Articolo Pubblicato il 26 marzo, 2020 alle 12:00.

Il reato di inquinamento ambientale, ex art. 452 bis del Codice Penale, non è un reato di pericolo ma di danno, integrato da un evento di danneggiamento, in quanto va a punire il fatto che siano stati cagionati “abusivamente” una “compromissione” o un “deterioramento” “significativi” e “misurabili”, di uno dei profili in cui si declina il bene “ambiente”, come descritti nella fattispecie in esame al comma 1, n. 1 (acqua, aria, suolo e sottosuolo) e al n. 2 (ecosistema, biodiversità, flora e fauna).

E non è prevista, ai fini della configurabilità del reato, anche l’irreversibilità del danno. Sono una precisazione e una distinzione non di poco conto quelle operate dalla Cassazione, terza sezione penale, con la sentenza n. 9736/20 depositata il 30 gennaio 2020.

 

Obbligo di dimora per un pescatore di corallo rosso di frodo

La Suprema Corte si è trovata ad occuparsi del caso di un uomo nei cui confronti erano state mosse quattro distinte contestazioni ex art. 452-bis c.p. per aver causato, appunto, una compromissione e un deterioramento significativi e misurabili dell’ecosistema marino della zona denominata “Fondali marini di Punta Campanella e Capri” effettuando, tra il 2016 e 2018, la pesca abusiva di corallo rosso mediterraneo, in assenza di titolo abilitativo e con modalità vietate, ossia mediante pesca subacquea con uso di bombole e un metodo di raccolta distruttivo, con rottura ed escissione del substrato roccioso.

In relazione ai capi d’accusa il Gip del Tribunale di Salerno aveva applicato a carico dell’imputato l’obbligo di dimora, misura confermata anche dal Tribunale della Libertà cittadino a cui il pescatore di frodo si era appellato per il rigetto del provvedimento.

 

L’imputato ricorre per Cassazione

L’uomo però, attraverso il proprio legale, ha proposto ricorso anche per Cassazione contro quest’ultima ordinanza, asserendo che nel caso specifico sarebbero mancati gli elementi costitutivi del delitto di “inquinamento ambientale“, non essendovi stato alcun danno a fronte della asserita “esiguità” del corallo asportato, pari complessivamente a meno di tre kg: a suo dire andava applicato piuttosto il D.M. 21/12/2018 del Ministero delle politiche agricole e alimentari, che disciplina le modalità della pesca del corallo e le sanzioni in caso di pesca in assenza di licenza.

L’imputato è persino arrivato ad eccepire l’illegittimità costituzionale dell’art. 452- bis cod. pen. per contrasto con gli artt. 25 Cost. e 7 CEDU, sostenendo che la fattispecie sarebbe indeterminata, non individuando con precisione la soglia oltre la quale una contaminazione diventa “inquinamento ambientale”, non essendo decisivi, in tal senso, i parametri della “significatività” e della “misurabilità”, essendo vaghi e generici.

La Cassazione respinge il ricorso

Ma per la Cassazione il ricorso è infondato. La Suprema Corte premette innanzitutto che il ricorrente non ha mai contestato i fatti ascrittigli e ricorda (per inciso) che il corallo rosso mediterraneo (Corallium rubrum), è una specie importante dell‘habitat a coralligeno, classificato come “prioritario per la conservazione”,  inserito nella lista IUCN (International Union for Conservation on Nature) come “specie a rischio di estinzione” e di interesse comunitario ai sensi dell’allegato V Direttiva CE 92/43 e con l’ulteriore, importante ruolo di “ingegnere eco sistemico di lungo corso”. Rilevando anche come, per il ripristino di condizioni analoghe a quelle distrutte dalle attività di prelievo clandestino, sia stimata una durata del ciclo vitale pari a 50 anni, in assenza di ulteriori raccolte o altri fattori esogeni.

 

Inquinamento ambientale reato di danno, non di pericolo

Ciò premesso, “la fattispecie descritta dall’art. 452-bis cod. pen. è posta tutela dell’ambiente, come chiaramente emerge sia dalla sua collocazione tra i “Delitti contro l’ambiente“, oggetto di considerazione da parte del Titolo VI-bis del libro secondo del codice penale, sia dalla struttura stessa dell‘illecito, come si desume, in particolare, dall’oggetto del reato.

Si tratta infatti di un reato di danno, e non già di pericolo, integrato da un evento di danneggiamento, essendo punito il cagionare abusivamente una “compromissione” o un “deterioramento, che siano “significativi” e “misurabili”, di uno dei profili in cui si declina il bene “ambiente”, come descritti al n. 1 e al n. 2 del comma 1, tra cui, ai fini che qui interessano, un ecosistema” spiegano gli Ermellini.

I quali poi chiariscono che la “compromissione” e il “deterioramento” consistono in un’alterazione, significativa e misurabile, della originaria consistenza della matrice ambientale o dell‘ecosistema, “caratterizzata, nel caso della “compromissione”, da una condizione di squilibrio funzionale, incidente sui processi naturali correlati alla specificità della matrice o dell’ecosistema medesimi e che attiene alla relazione del bene aggredito con l’uomo e ai bisogni o interessi che il bene medesimo deve soddisfare; nel caso del “deterioramento”, da una condizione di squilibrio “strutturale”, connesso al decadimento dello stato o della qualità degli stessi e che consiste in una riduzione della cosa che ne costituisce oggetto in uno stato tale da diminuirne in modo apprezzabile, il valore o da impedirne anche parzialmente l’uso, ovvero da rendere necessaria, per il ripristino, una attività non agevole”.

 

Non è richiesta l’irreversibilità del danno

Ma la Cassazione sottolinea anche che, “per la sussistenza del reato, non è richiesta anche l’irreversibilità del danno, requisito non contemplato tra i requisiti del fatto. Ne consegue che le condotte poste in essere successivamente all’iniziale deterioramento o compromissione del bene non costituiscono un post factum non punibile, ma integrano invece singoli atti di un’unica azione lesiva che spostano in avanti la cessazione della consumazione, sino a quando la compromissione o il deterioramento diventano irreversibili, o comportano una delle conseguenze tipiche previste dal successivo reato di disastro ambientale di cui all’art. 452-quater cod. pen”.

Come precisano ulteriormente i giudici del Palazzaccio, infatti, l’evento può assumere il carattere di “significatività” anche a seguito di un’attività seriale ripetuta nel tempo, ciascuna delle quali, isolatamente considerata, non è in grado di incidere sul bene tutelato in termini, appunto, di “significatività”. “Da ciò deriva che l’evento è unico, allorquando sia il risultato della sommatoria di una pluralità di condotte, all’esito delle quali il deterioramento o la compromissione di un medesimo contesto ambientale raggiunge il grado di compromissione richiesto per l’integrazione del fatto.

E una volta che il reato è consumato, avendo l’offesa raggiunto un livello di “significatività”, le condotte successive, ad oggetto il medesimo ecosistema, hanno l’effetto per un verso di incidere sulla gravità dell’unico reato, e quindi sono valutabili ex art. 133 cod. pen., e, dall’altro, spostano in avanti il momento consumativo del reato medesimo, ciò che rileva sulla decorrenza del termine di prescrizione, ferma restando, ricorrendone i presupposti, la configurabilità del più grave delitto di cui all’452-quater cod. pen. 8”.

 

Arrecato un pesante detrimento all’intero ecosistema

In conclusione, per la Cassazione il Tribunale cautelare si è attenuto a tutte queste “coordinate ermeneutiche”.

Pacifica l’abusività della condotta, non avendo l’imputato le necessarie autorizzazioni che, in ogni caso, non valgono per la pesca in aree protette, come quella in esame, i giudici cautelari, valorizzando la consulenza tecnica elaborata dalla Stazione zoologica di Napoli, hanno sottolineato come “il materiale raccolto indichi la presenza di raccolta distruttiva massiva delle colonie e nei confronti dell’habitat protetto“, e come “la raccolta tramite rimozione e in alcuni casi anche la rottura stessa delle colonie più grandi (come evidenziato dai tentativi di incollaggio dei frammenti basali) indica che la rimozione delle colonie più grandi di corallo rosso, poste sotto sequestro, abbia causato un danno ambientale ed ecologico considerevole, sia a livello di specie, sia a livello di habitat”.

Il danno da rimozione di colonie di corallo è risultato tanto più significativo in quanto, come appurato dal Tribunale cautelare sulla base della consulenza, per un verso il ciclo vitale perché si raggiungano le condizioni analoghe a quelle distrutte dall’attività predatoria è pari ad almeno 40-50 anni, sia perché tale rimozione ha una forte implicazione negativa a livello riproduttivo della specie. Tutti aspetti “decisivi” su cui il ricorrente non ha preso posizione alcuna.

Dunque, provvedimento restrittivo confermato.