Articolo Pubblicato il 19 agosto, 2020 alle 13:53.

Secondo alcuni studi l’improvviso malore alla guida è responsabile del 5% degli incidenti mortali: nella maggior parte dei casi, è chiaro, il decesso è dovuto alla stessa patologia sofferta dal conducente, ma non sono infrequenti le tragedie determinate specificamente dalla perdita di controllo del veicolo, che ad esempio può impattare contro un albero, determinando lesioni letali a chi guida, o peggio ancora travolgere ciclisti, pedoni o altri mezzi.

Ora, se il malore capita senza alcuna avvisaglia, nulla si può imputare al conducente, ma se questi si pone alla guida sapendo di poter rappresentare, per le sue condizioni di salute, un pericolo per gli altri, oltre che per se stesso, il discorso è diverso. Anche penalmente. Il comportamento del guidatore che si mette al volante in uno stato psico-fisico non idoneo può costituire concorso di colpa e anche aggravante in caso di sinistro: su questo punto la stessa Cassazione è chiara. Significativa, al riguardo, la sentenza, la n. 15215 del 2018.

Automobilista condannato per omicidio colposo pur essendo rimasto vittima di un malore

Il Tribunale di Verona nel 2015 aveva condannato un automobilista per il reato di omicidio colposo aggravato dalla violazione di norme regolatrici della circolazione stradale: fatto successo sempre a Verona nel luglio del 2012. Secondo la ricostruzione dell’accusa, l’imputato stava procedendo su una Bmw X3 quando, a causa di un malore, aveva omesso di svoltare a sinistra imboccando contromano la via Garibaldi e travolgendo una ciclista che la stava percorrendo nel corretto senso di marcia e che sarebbe spirata qualche giorno dopo in seguito ai gravissimi traumi riportati. I soccorritori avevano trovato l’automobilista all’interno dell’abitacolo ancora in stato di coscienza compromesso con crisi convulsive.

Secondo i giudici di primo grado l’imputato sapeva del suo precario stato psico-fisico

Il Tribunale aveva desunto, essendo l’imputato sottoposto a terapia con Depakin, farmaco indicato nel trattamento dell’epilessia ovvero in casi di improvvisa perdita di coscienza per brevi periodi (assenza), o di disturbo bipolare, che l’automobilista si fosse posto alla guida sebbene nel 2003 si fossero verificati plurimi episodi di perdita di coscienza, nel 2004 fosse rimasto vittima di un sinistro stradale determinato analogamente da perdita di controllo del mezzo conseguente a perdita di coscienza, e, ancora, nel 2006 si fosse manifestato un episodio di afasia transitoria e nel 2008 un evento parestesico all’emivolto sinistro. Aveva perciò riconosciuto a carico dell’imputato la circostanza aggravante dell’essersi posto alla guida del veicolo con la consapevolezza di versare in condizioni di salute che avrebbero dovuto indurlo a desistere (art.61 n.3 cod. pen.).

In appello aggravante esclusa, ma condanna per omicidio colposo confermata

La Corte di Appello di Venezia, presso la quale l’automobilista aveva appellato la decisione di primo grado, aveva parzialmente riformato la sentenza, in particolare, per ciò che qui interessa, riducendo la pena in relazione al capo B (artt.589, commi 1 e 2, 61 n.3 cod. pen.), previa esclusione dell’aggravante prevista dall’art.61 n.3 cod. pen. Diversamente dai giudici di prime cure, la Corte territoriale aveva considerato che gli accertamenti diagnostici eseguiti nel corso degli anni dall’imputato, con specifico riferimento a eventuali disturbi neurologici, avessero dato sempre esito negativo, per cui gli episodi di perdita di coscienza erano stati ascritti a sincope vasovagale recidivante piuttosto che a disturbi neurologici, senza che i medici curanti avessero avuto modo di perfezionare la diagnosi di “epilessia” e senza che la prescrizione del farmaco “Depakin” presupponesse tale diagnosi.

Le stesse analisi eseguite durante il ricovero dell’imputato dopo l’incidente avevano dato esito negativo, confermando la cruciale testimonianza del suo neurologo curante e inducendo i giudici di appello ad escludere che l’automobilista si fosse posto alla guida della propria auto avendo precisa cognizione di essere malato di epilessia, arrivando così non addebitargli la circostanza aggravante prevista dall’art.61 n.3 cod. pen.

Tuttavia, era stata confermata la condanna per omicidio colposo in quanto la perdita di controllo del veicolo non poteva ritenersi determinata da cause imprevedibili. La Corte d’Appello, infatti, aveva convenuto sul fatto che fosse ben nota all’imputato la malattia connotata da frequenti crisi sincopali, seppure di incerta eziologia, comunque implicanti improvvise perdite di coscienza.

L’automobilista ricorre per Cassazione

L’imputato ha pertanto proposto ricorso anche per Cassazione lamentando innanzitutto contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione per travisamento della prova, laddove i giudici di appello avevano affermato che l’imputato era perfettamente informato del sospetto diagnostico concernente un principio di relazione fra le ricorrenti crisi sincopali patite e una forma di epilessia, mentre gli stessi giudici lo avevano assolto dall’avere falsamente attestato, ai fini del rilascio della patente di guida, di non soffrire di malattie neurologiche proprio perché non era stata mai perfezionata dai medici alcuna diagnosi di epilessia o di altra patologia neurologica.

Non si trattava né di epilessia né di perdita di coscienza

In secondo luogo, il ricorrente ha censurato la sentenza della Corte d’appello lagunare per inosservanza o erronea applicazione della legge in relazione agli artt. 43 e 589 cod. pen., 192, comma 2, cod. proc. pen. per avere i giudici ritenuto che avrebbe dovuto astenersi dal porsi alla guida sulla base di frequenti, ripetuti e comprovati episodi di assenza di coscienza, in realtà verificatisi solamente nei mesi di maggio e di novembre 2004, sette anni prima del tragico evento.

Dall’esame dibattimentale dello specialista che lo aveva in cura era emerso che questi aveva programmato la riduzione completa del farmaco Depakin e aveva spiegato le ragioni che lo avevano indotto a prescrivere tale farmaco, ma i giudici di merito, secondo l’imputato, avevano trascurato tali dichiarazioni. Gli ulteriori episodi indicati nella sentenza erano stati contraddetti, a suo dire, dagli esiti dei due elettroencefalogrammi effettuati il 27 e 31 luglio 2012, mentre era ricoverato dopo l’incidente, e non si trattava, in ogni caso, di episodi di perdita di coscienza ma di un evento parestesico.

Nel ricorso si contestava altresì l’affermazione concernente la condotta dell’imputato, con riferimento all’essersi posto alla guida subito dopo aver avvertito sintomi di malessere, ritenendo tale affermazione contraddetta dalla tempistica degli avvenimenti, e si esaminavano gli episodi verificatisi nel periodo 2004-2009 per desumerne l’eziologia cardiologica e l’inconsistenza di una pronuncia di condanna fondata sulla prova che l’imputato soffrisse di epilessia.

Infine, il ricorrente ha lamentato anche l’inosservanza o erronea applicazione della legge in relazione agli artt. 43 e 589 cod. pen., 533 cod. proc. pen. per essere stata pronunciata la condanna nonostante fossero rimaste dubbie sia la causa della perdita di coscienza del 26 luglio 2012 sia la prevedibilità ed evitabilità dell’evento da parte dell’imputato, nonché la mancanza di motivazione in relazione alla sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, irrogata nella misura massima di quattro anni

La Suprema Corte respinge le doglianze

Ma per la Cassazione i motivi sono infondati o inammissibili. Quanto al primo, gli Ermellini spiegano che “la Corte territoriale ha ribadito il giudizio di colpevolezza sul presupposto che, ancorché ne fosse incerta l’eziologia, all’imputato fosse ben noto il sospetto diagnostico di una relazione tra le crisi sincopali osservate e una forma di epilessia per essergli stato indicato dal neurologo curante, ancorché tale sospetto non avesse trovato conferma negli esami strumentali e non potesse dunque costituire la prova della falsa attestazione che gli era stata contestata ai fini di ottenere il rinnovo della patente. Tanto è sufficiente per escludere il vizio dedotto in quanto la censura inerente al vizio di motivazione per travisamento della prova non comporta la possibilità, per il giudice della legittimità, di effettuare un’indagine sul discorso giustificativo della decisione finalizzata a sovrapporre una propria valutazione a quella già effettuata dai giudici di merito”.

La Suprema Corte definisce inammissibili il secondo terzo motivo di ricorso, essendovi stati riproposti argomenti difensivi già sottoposti all’esame del giudice di appello e riprodotte censure “che tendono a contrastare brani della sentenza di primo grado, omettendo di confrontarsi con il chiaro tenore della sentenza qui impugnata, che ha del tutto chiarito che i dati istruttori avessero evidenziato come, nel corso degli anni, non fosse stato possibile pervenire a diagnosticare l’epilessia a carico dell’imputato per difetto di riscontro neurologico obiettivabile”.

Chiara e corretta la sentenza d’Appello

La Corte di Appello, infatti, come detto, replicando puntualmente alle censure mosse nell’atto di gravame, aveva ritenuto infondata l’affermazione, contenuta nell’imputazione e recepita nella sentenza di primo grado a fondamento della circostanza aggravante di cui all’art.61 n.3 cod. pen., secondo la quale l’imputato avesse realizzato una condotta che si collocava “nel rischio vietato, avendo precisa cognizione di essere malato di epilessia, con ciò violando deliberatamente la norma agendi che impone di farsi carico del pericolo correlato alla descritta diagnosi, nota da anni e fraudolentemente taciuta nel rendere dichiarazione sostitutiva del certificato anamnestico di data 5.5.2008” per citare la sentenza del Tribunale.

Partendo, anzi, dall’assunto per cui i dati istruttori avessero escluso che una diagnosi in tal senso fosse mai stata formulata, la Corte di Appello ha tuttavia ritenuto, con motivazione non manifestamente illogica, che chi abbia subito frequenti, ripetuti e comprovati episodi di “crisi sincopali”, genericamente intese perché di dubbia eziologia, avesse cognizione del fatto che tale perdurante malattia avrebbe potuto condurre nuovamente ad eventi analoghi” chiarisce la sentenza della Cassazione.

I giudici del Palazzaccio, entrando nel cuore del discorso, sostengono che i giudici di merito “hanno fatto corretta applicazione della normativa concernente la cosiddetta causalità della colpa, per come interpretata nelle sentenze della Corte di Cassazione, che ha ripetutamente riconosciuto la possibilità di ricondurre causalmente l’evento alla condotta colposa dell’imputato anche sulla base del comportamento antecedente la materiale condotta di guida, tale da denotare la violazione di elementari regole di prudenza che devono assistere la stessa scelta di porsi alla guida di un veicolo”.

E’ colposa la condotta di chi si mette alla guida in condizioni psico-fisiche non idonee

In materia di circolazione stradale infatti – incalza la Cassazione – può costituire condotta colposa causalmente determinante nella verificazione di un sinistro, come si può desumere dalla attenzione posta dal legislatore alla pericolosità della guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, anche la scelta di porsi alla guida di un veicolo in condizioni psico-fisiche non idonee a garantire il controllo del mezzo”.

Gli Ermellini, dunque, ribadiscono con forza l’orientamento espresso dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione secondo il quale “il giudice può disattendere la tesi difensiva del malore improvviso ed incontrollabile, in tema di omicidio colposo determinato dalla perdita di controllo di un autoveicolo, in assenza di elementi concreti capaci di renderla plausibile ed in presenza, peraltro, di elementi idonei a far ritenere che essa sia stata determinata da altro fattore non imprevedibile che avrebbe dovuto indurre il conducente a desistere dalla guida”.

Il malore improvviso presuppone l’imprevedibilità dell’evento causa di perdita della coscienza

Ls Suprema Corte aggiunge anche che l’improvviso malore, “quale che sia l’inquadramento teorico da seguire (nell’ambito dell’elemento psicologico del reato, quale “caso fortuito”, ovvero nello schema di cui all’art. 42 cod. pen., come ipotesi di compromissione della coscienza, tale da escludere la ricorrenza nella condotta dell’uomo dei caratteri tipici schematizzati della detta disposizione codicistica), presuppone sempre l’imprevedibilità dell’evento causa di perdita della coscienza, cui va riferita l’ingovernabilità della condotta, come tale non più addebitabile a soggetto consapevole e responsabile, il quale, in situazione siffatta, non agit sed agitur. Si tratta, in altre parole, di una accidentalità non conoscibile e non eliminabile con l’uso della comune prudenza e diligenza, che opera imprevedibilmente e non può in alcun modo, nemmeno a titolo di colpa, farsi risalire all’attività psichica dell’agente”.

Premessa tale impostazione teorica, le ulteriori deduzioni difensive si articolano sul giudizio di fatto, conclude la Suprema Corte: “sul se, cioè, la perdita di coscienza, cui è stato imputato l’evento mortale, fosse circostanza prevedibile, ancorché colposamente e colpevolmente non prevista, oppure no, come opina il deducente formulando, però, un giudizio di segno opposto a quello espresso, motivatamente e ragionevolmente, dai giudici di merito. Deduzione, quindi, priva di rilevanza persuasiva in sede di giudizio di legittimità, laddove l’accertamento in fatto, ove correttamente motivato, come nel caso di specie, non può essere posto in discussione.

Per inciso, la Suprema Corte ha respinto anche le doglianze relative “all’immotivato” periodo massimo (quattro anni) inflitto di sospensione della patente di guida. Nel caso concreto, infatti, la gravità della colpa costituiva già una chiara spiegazione delle ragioni che avevano indotto i giudici di merito a determinare la durata della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida in misura pari al massimo edittale.