Articolo Pubblicato il 11 luglio, 2020 alle 11:00.

La responsabilità oggettiva del custode non può escludersi per il solo fatto che la vittima abbia usato la cosa, fonte di danno, in maniera volontaria e avventata. La Cassazione ha ribadito in modo forte questo principio con l’ordinanza n. 9693/2020 depositata il 26 maggio 2020 relativa a un caso di attualità, dato il periodo di vacanza.

 

Sedicenne gravemente ferito dopo un tuffo dal pontile di un camping chiede i danni

Nel lontano agosto del 2020, un sedicenne, mentre era ospite di un camping sul Lago di Bolsena, aveva effettuato un tuffo in acqua a testa in giù da un pontile di legno, ma essendo il fondale molto basso aveva battuto il capo riportato gravi danni fisici. Divenuto maggiorenne il giovane, per essere risarcito, aveva citato in causa avanti il tribunale di Viterbo la società che gestiva l’attività turistica. La quale si era costituita respingendo gli addebiti e obiettando che il pontile era destinato ad ospitare alcune apparecchiature necessarie per il monitoraggio delle acque del lago regolarmente autorizzato, che vi erano apposti cartelli che segnalavano il divieto di accesso e che per di più esso era recintato da una rete metallica.

Il giudice dava ragione alla società e, con sentenza del 2012, respingeva la domanda risarcitoria, ritenendo che la responsabilità dell’incidente fosse da imputarsi in via esclusiva alla condotta “dissennata” della vittima, che, incurante della evidente inidoneità del pontile e dei richiami e degli avvertimenti dei genitori e di altri adulti, decideva ugualmente di tuffarsi.

Il danneggiato tuttavia ricorreva dinanzi alla Corte d’Appello di Roma, la quale accoglieva parzialmente il suo appello ritenendo che la società avesse concorso nella misura del 30 per cento alla causazione dell’evento dannoso, condannandola al pagamento di euro 541.623 euro oltre agli interessi.

 

La società che gestisce l’attività ricorre per Cassazione

La Spa ha quindi proposto ricorso per Cassazione, sostenendo la tesi che che la Corte d’Appello non avesse correttamente applicato la disciplina della responsabilità per le cose in custodia, ritenendo che la società dovesse rispondere tanto del fatto che il pontile avesse contribuito a creare una situazione di pericolo, in relazione all’inidoneità della piattaforma ad essere impiegata per tuffarsi ed alla scarsa profondità del fondale, peraltro non visibile, quanto dell’omessa apposizione di regolari cartelli o di altri sistemi deterrenti e/o di pericolo: secondo i giudici di merito, non bastava a esonerare la ricorrente da responsabilità il fatto che il pontile non fosse destinato ad essere usato per i tuffi, poiché essa, in quanto custode del pontile stesso, aveva l’obbligo di vigilare affinché non fosse usato impropriamente e di adoperarsi per curare sistemi di sicurezza e impedimenti idonei a scongiurare danni derivanti da un suo uso non ordinario, a maggior ragione visto che il pontile si trovava in una località turistica.

Secondo la ricorrente, la sentenza non avrebbe considerato che il pontile non aveva una sua intrinseca pericolosità e che non era insorto in relazione ad esso alcun agente dannoso, che non era adatto ai tuffi, che era chiuso verso la riva e privo di scalette di risalita verso il lago, che su tre lati era delimitato da un parapetto. Inoltre, l’asserita non visibilità della scarsa profondità del lago non risultava provata né dedotta e comunque non avrebbe dovuto essere considerata un elemento aggravante la responsabilità del custode, ma piuttosto rappresentare un monito a non rischiare tuffandosi: era emerso che in varie occasioni i genitori e altri adulti avessero tentato di dissuadere la vittima proprio dall’effettuare tuffi dal pontile.

 

Il caso fortuito

Né, ad avviso della ricorrente, sarebbe stato decisivo l’eventuale comportamento vigilante da parte del custode (l’apposizione di cartelli e di impedimenti all’accesso) perché, essendo la responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. di tipo oggettivo, la condotta del custode e l’osservanza da parte sua di un obbligo di vigilanza non avrebbero escluso la sua responsabilità, essendo questa esclusa solo dal caso fortuito, inteso in senso ampio e quindi comprensivo del fatto del danneggiato.

Perciò, secondo il camping, il giudice d’appello avrebbe dovuto accertare non quale fosse stato il comportamento della società custode, ma la condotta del danneggiato, al fine di verificare se essa integrasse gli estremi del caso fortuito, in considerazione dell’uso improprio che la vittima aveva fatto del bene e delle circostanze di fatto che dimostravano la pericolosità del pontile e la possibilità per chiunque di percepirla.

Se la Corte territoriale avesse valutato il comportamento della vittima, cogliendone l’assoluta imprudenza – tenuto conto dell’età (17 anni all’epoca dei fatti) e, quindi, della sua capacità di percepire il pericolo nonché dell’inefficace vigilanza dei genitori – avrebbe dovuto ritenere integrato il caso fortuito, anche considerando che gli avvertimenti che genitori e altri adulti avevano rivolto ai ragazzi affinché non si tuffassero dal pontile dimostravano la piena consapevolezza, da parte di questi ultimi, della situazione di pericolo.

 

La Suprema Corte rigetta il ricorso

Ma la Cassazione ha rigettato il ricorso. Secondo la Suprema Corte la sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione della giurisprudenza di legittimità. Gli Ermellini ricordano che in primo luogo “integra il caso fortuito, quale fattore estraneo alla sequenza originaria, avente idoneità causale assorbente e tale da interrompere il nesso con quella precedente, tutto ciò che non è prevedibile oggettivamente, ovvero tutto ciò che rappresenta un’eccezione alla normale sequenza causale (l’imprevedibilità va quindi intesa come obiettiva inverosimiglianza dell’evento)”.

Il caso fortuito, inoltre, può essere integrato dalla condotta del danneggiato “quando essa si sovrapponga alla cosa al punto da farla recedere a mera “occasione” della vicenda produttiva di danno, assumendo efficacia causale autonoma e sufficiente per la determinazione dell’evento lesivo, così da escludere qualunque rilevanza alla situazione preesistente”.

Ancora, proseguono i giudici del Palazzaccio, il riconoscimento della natura oggettiva del criterio di imputazione della responsabilità da cose in custodia si fonda sul dovere di precauzione imposto al titolare della signoria sulla cosa custodita, in funzione di prevenzione dei danni che da essa possono derivare”. Tuttavia, richiama all’attenzione la Suprema Corte, “l’imposizione di un dovere di cautela in capo a chi entri in contatto con la cosa risponde a un principio di solidarietà (ex art. 2 Cost.), che comporta la necessità di adottare condotte idonee a limitare entro limiti di ragionevolezza gli aggravi per i terzi, in nome della reciprocità degli obblighi derivanti dalla convivenza civile, di tal modo che quando il comportamento del danneggiato sia apprezzabile come ragionevolmente incauto l’indagine eziologica sottende un bilanciamento fra i detti doveri di precauzione e cautela”.

 

Il regime di responsabilità ex articolo 2051 e il dovere di precauzione

Ebbene, applicando tali principi alla vicenda in oggetto, la Cassazione ritiene che la Corte d’Appello non abbia violato le norme di legge che regolano il regime della responsabilità ex art. 2051 c.c.In primo luogo – chiariscono gli Ermellini – la Corte territoriale non ha trasformato la responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. in una responsabilità fondata sulla colpa, per il fatto di avere attribuito rilievo a quanto emerso dalla nota informativa dei Carabinieri”: i militari avevano rilevato che il pontile era sprovvisto di qualsiasi tipo di segnaletica indicante il divieto di accesso, di effettuare tuffi o di proprietà privata, e soprattutto di barriere protettive.

Stesso discorso per il verbale di accertamento tecnico che evidenziava l’assenza sulla riva, attorno al pontile e nelle immediate vicinanze, di segnaletica che indicasse il divieto di accesso, il divieto di effettuare tuffi e il divieto generico di pericolo.

Il fatto che il giudice abbia dato rilievo all’inidoneità di apposita segnalazione di pericolo o di altri accorgimenti idonei ad impedire l’accesso all’arenile non è valso a trasformare, come lamentato dalla società ricorrente, la responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. in una responsabilità soggettiva, dove assume rilievo la condotta colposa del responsabile, ma è da ascriversi, al contrario, proprio al richiamato riconoscimento che la natura oggettiva del criterio di imputazione della responsabilità da cose in custodia si fonda sul dovere di precauzione imposto al titolare della signoria sulla cosa custodita, in funzione di prevenzione dei danni che da essa possono derivare” prosegue la sentenza.

Non basta dunque alla ricorrente, per invocare il proprio esonero da responsabilità, fare leva sulla destinazione del pontile, cioè sul fatto che esso non fosse destinato ai tuffi, ma solo all’alloggiamento dei macchinari necessari a monitorare le acque del lago, “in quanto la funzione di prevenzione su di lei gravante imponeva che ne prevenisse l’uso improprio, tanto più in considerazione che il pontile si trovava in una località turistica, in prossimità di un camping, e cioè in un contesto di divertimento” arriva al nocciolo della questione la Cassazione.

 

Uso del tutto prevedibile per dei villeggianti

Pertanto, una volta dimostrato il nesso di derivazione causale tra la cosa in custodia e l’evento dannoso, per andare esente da responsabilità la società avrebbe dovuto dimostrare la ricorrenza del caso fortuito. “Caso fortuito che, però, secondo i principi richiamati, implica la ricorrenza di un evento eccezionale ed imprevedibile e tale non può certo ritenersi l’utilizzo del pontile che per le sue caratteristiche e la sua collocazione era tutt’altro che imprevedibile potesse essere adoperato dai villeggianti nel vicino camping allo scopo di tuffarsi nelle acque del lago” continua la Corte di Cassazione.

Insomma, sono proprio le caratteristiche del bene a essere state tenute (giustamente) presenti dal giudice: l’adozione di normali cautele da parte del danneggiato, infatti, può assumere efficienza causale nella determinazione dell’evento dannoso fino ad escludere la responsabilità del custode, interrompendo il nesso di derivazione causale, “là dove assuma efficienza causale autonoma – ribadiscono i giudici – , il che implica evidentemente che l’evento dannoso possa trovare causa o concausa nel comportamento della vittima, ma affinché quest’ultimo assuma efficienza causale autonoma ed esclusiva deve essere qualificabile come abnorme, cioè estraneo al novero delle possibilità fattuali congruamente prevedibili in relazione al contesto, potendo, in caso contrario, rilevare ai fini del concorso causale ai sensi dell’art. 1227 c.c.

La vigilanza del custode, in ultima analisi, viene ad essere circoscritta dal suo opposto, cioè dal caso fortuito, che traduce in riferimento alla posizione del custode il generale principio ad impossibilia nemo tenetur. Le caratteristiche della cosa custodita, infatti, plasmano e delimitano il caso fortuito, configurando l’obbligo custodiale sotto il profilo ex ante, ovvero della prevedibilità che rientra quindi nella possibilità giuridica dell’adempimento dell’obbligo stesso.

 

La responsabilità del custode non può escludersi neanche per un atto volontario e abnorme

In altre parole, la responsabilità del custode di cui all’art. 2051 c.c., di natura oggettiva, non può escludersi per il solo fatto che la vittima abbia usato la cosa fonte di danno volontariamente ed in modo abnorme (ferma restando, in tal caso, la valutazione della sua condotta come concausa del danno, ai sensi dell’art. 1227, comma 1, c.c.), quando tale uso, benché non conforme a quello ordinario, sia reso possibile dalla facile accessibilità alla cosa medesima.

Più specificamente – esemplifica e conclude la Corte -, con riferimento a cose suscettibili di essere utilizzate per scopi diversi da quelli ad esse impresse dai gestori, anche in rapporto alla possibilità di condotte potenzialmente autolesive, costituisce ius receptum che sia necessario valutare l’incidenza causale sugli eventi lesivi dell’omessa apposizione di segnalazioni idonee da parte del gestore, della conformazione della cosa e della consapevolezza, in rapporto alle circostanze del caso ed alle personali condizioni del danneggiato, per valutare la misura dell’eventuale concorrenza della condotta colposa della vittima, della pericolosità della cosa”.

Dunque, ricorso rigettato e conferma della sentenza della Corte d’Appello e della ripartizione delle responsabilità già definita in quella sede e determinata nella misura del 30 per cento in capo al custode.