le lesioni fisiche patite dalla figlia a causa di una pizza bollente che una cameriera stava servendo al tavolo e che le era malauguratamente caduta dal piatto finendo sul braccio della ragazzina, rimasta ustionata.

Con sentenza del 2008, il Tribunale aveva rigettato la domanda, ma la Corte d’Appello di Roma, dove i genitori avevano appellato la sentenza di primo grado, aveva accolto il gravame, ritenendo che il titolare del ristorante dovesse ritenersi responsabile dell’accaduto ai sensi dell’articolo 1218 c.c..

La Corte d’Appello accoglie la domanda di risarcimento dei genitori

La Corte d’appello convenne con i giudici di prime cure che il rovesciamento della pizza sull’arto superiore della ragazza fosse stato effettivamente causato da un caso fortuito, più precisamente da un “urto improvviso ed imprevedibile” inferto da un avventore alla cameriera addetta al servizio ai tavoli, e che questi era peraltro uno dei commensali della danneggiata.

Ma i giudici ritennero che proprio perché la vittima e suoi compagni costituivano una “comitiva di giovani piuttosto turbolenta“, fosse per il gestore del locale “del tutto prevedibile la possibilità che la cameriera fosse urtata da uno dei componenti del gruppo, per cui avrebbero dovuto essere adottate delle adeguate cautele ed attenzioni”.

Contro quest’ultima sentenza il ristoratore ha quindi proposto ricorso per Cassazione, che in verità ha accolto due motivi su quattro, rinviando il caso per la sua definitiva definizione alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione.

 

In discussione il caso fortuito e il “fatto del terzo”

In particolare, il ricorrente asseriva che la Corte d’appello avrebbe violato le regole che disciplinano l’accertamento del nesso di causa: era stato infatti accertato che l’incidente si era verificato perché la cameriera era stata urtata da un membro della comitiva cui si accompagnava la vittima, che “in piedi si agitava scompostamente nella sala”. E il “fatto del terzo“, integrando gli estremi del caso fortuito, doveva escludere il nesso di causa tra inadempimento e danno.

Secondo la Suprema Corte, nella parte in cui si lamenta la violazione delle regole sulla causalità (materiale) il motivo è infondato, perché, spiegano gli Ermellini, nel caso di specie il danno era stato materialmente arrecato non dal terzo, ma proprio dal personale dipendente del ristorante. “Si era dunque trattato di un danno corpore coipori illatum, ed in virtù del principio di equivalenza causale la sussistenza del nesso era indiscutibile: quel di cui unicamente si poteva contendere era se il personale dipendente del convenuto poteva o non poteva, con l’ordinaria diligenza, prevenire il fatto dannoso, giudizio che attiene però all’accertamento della colpa, non del nesso causale“.

Ma per la Cassazione il motivo è invece fondato laddove appunto si lamenta la violazione delle regole sulla colpa. La Suprema Corte chiarisce che il fatto del terzo può integrare gli estremi del caso fortuito, ma aggiunge anche che questo, per escludere la colpa del danneggiante, deve avere due caratteristiche: non poteva essere previsto, né evitato; il responsabile aveva l’obbligo (legale o contrattuale) di prevederlo od evitarlo.

Pertanto – si scrive nell’ordinanza – l’evento fortuito, ma prevedibile od evitabile, non libera l’autore del danno da responsabilità, contrattuale od aquiliana che sia. La prevedibilità o l’evitabilità del caso fortuito, quando questo sia costituito dal fatto d’un terzo, non può essere presunta in astratto, ma va accertata in concreto. E l’accertamento in concreto di tali circostanze esige che si stabilisca in facto: se il professionista medio (e dunque, nella specie, il ristoratore “medio”, di cui all’art. 1176, comma secondo, c.c.), potesse con la diligenza da lui esigibile prevedere quel che sarebbe poi accaduto; se il professionista (ristoratore) medio potesse concretamente adottare condotte diverse, e salvifiche, rispetto a quella effettivamente tenuta”.

 

Mancato l’accertamento sulla prevedibilità o meno del caso fortuito

Nel caso di specie l’affermazione della prevedibilità del caso fortuito si sarebbe potuta affermare solo a condizione che fosse accertato in concreto che l’urto inferto ad uno dei camerieri, da parte di un avventore, fosse una circostanza ampiamente prevedibile da qualunque ristoratore diligente.

“Tale accertamento, però, è mancato – conclude la Suprema Corte – La sentenza impugnata non ha accertato in concreto la prevedibilità e l’evitabilità dell’evento dannoso, ma le ha postulate in astratto”.

I giudici di seconde cure, esemplificano gli Ermellini, non hanno indagato se l’esagitazione della persona che urtò la cameriera fu subitanea o si protraesse da tempo, ed in tal caso da quanto; non hanno stabilito in cosa sia consistita; non hanno accertato se fu la cameriera ad avvicinarsi incautamente a uno scalmanato, o quest’ultimo a raggiungerla imprevedibilmente ed urtarla, allontanandosi dal posto fino a quel momento occupato; non hanno accertato se vi erano stati precedenti richiami all’ordine da parte del gestore o se questi avesse colpevolmente tollerato l’ineducazione dei suoi avventori. “In mancanza di questi accertamenti, la Corte d’appello ha falsamente applicato gli artt. 1176 e 1218 c.c., perché ha escluso in iure l’efficacia esimente del caso fortuito, senza accertare in facto se quel caso fortuito fosse prevedibile od evitabile”.

 

Non motivata neanche la quantificazione del risarcimento

Per lo stesso motivo la Cassazione ha accolto anche il motivo con cui il ricorrente lamentava che la Corte d’appello avesse stimato il danno alla persona patito dalla ragazzina in trentamila euro, “senza ulteriori motivazioni”. La Corte d’appello aveva ritenuto che la minore, in conseguenza dell’infortunio, avesse patito “non un danno funzionale, ma solo un danno estetico non emendabile”, liquidando tale pregiudizio complessivamente nell’unitaria cifra di appunto trentamila euro.

Tuttavia – obiettano gli Ermellini – la sentenza non indica in cosa consistette tale pregiudizio estetico; quale ne fu l’entità; se abbia causato solo un’invalidità permanente od anche una invalidità temporanea; in che termini percentuali potesse stimarsi l’invalidità da esso provocata; attraverso quali criteri è pervenuta alla determinazione del suddetto importo.

Violato dunque anche in questo caso l’art. 1223 c.c., in quanto il danno non patrimoniale è stato liquidato senza accertarne in concreto l’entità.

 

Ma il ristoratore è responsabile della salute e dell’incolumità dei suoi clienti

Ma, quel che qui interessa di più sono le considerazioni della Suprema Corte circa il primo motivo del ricorso con cui il ristoratore asseriva che la Corte d’appello avrebbe dovuto qualificare la domanda proposta dai genitori della minore come extracontrattuale, ai sensi dell’articolo 2043 c.c., e di conseguenza addossare a loro l’onere della prova della colpa e del nesso causale. E

gli sosteneva la tesi che il contratto di ristorazione avrebbe ad oggetto unicamente la fornitura, da parte del ristoratore, delle pietanze e delle bevande, ragion per cui un infortunio occorso a un cliente durante il periodo in cui si trattiene nel ristorante, originato dalla condotta di un altro avventore, non rientrerebbe nel “programma contrattuale” cui si obbliga il ristoratore.

Ma per la Suprema Corte questa argomentazione è del tutto infondata. “Chi accede in un ristorante, stipulando per facta concludentia un contratto rientrante nel genus del contratto d’opera, ha diritto di pretendere dal gestore che sia preservata la sua incolumità fisica – obiettano i giudici del Palazzaccio – Il contratto di ristorazione, infatti, nella sua struttura socialmente tipica, comporta l’obbligo del ristoratore di dare ricetto ed ospitalità all’avventore. In mancanza di questo elemento, non di contratto di ristorazione si dovrebbe parlare, ma di compravendita di cibi preparati o da preparare.

Nel contratto di ristorazione, pertanto, come in quello d’albergo o di trasporto, il creditore della prestazione affida la propria persona alla controparte, e tanto basta per fare sorgere a carico di quest’ultima l’obbligo di garantire l’incolumità dell’avventore, quale effetto naturale del contratto ex art. 1374 c.c.”.

Una responsabilità contrattuale

Gli Ermellini concludono precisano altresì che l’effetto derivante dalla legge, e quindi onnipresente in ogni contratto, è “l‘obbligo di salvaguardare l’incolumità fisica della controparte, quando la prestazione dovuta sia teoricamente suscettibile di nuocerle.

Tale obbligo discende dall’art. 32 cost., norma direttamente applicabile (c.d. Drittivirkung) anche nei rapporti tra privati, e sussiste necessariamente in tutti i contratti in cui una delle parti affidi la propria persona all’altra, e dunque non solo nei contratti di spedalità o di trasporto di persone, ma anche in quelli – ad esempio – di albergo, di spettacolo, di appalto (quando l’opus da realizzare avvenga in presenza del committente), di insegnamento d’una pratica sportiva, di ristorazione.