Articolo Pubblicato il 11 maggio, 2020 alle 10:30.

Non c’è giustificazione o tentativo di evitare la condanna che tenga: il padrone che non adotta le opportune cautele per evitare che il suo cane scappi dal cancello di casa deve rispondere penalmente dai danni causati dall’animale.

A ribadire con forza questo principio la Corte di Cassazione, che si è trovata a giudicare definitivamente sull’ennesimo caso di aggressione da parte di un “quattro zampe” con la sentenza n. 13464/20 depositata il 30 aprile 2020.

 

Proprietaria condannata per le lesioni causate a un passante dal suo cane scappato di casa

La proprietaria dell’animale, con sentenza pronunciata il 18 marzo 2019 dal Giudice di Pace di Vibo Valentia, era già stata ritenuta responsabile del reato di lesioni colpose (art. 590 cod. pen.) e condannata alla sanzione pecuniaria di 800 euro per non aver impedito, per colpa consistita nella mancata adozione delle cautele necessarie alla sua custodia, che il suo cane di grossa taglia aggredisse un passante ferendolo seriamente ad una coscia. Il fatto risaliva al 2013. La padrona, nell’aprire il cancello elettrico della sua casa in Tropea, non si era accorta che l’animale era uscito dalla recinzione della proprietà e che, imbattendosi per strada in un uomo che portava a passeggio il suo cagnolino, li aveva attaccati.

La padrona ricorre per Cassazione

L’imputata tuttavia ha proposto ricorso per cassazione contro la decisIone, sostenendo che il giudice di merito si sarebbe limitato ad una mera ricostruzione del fatto senza procedere al doveroso approfondimento sulla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato.

Ha quindi obiettato che non sarebbe stata fatta una corretta applicazione dei principi di diritto in tema di omessa custodia di animali, che imporrebbe di accertarne l’effettiva pericolosità, e infine ha lamentato anche che non era stato operato alcun giudizio sul tema della prevedibilità in concreto circa la condotta aggressiva del cane.

La Suprema Corte rigetta il ricorso

Ma per la Suprema Corte il ricorso è del tutto infondato.

Secondo gli Ermellini, al contrario, il giudice di merito aveva considerato compiutamente i fatti “ravvisando positivamente – e cioè senza ricorso alle presunzioni legali di cui all’art. 2052 cod. civ. – la sussistenza del rapporto di causalità tra la condotta tenuta dalla padrona del cane e l’evento addebitato, ed aveva accertato altresì la colpa della proprietaria rimarcando la circostanza che si trattava di un cane di grossa taglia e che non erano state adottate, nell’azionare l’apertura del cancello elettrico, le debite cautele nella custodia, tant’è che l’animale era uscito dalla sua abitazione

 

L’obbligo di custodia non richiede nemmeno la proprietà, basta la semplice detenzione

Per la Cassazione questa decisione è conforme a diritto e non presenta vizi facendo corretta applicazione dei principi di diritto in materia.

I giudici fanno riferimento all’art. 672 cod. pen. che, a prescindere dall’intervenuta depenalizzazione avvenuta ai sensi degli artt. 33 e 38 della legge 24 novembre 1981, n. 689, “costituisce tuttora un valido termine di riferimento per la valutazione della colpa sul tema della omessa custodia e mal governo di animali”.

E rammentano, anche sulla scorta della giurisprudenza di legittimità, che l’obbligo di custodia degli animali ai sensi di questa disposizione di legge “sorge ogni qualvolta sussista una relazione di semplice detenzione, anche solo materiale o di fatto, tra l’animale e una determinata persona, non essendo necessario un rapporto di proprietà in senso civilistico.

Tale posizione di garanzia prescinde dalla nozione di appartenenza e risulta irrilevante il dato formale relativo alla registrazione dell’animale all’anagrafe canina o all’apposizione di un microchip di identificazione”.

 

Il dovere di custodia vale anche per gli animali di compagnia e all’interno dell’abitazione

Inoltre, la Suprema Corte sottolinea che, in materia di lesioni colpose, la posizione di garanzia assunta dal detentore di un animale “impone l’obbligo di controllarlo e di custodirlo adottando ogni cautela per evitare e prevenire le possibili aggressioni a terzi anche all’interno dell’abitazione, e che la pericolosità del genere animale non è limitata esclusivamente ad animali feroci ma può sussistere anche in relazione a quelli domestici o di compagnia come il cane, di regola mansueto, così da obbligare l’adozione di tutte le possibili cautele necessarie a prevenire le prevedibili reazioni dell’animale ed idonee a neutralizzare il rischio di eventi pregiudizievoli per i terzi, prevedibili alla stregua delle norme di comune esperienza”.

Infine, i giudici del Palazzaccio richiamano e confermano anche l’indirizzo giurisprudenziale della stessa Suprema Corte, perfettamente aderente al caso specifico, secondo il quale, “al fine di escludere la colpa rappresentata dalla mancata adozione delle debite cautele nella custodia di animali, non è sufficiente che esso si trovi in un luogo privato e recintato, ma è necessario che tale luogo abbia caratteristiche idonee ad evitare che l’animale possa sottrarsi alla custodia e al controllo, superare la recinzione, raggiungere la pubblica via ed arrecare danno a terzi”.

E d’altra parte, conclude la Cassazione, rigettando il ricorso e confermando la condanna della padrona del cane, “l’imputata non ha allegato l’esistenza di alcun evento imprevedibile ed inevitabile estraneo al rischio tipico relativo alla fattispecie”.