Articolo Pubblicato il 8 gennaio, 2020 alle 12:16.

Pieno inverno, periodo ideale per le settimane bianche, ma occhio alla prudenza sulla neve: appello che vale non solo per gli sciatori, ma anche per i gestori degli impianti, che sono chiamati a rispondere degli incidenti legati a situazioni di pericolo non valutate prima della messa in esercizio della struttura, e che non possono essere “delegate” a terzi.

 

Oltre trentamila incidenti all’anno sulla neve

Secondo i dati del Sistema Nazionale di Sorveglianza sugli Incidenti in Montagna, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, nella scorsa stagione invernale (2018-19), sulle Alpi e sull’Appennino si sono registrati oltre 30mila sinistri, 1.700 dei quali hanno reso necessario un ricovero più o meno lungo in ospedale. I dati peraltro sono sottostimati, riguardando solo le piste, e non le attività, dallo scialpinismo al freeride, che si svolgono su terreno d’avventura.

Gli incidenti sulle piste coinvolgono più gli uomini (55,4%) che le donne (44,5%), e soprattutto gli sciatori giovani. Nel 50% dei casi gli infortunati hanno meno di 30 anni, e ben due terzi meno di 40 anni.

Quasi due terzi degli infortuni (il 65%) avviene in condizioni di buona visibilità, e quindi non può essere imputato al maltempo, mentre il 10% è dovuto a scontri con altri sciatori, un dato che evidenzia come solo una parte degli incidenti sulla neve sia causata da perdita di controllo.

I più colpiti sono gli arti inferiori

Tra gli sciatori gli infortuni più frequenti riguardano gli arti inferiori. Si tratta soprattutto di distorsioni del ginocchio, con associate lesioni ai legamenti, soprattutto quelli del crociato. Infatti, secondo i dati di EpiCentro, portale dell’Istituto Superiore di Sanità, il 32,6% degli interventi di soccorso sulle piste sono a seguito di distorsioni, il 94% dei quali è a carico degli arti inferiori.

Seguono le contusioni (26%), le fratture (14%), le ferite (9%) e le lussazioni (8%). Nel 13,4% dei casi si registrano traumi al cranio e al volto.

 

Il processo per un incidente mortale occorso a un minore

E purtroppo, in alcuni casi, mediamente venti-trenta l’anno, si registrano anche incidenti mortali e che spesso vedono come vittime dei bambini: tragedie che poi hanno inevitabili strascichi giudiziari, come quella che si è trovata a giudicare definitivamente la Cassazione, terza sezione penale, con la sentenza 50427/19 depositata ill 13 dicembre 2019, nella quale la Suprema corte fornisce anche alcuni importanti chiarimenti in merito ai profili organizzativi concernenti la valutazione e la gestione dei pericoli e della situazioni di rischio nell’ambito degli impianti sciistici.

Il drammatico caso riguardava appunto un minore che, del tutto privo di esperienza sulla neve, percorrendo la pista di slittino era uscito dal tracciato, in una parte  rettilinea priva di protezione laterale, ed era precipitato sul pendio lato-valle, riportando lesioni che purtroppo ne avevano causato il decesso.

 

Gestore dell’impianto sciistico condannato per omicidio colposo

Per questo grave fatto accaduto in Trentino Alto Adige, il Tribunale di Bolzano aveva condannato per omicidio colposo l’amministratore delegato della società che gestiva l’impianto, la Sextner Dolomiten s.p.a: sentenza confermata in secondo grado anche dalla Corte d’Appello di Trento nell’aprile del 2019.

L’imputato ha proposto ricorso per cassazione, lamentando, tra le altre cose, che la Corte territoriale non avrebbe tenuto conto dell’effettivo contesto e della sua complessità, e non avrebbe accertato se il rischio fosse o meno interamente afferente all’organizzazione concreta dell’attività e ai compiti dell’amministratore delegato: a suo dire, avrebbe dovuto provvedere autonomamente e direttamente il direttore tecnico.

Il ricorrente ha anche messo in discussione alcuni elementi valorizzati dalla Corte d’Appello per ravvisare la sua responsabilità, in particolare la pericolosità della pista e l’assenza di intervenenti sostitutivi subito dopo l’incidente occorso in quel medesimo tratto, dieci giorni prima della tragedia, a un altro minore, asserendo che non vi sarebbe stata prova certa della coincidenza del luogo e dell’ostacolo contro cui si erano scontrati i due ragazzi. E infine ha battuto sul fatto che vi era il cartello di avviso di “pista ghiacciata”.

Per la Suprema Corte, tuttavia, il ricorso è infondato. Gli Ermellini infatti convengono sul doppio e concorrente profilo di colpa individuato in capo all’imputato dalla Corte territoriale, che si radica sia nella sottovalutazione del rischio concernente la pericolosità della pista, sia nell’assenza dell’esercizio di poteri sostitutivi da parte del delegante, stante la colposa inerzia del delegato.

 

La pericolosità della pista

Quanto al primo motivo di ricorso – recita la sentenza -., vi è un dato di per sé decisivo con il quale il ricorrente non si confronta criticamente, che riguarda il profilo colpa concernente la sottovalutazione del rischio insito nell’intrinseca pericolosità della pista”.

Si trattava infatti di una pista ad alta difficoltà (una cosiddetta pista nera, benché indicata nei depliant come pista di media difficoltà, ossia pista rossa), particolarmente impegnativa per lunghezza (5 km), dislivello (567 metri) e pendenza (dal 24% al 14%). Un pista peraltro totalmente immersa nel bosco, larga appena tre metri, con una pendenza media del 12,1% e nel tratto interessato dall’incidente del 14%, pari a 8 gradi, con scarpata a valle di angolazione del 70%, pari a 35 gradi, sulla parte destra, mentre a sinistra incombe la dorsale di una montagna, tratto privo di protezioni artificiali e caratterizzato da diversi tornanti, curve, scarpate e due sottopassaggi.

E’ peraltro notorio – ricorda la Cassazione – che la pericolosità della pista aumenta in presenza di ghiaccio sul tracciato, perché è causa dell’aumento di velocità dello slittino: evento del tutto normale in quei luoghi nel periodo invernale, essendo le temperature frequentemente inferiori allo zero termico”.

 

La mancata valutazione “ante” della pericolosità della pista e del rischio “fuoriuscita”

Anche secondo i giudici del Palazzaccio, l’imputato, nella veste di gestore, “non ha provveduto alla valutazione dei rischi, prima di mettere in esercizio la pista, obbligo che si radica nell’art. 3 della Legge n. 363 del 2003”, secondo cui “i gestori hanno l’obbligo di proteggere gli utenti da ostacoli presenti lungo le piste mediante l’utilizzo di adeguate protezioni degli stessi e segnalazioni della situazione di pericolo”.

Si tratta – aggiunge la Cassazione – di una regola cautelare immediatamente precettiva, e di  natura  “elastica”,  i  cui  contenuti devono essere individuati sulla base di un’accorta disamina delle condizioni specifiche in cui l’agente si trova ad operare in relazione al caso concreto, e che abbraccia la preventiva valutazione del rischio connesso  alla  pericolosità intrinseca della pista, di modo che possa essere messa in  esercizio  nelle condizioni di massima sicurezza per gli utenti della pista medesima”.

Dunque, la Suprema corte chiarisce che l’iniziale valutazione dei rischi “rappresenta perciò un adempimento doveroso e non delegabile, come logicamente si  evince  dall’art.  17,  comma  1, lett. a) d.lgs. n. 81 del 2008,  il  quale,  sebbene  espressamente  previsto nell’ambito della sicurezza dei luoghi di lavoro, notoriamente connotati da una pluralità di fonti di pericolo, è estensibile, per identità di ratio, anche al caso in esame, stante l’intrinseca pericolosità della messa in esercizio di una pista  di slittino”.

In altre parole, il gestore avrebbe dovuto valutare  il  rischio connesso all’esercizio di quella pista  con  le  caratteristiche  sopra indicate,  senza  possibilità  di delega, “proprio perché tale valutazione rappresenta un prius logico rispetto alla possibilità di conferire a un soggetto terzo la responsabilità in tema di sicurezza della pista.”.

Il gestore, pertanto – ribadiscono gli Ermellini – ha l’obbligo di analizzare e individuare  con  il  massimo grado di specificità, secondo la propria esperienza e la  migliore evoluzione della scienza tecnica, tutti i fattori di pericolo concretamente presenti sulla pista di slittino, avuto riguardo ai luoghi in cui essa è ubicata e alla casistica concretamente verificabile in relazione all’utilizzo della pista medesima, e deve adottare le misure precauzionali e i dispositivi  di protezione per tutelare  la  salute e la sicurezza degli utenti”.

Nello specifico, il gestore avrebbe dovuto identificare il rischio di fuoriuscita dal tracciato, in  relazione  ai  tratti  connotati  da  una particolare pendenza e dalla ripidezza del declivio del lato a valle, tenendo conto della conformazione della pista e dell’eventuale presenza di ghiaccio, e quindi predisporre un adeguato sistema di protezione per fronteggiare detto rischio.

 

Il gestore ha l’obbligo di valutare tutti i rischi

La Suprema corte afferma dunque il principio di diritto secondo cui “il gestore di una pista di slittino ha l’obbligo, non delegabile, di valutare tutti i rischi connessi  all’esercizio della pista medesima, sicché egli risponde, a titolo di colpa, della morte  di  un utente della pista, deceduto a causa  di un incidente  provocato  da  una situazione di pericolo – quale l’uscita dal tracciato a causa del fondo ghiacciato e lo schianto contro un ostacolo ubicato nelle immediate  vicinanze    che  non  era  stato  valutato dal gestore medesimo prima della messa in esercizio della pista”.

Nel caso in esame, quindi – riassume la sentenza – il gestore, tenuto conto delle concrete caratteristiche della pista, particolarmente impegnativa per lunghezza, dislivello e pendenza, e dell’ambiente naturale in cui è ubicata (caratterizzato dalla presenza di alberi e sassi e dalle basse temperature invernali e al conseguente pericolo di presenza di ghiaccio), avrebbe dovuto valutare ab origine il rischio riguardante l’uscita dal tracciato della pista da parte degli utenti e predisporre adeguate mezzi di protezione. E, ovviamente, un rischio del genere, diversamente da quanto dedotto con il terzo motivo di ricorso, non era fronteggiabile con la mera apposizione, all’inizio della pista, del cartello “pista a tratti ghiacciata”.

Tragedia legata dunque a una cattiva “scelta gestionale di fondo”

L’incidente, come peraltro sostenuto anche dalla Corte di merito, secondo gli Ermellini è dunque dipeso da una scelta gestionale di fondo, riconducibile alla mancata valutazione ab origine della pericolosità della pista, “attività non delegabile che grava esclusivamente sul gestore” ripete la Suprema Corte, in linea con ulteriore profilo di colpa ascritto all’imputato dalla Corte territoriale, ossia l’assenza di un intervento sostitutivo da parte del gestore in caso di colpevole inerzia del delegato.

 

Mancato il controllo sul “delegato”

Va ricordato che, nell’ambito degli infortuni  sul  lavoro,  il  datore può assolvere all’obbligo di vigilare sull’osservanza delle misure di prevenzione adottate attraverso la preposizione di soggetti a ciò deputati e la previsione di procedure che assicurino la conoscenza da parte sua delle attività lavorative effettivamente compiute e delle loro concrete modalità esecutive,  in  modo da garantire la persistente efficacia delle misure di prevenzione scelte a seguito della valutazione dei rischi.

Un principio del genere è applicabile, per identità del ratio, anche al caso in esame; il delegante,  infatti, rimane titolare di una posizione di  garanzia, il cui contenuto precettivo muta proprio per effetto della delega validamente conferita, e che si concretizza nel dovere di vigilanza sull’attività del delegato.

Perché tale dovere di vigilanza possa  essere  concretamente  ed efficacemente attuato è indispensabile che il delegante sia informato dei principali eventi lesivi che si verifichino sulla pista e delle conseguenti azioni di contrasto intraprese dal delegato. Il delegante,  perciò,  all’atto  di  conferimento della delega, deve predisporre adeguati  processi  che  garantiscano un flusso informativo, in modo da acquisire le notizie più  rilevanti in tema di sicurezza delle pista al fine di verificare il puntuale adempimento dei doveri a cui il delegato è preposto e, in caso di inerzia di costui, provvedere in sua vece”.

La Cassazione conclude ricordando al riguardo come fosse stato accertato che, pochi giorni prima del fatto su cui verteva il processo, sulla medesima pista si era verificato un grave incidente con modalità del tutto analoghe, in cui era pure rimasto coinvolto un minore, il quale era finito fuori pista procurandosi la frattura delle costole, che aveva causato la perforazione del polmone.

Un fatto del genere, per la sua gravità, indipendentemente dall’esclusione dell’aggravante della colpa con previsione da parte del Tribunale, come dedotto con il secondo motivo di ricorso, non solo avrebbe dovuto comportare l’immediata reazione da parte del delegato, ma avrebbe dovuto essere comunicato al delegante, il quale, al fine di esercitazione del doveroso controllo sull’attività del delegato, avrebbe dovuto informarsi in ordine alle iniziative assunte per eliminare i rischi all’origine di quel sinistro e che poi si sono replicati con riguardo all’infortunio mortale per cui è processo.

Invece, dopo l’incidente occorso dieci giorni prima, il delegato non aveva provveduto autonomamente a eliminare il rischio di fuoriuscita dalla pista, né segnalato la necessità di un intervento, ragion per cui è stata giustamente ravvisata dai giudici di secondo grado, secondo la Cassazione, la colpa dell’imputato anche “nel mancato esercizio della vigilanza “alta” – da attuare per il tramite di riunioni, interpello dei responsabili e quant’altro necessario – al fine di attivare un potere sostitutivo, adottando quei provvedimenti in materia di sicurezza che il delegato aveva trascurato di prendere”.

Dunque, ricorso respinto e condanna confermata.