Articolo Pubblicato il 10 ottobre, 2020 alle 12:00.

La malpractice sanitaria è una materia estremamente delicata e dibattuta, ma uno dei punti su cui sussistono ben poche discussioni riguarda l’infarto: se un paziente si presenta all’ospedale con una sintomatologia che fa sospettare il rischio di un infarto, il medico non può rimandarlo a casa, nemmeno se non è possibile in quel momento disporre tempestivamente il dosaggio degli enzimi, ma deve trattenerlo in osservazione, viceversa difficilmente potrà andare esente da responsabilità.

A ribadire con forza questo principio la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 20754/20 depositata il 30 settembre 2020.

 

Un paziente stroncato da infarto un paio d’ore dopo essere stato dimesso dal Pronto Soccorso

Sul tragico caso, peraltro, la Suprema Corte si era già pronunciata un’altra volta. Un paziente era deceduto per collasso cardiocircolatorio poche ore dopo che il medico di guardia del Pronto Soccorso, dove egli si era recato a seguito di un malore, dopo averlo visitato lo aveva dimesso con una diagnosi tranquillizzante, senza sospettare la possibilità di un infarto e senza sottoporlo alla necessaria osservazione.

La causa per il risarcimento

La moglie aveva agito in giudizio, in proprio e per contro dei figli minori, per ottenere il risarcimento del danno patito ed il Tribunale, in primo grado, aveva accolto la pretesa, condannando il dottore e l’Azienda sanitaria a pagare in solido una cifra pari all’epoca a 772 milioni di lire.

La Corte d’Appello, tuttavia, rinnovata la consulenza tecnica medico-legale, aveva totalmente riformato la sentenza di primo grado respingendo la domanda risarcitoria nei confronti del medico. I familiari della vittima avevano quindi proposto ricorso per Cassazione, che aveva annullato la pronuncia affermando “la contraddittorietà e la apoditticità della motivazione della decisione impugnata nella parte in cui aveva escluso che la condotta del sanitario fosse censurabile sotto il profilo della negligenza e della imperizia e che avesse avuto incidenza causale nella morte del paziente”.

Nel rivalutare nuovamente il caso, quale giudice del rinvio, la Corte territoriale, esaminata la posizione del medico anche alla luce della ulteriore Ctu disposta in sede di rinvio, ne aveva invece affermato la responsabilità, ritenendo la sua condotta censurabile e “legata da un nesso di causalità all’evento letale verificatosi”.

La nuova sentenza è stata quindi nuovamente impugnata presso la Cassazione dal sanitario e dalla sua compagnia di assicurazione la quale, tra le altre cose, ha denunciato l’omesso esame di un fatto a suo dire decisivo per il giudizio, ovvero la circostanza che i consulenti d’ufficio nominati in sede di rinvio avevano evidenziato che il controllo del dosaggio enzimatico, in uso all’epoca dei fatti, non avrebbe potuto offrire risultati prima di quattro-otto ore dal prelievo, e pertanto, quand’anche fosse stato effettuato dal dottore, l’esito non sarebbe stato disponibile nell’arco di poco più di due ore intercorso fra il primo accesso del paziente e il suo decesso, con la conseguenza che “la dedotta omissione del medico risultava comunque irrilevante sul piano causale”: la cosiddetta prova controfattuale.

 

Il paziente andava in ogni caso trattenuto in osservazione

Un punto che in verità aveva considerato anche la Corte d’appello, ammettendo che all’epoca occorrevano 4-8 ore per rinvenire gli enzimi a livello ematico, ma arrivando a ritenere non decisivo tale elemento al fine di escludere la possibilità di diagnosticare l’infarto e, con essa, la necessità di disporre l’osservazione ospedaliera del paziente.

Il Collegio territoriale, in particolare, aveva dato conto delle risultanze delle consulenze effettuate nel corso del giudizio civile (oltre a quella fatta svolgere dal Pubblico Ministero nel procedimento penale), evidenziando come la situazione esistente all’atto del primo ingresso della vittima in ospedale, e cioè “dolore toracico severo e prolungato, storia clinica, esame Ecg recante alterazioni equivoche”, imponesse appunto l’osservazione ospedaliera del paziente, pur a fronte dell’impossibilità di disporre tempestivamente del dosaggio degli enzimi.

E aveva concluso che  “appare illogico sostenere che la causa più probabile della morte sia da ricondurre ad un evento improvviso e perciò imprevedibile (tale da non poter essere fronteggiato nemmeno se il paziente fosse stato trattenuto in ospedale) e non piuttosto ad una patologia cardiaca” e che “una diversa condotta del medico – improntata ad un adeguato controllo del paziente – avrebbe consentito l’adozione di tempestive misure terapeutiche al primo insorgere di segni che deponessero per un infarto miocardico acuto e, pertanto, avrebbe potuto con buone probabilità evitare il decesso”.

Conclusioni ritenute inappuntabili dalla Suprema Corte, che ha rigettato i ricorsi confermando la condanna del medico e della struttura sanitaria a risarcire gli eredi della vittima.