Articolo Pubblicato il 4 ottobre, 2020 alle 10:00.

L’informazione e la formazione del personale sulle normative di sicurezza è imprescindibile: il datore di lavoro che omette di farlo è automaticamente responsabile degli infortuni che accadono. A ribadire con forza questo principio, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27242/20 depositata il primo ottobre 2020 con la quale la Suprema Corte ha definitivamente giudicato l’ennesimo, tragico caso di morte bianca, quella del socio lavoratore di una cooperativa piemontese addetto all’abbattimento di alberi, attività ad alto rischio non nuova a incidenti gravi e mortali.

 

Un taglialegna investito dalla caduta di un albero: datore di lavoro a processo

La vittima, il 27 settembre 2011, stava tagliando dei pioppi in un terreno privato: dopo aver proceduto a realizzare la cosiddetta “tacca di direzione” alla base dell’albero per determinarne la direzione di caduta ed aver ultimato il taglio, la pianta cadendo aveva urtato con i rami l’albero vicino, andando a colpire con la base del tronco il torace del taglialegna, deceduto sul colpo.

Per quell’incidente era finito sotto processo per omicidio colposo, con l’aggravante di essere stato commesso in violazione delle norme di prevenzione degli infortuni sul lavoro, il presidente della società cooperativa, per colpa consistita in negligenza, imprudenza ed imperizia ed in violazione, appunto, delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro. In particolare, gli si contestava di per aver omesso di indicare nel documento di valutazione dei rischi lavorativi le idonee misure di prevenzione e protezione attuate in relazione alla mansione di operaio addetto all’abbattimento piante e per non aver fornito al dipendente le necessarie informazioni e la adeguata formazione in merito ai rischi e alle procedure da adottare.

Il Tribunale di Alessandria, nel 2013, all’esito di giudizio abbreviato, e concesse le attenuanti generiche equivalenti all’aggravante contestata e operata la diminuente per il rito, lo aveva condannato a dieci mesi di reclusione, con il beneficio della sospensione condizionale della pena, ritenendolo responsabile. La Corte di Appello di Torino, con sentenza del 20 maggio 2019, in parziale riforma della decisione di primo grado, aveva riconosciuto in favore dell’imputato il beneficio della non menzione, ma per il resto aveva confermato in toto la sentenza del Tribunale.

 

L’imputato ricorre per Cassazione contestando la “causalità della colpa”

Il presidente della cooperativa ha quindi proposto ricorso anche per Cassazione ed il motivo che qui preme riguarda la presunta insussistenza della causalità della colpa. Il ricorrente ha obiettato che era comunque previsto nel documento di valutazione dei rischi, poi revisionato alla luce del tragico fatto, che la valutazione sull’adeguatezza della tecnica di abbattimento andasse fatta caso per caso da persona esperta, aggiungendo che, non essendo mai stato messo a conoscenza del tipo di lavoro che il socio lavoratore aveva deciso di effettuare autonomamente, con propria attrezzatura e sulla base degli accordi intercorsi direttamente con il proprietario del terreno, egli, come datore di lavoro, non sarebbe stato messo nelle condizioni di far precedere l’attività dalla valutazione del singolo caso, anche nell’ipotesi in cui fosse stato già in vigore al momento del fatto il documento di valutazione dei rischi come revisionato successivamente.

Di conseguenza, non si sarebbe potuta addebitargli la violazione di una regolare cautelare in relazione ad una modalità operativa attuata dal lavoratore a lui totalmente ignota.

La Cassazione chiarisce che non può essere ascritto all’autore a titolo di colpa qualsiasi evento riconducibile causalmente alla condotta trasgressiva, ma solo quello evitabile con la condotta non trasgressiva. “Si tratta – spiegano gli Ermellini – di accertare il rapporto di causalità tra la condotta colposa e l’evento, verificando la sussumibilità dell’evento determinato dalla condotta trasgressiva di una regola cautelare nel novero di quegli eventi che la stessa norma mirava a scongiurare. Si tratta del principio della cosiddetta causalità della colpa, nel senso che il rimprovero colposo deve riguardare la realizzazione di un fatto di reato che poteva essere evitato mediante l’esigibile osservanza delle norme cautelari violate.

Dal che si profila il versante più oggettivo della colpa, nel senso che, per potere affermare una responsabilità colposa, non è sufficiente che il risultato offensivo tipico si sia prodotto come conseguenza di una condotta inosservante di una determinata regola cautelare, ma occorre che il risultato offensivo corrisponda proprio a quel pericolo che la regola cautelare violata intendeva fronteggiare.

Occorre, cioè, che il risultato offensivo sia la concretizzazione del pericolo preso in considerazione dalla norma cautelare; ovvero, che l’evento lesivo rientri nella classe di eventi alla cui prevenzione era destinata la norma cautelare. Si evidenzia così la cosiddetta causalità della colpa e cioè il principio secondo cui il mancato rispetto della regola cautelare di comportamento da parte di uno dei soggetti coinvolti in una fattispecie colposa non è di per sé sufficiente per affermare la responsabilità di questo per l’evento dannoso verificatosi, se non si dimostri l’esistenza in concreto del nesso causale tra la condotta violatrice e l’evento”.

 

In tema di infortuni le norme generali valgono anche per le cooperative

Premesso questo, però, nel caso in esame, la Suprema Corte condivide risposta affermativa riguardo a questa questione data dai giudici di merito, “poiché l’obbligo di curare la redazione del piano di sicurezza e l’aggiornamento dello stesso, così come quello di formazione ed informazione del lavoratore, che incombe sul datore di lavoro ha proprio il fine di preservare la sicurezza dei luoghi di lavoro e delle operazioni che si vanno a compiere”.

La responsabilità del presidente della cooperativa, peraltro, secondo i giudici del Palazzaccio, va ravvisata “non solo nella mancata formazione e informazione del lavoratore ma principalmente nella completa omissione della preventiva valutazione della scelta della probabile via fuga, necessaria al fine di operare in sicurezza, per scongiurare il pericolo di investimento del taglialegna”. E non c’è alcun dubbio che, in tema di sicurezza sui luoghi di lavoro e di prevenzione degli infortuni, ai sensi dell’art. 2 D.Lgs. n. 626 del 1994, i soci delle cooperative siano equiparati ai lavoratori subordinati – sgombera i dubbi in merito la Suprema Corte – e che la definizione di “datore di lavoro”, riferendosi a chi ha la responsabilità della impresa o dell‘unità produttiva, comprenda il legale rappresentante di un’impresa cooperativa.

Costituisce ius receptum, infatti, il principio che beneficiari delle norme di tutela della sicurezza del lavoro sono, oltre i lavoratori dipendenti, i soci di cooperative di lavoro. Il presidente e legale rappresentante di una cooperativa di lavoro, pertanto, deve essere considerato destinatario delle norme antinfortunistiche quando a questa spetti di eseguire le opere.

 

L’omessa formazione e la non corretta analisi dei rischi dell’attività

Logica appare pertanto la conclusione, cui era pervenuto anche il giudice di primo grado proprio in termini di quella causalità della colpa, che l’infortunio sia avvenuto, in primis, proprio in conseguenza di una non corretta analisi dei rischi connessi all’esercizio della rischiosa attività di abbattimento delle piante e di una non corretta formazione del lavoratore, che svolgeva funzioni di capo squadra ed era incaricato del taglio degli alberi e non ha operato in sicurezza.

La Cassazione cita anche la relazione dello Spresal, da cui emergeva che l’analisi del documento di valutazione dei rischi lavorativi della società evidenziava che “i numerosi ed elevati rischi connessi al taglio delle piante in aree boschive non erano sostanzialmente trattati. L’atto conteneva solo generiche e aspecifiche indicazioni”.

Ma nel realizzarsi della tragedia è risultato soprattutto decisivo, aggiunge la Cassazione, il fatto che il lavoratore deceduto, nonostante avesse una lunga esperienza lavorativa, non era stato avvisato e formato circa la necessità di allontanarsi dalla zona del taglio quando il collega procedeva a tirare con il verricello la pianta, ma si era fermato sul posto, per ultimare il taglio, nel momento in cui la pianta si trovava adeguatamente tirata verso il semovente: il figlio della vittima, che si trovava con il padre, aveva spiegato che questi non si era allontanato dalla pianta quando aveva iniziato a tirarla con il cavo, ma solo nella fase finale del taglio, ovvero quando essa stava ormai per cadere.

 

Formazione, informazione e addestramento

In altre parole il lavoratore – sottolineano i giudici del Palazzaccio, battendo molto sulla formazione – non aveva ricevuto alcuna istruzione e formazione sul punto e aveva adottato una tecnica operativa rischiosa che l’azienda per cui lavorava non aveva curato in alcun modo di modificare. Formazione, informazione e addestramento sono attività che l’art. 2 del d.lgs. 81/08 distingue chiaramente, specificandone i diversi contenuti”.

Nel dettaglio: “”formazione”, processo educativo attraverso il quale trasferire ai lavoratori ed agli altri soggetti del sistema di prevenzione e protezione aziendale conoscenze e procedure utili alla acquisizione di competenze per lo svolgimento in sicurezza dei rispettivi compiti in azienda e alla identificazione, alla riduzione e alla gestione dei rischi; “informazione”, complesso delle attività dirette a fornire conoscenze utili alla identificazione, alla riduzione e alla gestione dei rischi in ambiente di lavoro; “addestramento”, complesso delle attività dirette a fare apprendere ai lavoratori l’uso corretto di attrezzature, macchine, impianti, sostanze, dispositivi, anche di protezione individuale, e le procedure di lavoro.

 

Il titolare deve anche controllare costantemente il rispetto delle norme da parte dei dipendenti

E qui la Cassazione ricorda tutte le norme di riferimento contenute negli articoli 36 e 37 d.lgs. 81/08 e rammenta che “la violazione degli obblighi inerenti la formazione e l’informazione dei lavoratori integra un reato permanente, in quanto il pericolo per l’incolumità dei lavoratori permane nel tempo e l’obbligo in capo al datore di lavoro continua nel corso dello svolgimento del rapporto lavorativo fino al momento della concreta formazione impartita o della cessazione del rapporto.

Il datore di lavoro deve non solo predisporre le idonee misure di sicurezza ed impartire le direttive da seguire a tale scopo, ma anche, e soprattutto, controllarne costantemente il rispetto da parte dei lavoratori, di guisa che sia evitata la superficiale tentazione di trascurarle.

Si afferma pacificamente in giurisprudenza, infatti, che il datore di lavoro risponde dell’infortunio occorso al lavoratore, in caso di violazione degli obblighi, di portata generale, relativi alla valutazione dei rischi presenti nei luoghi di lavoro nei quali siano chiamati ad operare i dipendenti, e della formazione dei lavoratori in ordine ai rischi connessi alle mansioni, anche in correlazione al luogo in cui devono essere svolte. È infatti tramite l’adempimento di tale obbligo che il datore di lavoro rende edotti i lavoratori dei rischi specifici cui sono.

Ove egli non adempia a tale fondamentale obbligo, sarà chiamato a rispondere dell’infortunio occorso al lavoratore, laddove l’omessa formazione possa dirsi causalmente legata alla verificazione dell’evento”.

 

L’imprudenza del lavoratore non sgrava di responsabilità il datore di lavoro

Non può infatti venire in soccorso del datore di lavoro – come pretenderebbe il ricorrente – il comportamento imprudente posto in essere dai lavoratori non adeguatamente formati – prosegue la sentenza – Il datore di lavoro che non adempie agli obblighi di informazione e formazione gravanti su di lui e sui suoi delegati risponde, infatti, a titolo di colpa specifica, dell’infortunio dipeso dalla negligenza del lavoratore il quale, nell’espletamento delle proprie mansioni, pone in essere condotte imprudenti, trattandosi di conseguenza diretta e prevedibile della inadempienza degli obblighi formativi”.

Formazione indispensabile anche se l’addetto è esperto

L’obbligo di informazione e formazione dei dipendenti, gravante sul datore di lavoro, va a concludere la Suprema Corte, “non è escluso né è surrogabile neppure dal personale bagaglio di conoscenza del lavoratore, formatosi per effetto di una lunga esperienza operativa, o per il travaso di conoscenza che comunemente si realizza nella collaborazione tra lavoratori, anche posti in relazione gerarchica tra di loro. Ciò in quanto l’apprendimento insorgente da fatto del lavoratore medesimo e la socializzazione delle esperienze e della prassi di lavoro non si identificano e tanto meno valgono a surrogare le attività di informazione e di formazione prevista dalla legge e gravanti sul datore di lavoro”.

Insomma, riassume e conclude la Suprema Corte respingendo il ricorso e confermando la condanna del presidente della cooperativa, “più in generale, in tema di prevenzione di infortuni sul lavoro, il datore di lavoro deve non solo predisporre le idonee misure di sicurezza ed impartire le direttive da seguire a tale scopo, ma anche, e soprattutto, controllarne costantemente il rispetto da parte dei lavoratori, di guisa che sia evitata la superficiale tentazione di trascurarle. In tema di sicurezza sul lavoro, ai sensi dell’art. 73, commi 1 e 2, lett. b), d.lgs. 9 aprile 2008, n. 81, il datore di lavoro è tenuto ad informare il lavoratore dei rischi propri dell’attività cui è preposto e di quelli che possono derivare dall’esecuzione di operazioni da parte di altri, ove interferenti, ed è obbligato a mettere a disposizione dei lavoratori, per ciascuna attrezzatura, ogni informazione e istruzione d’uso necessaria alla salvaguardia dell’incolumità, anche se relative a strumenti non usati normalmente”.