Articolo Pubblicato il 12 ottobre, 2020 alle 10:00.

Se viene provato lo stretto legame di affezione con un animale domestico, anche se non se ne è formalmente proprietari si è responsabili di eventuali danni che questo causi a terzi.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27876/20 depositata il 7 ottobre 2020, ha chiarito un importare principio a tutela delle numerose persone che riportano lesioni a causa di aggressioni – o anche di incidenti fortuiti – da parte soprattutto di cani e che non infrequentemente incontrano poi enormi difficoltà nell’ottenere un risarcimento in quanto l’animale risulta privo di microchip e quindi senza padroni.

 

Un labrador aggredisce una passante causandole gravi lesioni

Il caso di cui si è occupata la Suprema Corte, peraltro, accaduto a Patti, in Sicilia, ha avuto conseguenze pesantissime. Il 22 luglio 2012 un labrador, sfuggito a colui che lo stava portando a passeggio, si era avventato contro una donna facendola rovinare a terra. La malcapitata aveva sbattuto la testa, era finita all’ospedale in prognosi riservata ed era rimasta ricoverata al “Martino” di Messina per oltre un anno.

Il “possessore” del cane era stato ritenuto responsabile del reato di lesioni colpose e condannato alla pena di giustizia e a risarcire la vittima dal Giudice di Pace di Patti, sentenza poi confermata nel 2019 anche dal Tribunale di Patti quale giudice di secondo grado: gli si imputava, ovviamente, di aver contravvenuto ai suoi obblighi di custodia nei confronti del cane peraltro di grossa taglia.

 

L’imputato ricorre per Cassazione obiettando che il cane non sarebbe stato suo

L’imputato, tuttavia, ha presentato ricorso per Cassazione con tre motivi, ma il principale è senza dubbio quello inerente alla proprietà: egli ha sostenuto che il tribunale avesse ritenuto erroneamente e illogicamente che il labrador appartenesse a lui e alla sua famiglia e che, di conseguenza, non poteva essergli ascritta al riguardo alcuna posizione di garanzia né obbligo di custodia.

La Cassazione rigetta il ricorso: provata la relazione di affezione con l’animale

Ma per la Suprema Corte il motivo di doglianza è manifestamente infondato. Secondo gli Ermellini, infatti, le sentenze di merito avevano motivato adeguatamente, sulla base del compendio probatorio, la responsabilità del ricorrente, “trattandosi del soggetto proprietario del cane, tenuto pertanto all’obbligo di non lasciarlo libero e di custodirlo con le debite cautele.

La proprietà del cane – spiegano i giudici del Palazzaccio – è stata razionalmente desunta dalla circostanza riferita univocamente dai testi escussi che il (omissis) era solito portare quotidianamente il cane al guinzaglio, a dimostrazione della relazione di affezione e possesso dell’animale da cui deriva l’obbligo di non lasciarlo libero o comunque di custodirlo con le debite cautele per evitare aggressioni a terzi”.

Pertanto, ricorso rigettato e condanna confermata.