Articolo Pubblicato il 26 luglio, 2020 alle 10:00.

Risponde del reato di favoreggiamento chi mente sulla dinamica di un infortunio sul lavoro per coprire le responsabilità del suo titolare o del responsabile della sicurezza. Lo ha ribadito con forza la Corte di Cassazione, che nella sentenza n. 22253/20, depositata il 23 luglio 2020, ha affrontato una circostanza che purtroppo non si verifica di rado nei cantieri o negli ambienti di lavoro, con lavoratori che, nel timore di ritorsioni, mistificano i fatti rendendosi così complici dei loro titolari o di altri colleghi.

 

Operaio condannato per favoreggiamento per aver mentito sull’infortunio occorso al collega

La vicenda in questione riguarda appunto un operaio che il Tribunale di Milano aveva ritenuto colpevole del reato di cui all’art. 378 del codice penale (favoreggiamento personale): giudizio di responsabilità confermato anche dalla Corte d’Appello meneghina, che aveva solo modificato e ridotto il trattamento sanzionatorio nei confronti dell’imputato,  in virtù del riconoscimento delle attenuanti generiche, che erano state invece negate in primo grado.

Secondo i giudici, l’imputato, mentendo alle autorità di polizia giudiziaria sulle modalità di un infortunio sul lavoro accaduto a un suo collega e avvenuto in suo presenza, aveva reso dichiarazioni potenzialmente utili a sviare le indagini che si svolgevano, per quell’incidente, nei confronti del responsabile della sicurezza per l’ipotesi di reato di cui all’art. 590 cod. pen., ossia lesioni personali colpose gravi.

 

Il lavoratore ricorre per Cassazione contestando la credibilità data all’operaio infortunato

Il lavoratore, dopo aver appellato la sentenza del Tribunale, ha quindi proposto ricorso per Cassazione anche contro quella d’appello, dolendosi che i giudici territoriali avessero accordato credibilità all’operaio infortunatosi, nonostante le sue iniziali reticenze e la diversa versione dei fatti che aveva fornito in un primo tempo, e che escludeva ogni responsabilità per il datore di lavoro e per il responsabile della sicurezza del cantiere ove il fatto si era verificato.

Un’originaria versione che invece coincideva con le sua stessa testimonianza, in particolare circa la sua assenza dal luogo del sinistro nel momento in cui era accaduto. A suo dire la Corte territoriale avrebbe travisato queste dichiarazioni ritenendo che il timore di ritorsioni da parte del datore di lavoro fosse stato all’origine della non coincidenza al vero della prima versione fornita, così come le dichiarazioni degli altri lavoratori presenti sul cantiere i quali, sentiti dalla ASL di Milano, avevano tutti negato la presenza dell’imputato sul luogo del sinistro.

 

E la mancata configurabilità dell’esimente della necessità di “salvare se stesso”

Il ricorrente, inoltre, ed è quello che più interessa, con il secondo motivo ha lamentato difetto di motivazione e violazione di legge quanto alla ritenuta non configurabilità dell’esimente di cui all’art. 384 cod. pen., che così recita: “Nei casi previsti dagli articoli 361, 362 (…) e 378 non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto”.

Nel concludere per la non applicabilità alla specie dell’esimente in oggetto la Corte territoriale, secondo il lavoratore, si sarebbe avvalsa di una argomentazione tautologica nel ritenere non dimostrate le concrete prospettive di licenziamento che nel caso avevano giustificato le dichiarazioni dell’imputato; per altro verso, non avrebbe considerato che la situazione di pericolo che nel caso potrebbe aver giustificato le dichiarazioni del ricorrente trovava ragione nella necessità di perseguire un suo diritto di difesa, evitando indagini a proprio carico nell’ambito dell’infortunio occorso al collega.

 

La Cassazione respinge le doglianze

Ma per la Cassazione  il ricorso è inammissibile. Quanto al primo motivo la Suprema Corte ricorda  per l’ennesima volta che non è consentito, in sede di legittimità, proporre un’interlocuzione diretta in ordine al contenuto delle prove già ampiamente scrutinato in sede di merito, sollecitandone un nuovo esame attraverso evocati vizi della motivazione “che in realtà mirano solo a una diversa e alternativa valutazione del compendio di riferimento. In questo modo si sollecita la Corte di Cassazione a sovrapporre la propria valutazione a quella dei giudici di merito laddove ciò non è consentito, nemmeno quando si cerchi di pervenire a detto risultato eccependo, come nella specie, un asserito travisamento della prova, posto a fondamento, implicitamente, anche della contestata configurabilità del reato ascritto al ricorrente”.

Nello specifico, infatti, proseguono i giudici del Palazzaccio, “il ricorrente più che eccepire un travisamento probatorio, nella sostanza finisce per lamentare un non consentito travisamento del fatto, perché attinge a piene mani dagli snodi fondamentali del compendio probatorio per giungere alla dimostrazione, in base ad una diversa e alternativa lettura dello stesso, della ritenuta insussistenza degli elementi utili alla configurazione del fatto di reato oggetto di imputazione”.

Ma, soprattutto, per la Cassazione, è inammissibile anche il secondo motivo del ricorso. In primo luogo perché, evocando l’esimente in questione, il ricorrente entra in “immediato contrasto logico” con la prospettiva difensiva sottesa al primo motivo di ricorso, che invece puntava a negare il “substrato fattuale” a sostegno del favoreggiamento.

 

Contraddittorio e infondato il rischio di licenziamento addotto dal ricorrente

In secondo luogo perché, come “del tutto correttamente” aveva segnalato la Corte territoriale, il pericolo di essere licenziato se avesse detto la verità addotto secondo la prospettiva difensiva offerta in appello dall’imputato, “non risponde ad una concreta dimostrazione in punto di fatto ma ad una mera suggestione logica, peraltro immediatamente smentita dalla conferma delle dichiarazioni mendaci che hanno concretato il favoreggiamento contestato, ribadite dal ricorrente nel corso del giudizio, allorquando era già stato licenziato da tempo e poteva avvalersi della via d’uscita garantita dall’ad 376 cod. pen”.

Il quale così recita: “nei casi previsti dagli articoli 371bis (…) e dall’art. 378, il colpevole non è punibile se, nel procedimento penale dove ha prestato il suo ufficio o reso le sue dichiarazioni, ritratta il falso e manifesta il vero non oltre la chiusura del dibattimento”.

Per i giudici del Palazzazzio, infine, non regge neppure il tentativo dell’operaio di riferirsi a una situazione di necessità correlata all’esigenza di sottrarsi a diretti profili di responsabilità, per aver in qualche modo contribuito al sinistro del collega: “questa prospettiva – conclude la Cassazione -, benché smentita apertamente dalla motivazione della sentenza di primo grado, non risulta neppure sollecitata in occasione dell’appello e non può essere dunque addotta in sede di legittimità, legandosi ad elementi in fatto diversi da quelli devoluti alla Corte territoriale”.

Dunque, ricorso respinto e condanna per favoreggiamento confermata.