Articolo Pubblicato il 9 gennaio, 2020 alle 17:56.

Il medico in posizione apicale non può indicare a sua discolpa il fatto di aver delegato determinate funzioni ai medici in posizione subalterna, perché anche attraverso questa delega non si libera completamente della propria originaria posizione di garanzia, conservando una posizione di vigilanza, indirizzo e controllo sull’operato dei delegati.

A chiarire questo principio la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 50619/19 depositata il 16 dicembre 2019, con la quale ha deliberato su un provvedimento di sospensione dal lavoro per sei mesi per il Direttore del reparto di Pneumatologia dell’ospedale di Locri, in Calabria (in foto), per la morte di un paziente.

 

Primario giudicato colpevole di omicidio colposo

La misura della sospensione dall’esercizio di un pubblico servizio per sei mesi era stata decisa il 19 maggio 2019 dal Tribunale di Reggio Calabria, in parziale accoglimento dell’appello proposto dal Pubblico ministero avverso il provvedimento di rigetto della richiesta di misura interdittiva emesso dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Locri: misura richiesta dalla Procura in relazione a un’imputazione di omicidio colposo in regime di cooperazione colposa con altri indagati.

Al medico ospedaliero, nella sua qualità di Direttore della SOC di Pneumologia dell’Ospedale di Locri, si addebitava di avere fornito un contributo eziologicamente rilevante al decesso di un paziente, correlato “ai molteplici errori diagnostici e terapeutici” attribuiti ad altri quattro dottori, dirigenti medici assegnati alla struttura, nella gestione dello stesso paziente, che era stato ricoverato nel presidio ospedaliero in quanto affetto da broncopolmonite dal 24 gennaio al 4 febbraio 2018, data in cui il decedeva per il sopraggiungere di uno shock settico.

 

Al medico “apicale” si imputava di non aver vigilato sui sottoposti

Più in particolare, si imputava al primario di non avere esercitato le proprie funzioni di indirizzo e di vigilanza sulle prestazioni dei medici da lui dipendenti, omettendo di impartire direttive e istruzioni terapeutiche adeguate al caso concreto e non controllando la loro attuazione: condotte gravemente omissive che, secondo l’accusa, non avrebbero impedito la commissione di fatali errori diagnostico-terapeutici, avendo così un effetto concausale nel prodursi dell’evento mortale.

Il Tribunale del Riesame dava atto che il G.i.p. aveva riconosciuto la sussistenza di un quadro indiziario grave a carico dell’imputato, che aveva omesso di impartire disposizioni organizzative pur essendo stato presente per alcuni giorni in reparto durante il ricovero della vittima (il che gli avrebbe consentito di effettuare i necessari controlli sul quadro diagnostico-terapeutico del paziente), ma che aveva escluso la configurabilità di esigenze cautelari.

Di contro, secondo il Tribunale, le esigenze cautelari erano sussistenti e tali da evidenziare un pericolo di reiterazione di “delitti della stessa indole”, dato che a carico del medico vi era già stata un’analoga richiesta di misura cautelare interdittiva in relazione ad un caso analogo e che nei confronti dello stesso indagato pendevano altri procedimenti penali relativi all’esercizio delle sue funzioni.

 

Culpa in vigilando e obbligo di controllo

Il primario ha proposto ricorso per cassazione contro l’ordinanza del Tribunale del riesame, adducendo una serie di motivi.

Quelli che qui interessano più da vicino sono il secondo e il quarto, con cui l’imputato asserisce che la sua presenza in reparto per tre giornate durante il periodo di degenza della vittima non gli aveva consentito di verificare le condizioni del paziente, in quanto nessuno dei medici coinvolti nella vicenda gli avrebbe mai riferito alcuna criticità relativa al ricovero in questione, tanto che il ricorrente non era mai venuto in contatto con il paziente.

Secondo il medico, non si configurerebbe dunque una culpa in vigilando, anche perché, a suo dire, non si poteva pretendere da un primario ospedaliero l’assunzione in carico della cura di tutti i malati, né un obbligo di controllo nei confronti dei medici subordinati tale da non consentire alcun margine di affidamento sulla correttezza del loro operato.

Il ricorrente lamentava infine violazione di legge e vizio di motivazione in riferimento all’esigibilità della condotta ritenuta doverosa da parte del direttore di una struttura sanitaria complessa e a sostegno della sua tesi richiamava alcune fonti normative e alcuni precedenti giurisprudenziali, riferiti anche ai criteri di attribuzione della responsabilità e delle posizioni di garanzia nell’ambito dell’équipe medica, con particolare riguardo al soggetto apicale.

La Cassazione respinge la misura cautelare ma non accoglie le giustificazioni del primario

La Cassazione, non ritenendo sussistente un rischio di reiterazione di reati della medesima indole, alla fine ha accolto il ricorso, rinviando il caso al Tribunale di Reggio per un nuovo esame, ma non ha accolto, ritenendoli infondati, i motivi succitati.

Stando infatti alle circostanze accertate, “risulta che (omissis) – recita la sentenza – non aveva adeguatamente programmato il lavoro dei collaboratori e non aveva controllato l’ottemperanza ai criteri di organizzazione e di assegnazione a sé o ad altri medici dei pazienti ricoverati, omettendo in specie di adempiere agli obblighi sia di indirizzo terapeutico, sia di verifica e vigilanza sulle prestazioni di diagnosi e cura affidate ai medici da lui delegati. Sul punto, non colgono nel segno le censure del ricorrente in ordine al fatto che egli era stato presente in reparto unicamente tre giorni, atteso che in quei giorni egli avrebbe potuto e dovuto ottemperare ai compiti di verifica e di vigilanza a lui affidati”.

 

I doveri del medico in posizione apicale

Il medico in posizione apicale – spiegano gli Ermellini -, con l’assegnazione dei pazienti opera una vera e propria delega di funzioni impeditive dell’evento in capo al medico in posizione subalterna, ma anche attraverso detta delega il medico”delegante” non si libera completamente della propria originaria posizione di garanzia, conservando una posizione di vigilanza, indirizzo e controllo sull’operato dei delegati.

Obbligo di garanzia che si traduce, in definitiva, nella verifica del corretto espletamento delle funzioni delegate e nella facoltà di esercitare il residuale potere di avocazione alla propria diretta responsabilità di uno specifico caso clinico.

Al riguardo, tra le altre la Suprema Corte cita in particolare la sentenza n. 47145 del 29/09/2005, laddove afferma che “il dirigente medico ospedaliero é titolare di una posizione di garanzia a tutela della salute dei pazienti affidati alla struttura, perché i decreti legislativi n. 502 del 1992 e n. 229 del 1999 di modifica dell’ordinamento interno dei servizi ospedalieri hanno attenuato la forza del vincolo gerarchico con i medici che con lui collaborano, ma non hanno eliminato il potere-dovere in capo al dirigente medico in posizione apicale di dettare direttive generiche e specifiche, di vigilare e di verificare l’attività autonoma e delegata dei medici addetti alla struttura, ed infine il potere residuale di avocare a sé la gestione dei singoli pazienti”.