Articolo Pubblicato il 16 marzo, 2020 alle 11:10.

Non è un mistero che una buona percentuale delle liti condominiali, su cui in Italia pendono oltre due milioni di cause civili, siano dovute ai rumori eccessivi prodotti dai vicini. I danneggiati però possono far valere con successo le loro ragioni e i disturbatori “incalliti” rischiano grosso, compresa una condanna penale e al risarcimento dei danni.

E’ quello che è toccato a un calabrese il quale, nonostante tutte le richieste “bonarie” di mettere la sordina, ha continuato per mesi a rendere la vita e il sonno impossibile agli altri condomini ascoltando lo stereo di casa a tutto volume e a tutte le ore del giorno: la Cassazione, occupatasi della vicenda con la sentenza n. 8966/20 depositata il 5 marzo 2020, ha confermato la condanna dell’imputato alla pena di 200 euro di ammenda, oltre al risarcimento del danno nei confronti della parte civile, liquidato in duemila euro.

 

Una condomina cita in causa un vicino che ascolta la radio a tutto volume

A citarlo in giudizio era stata una vicina di casa esasperata dalla musica a palla “sparata” dagli apparecchi radiofonici dell’abitazione dell’uomo e, con sentenza del 23 maggio 2018, il Tribunale di Cosenza lo aveva appunto condannato.

L’imputato, però, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando, in primo luogo, vizi della motivazione della sentenza impugnata in relazione all’accertamento della responsabilità penale, che si sarebbe basato sulle dichiarazioni accusatorie della parte civile, una persona a suo dire poco attendibile, per la sua inimicizia con l’imputato e per la sua scarsa sopportazione del rumore, a causa dei problemi di insonnia da cui era affetta.

Secondo la tesi difensiva, solo questa vicina di casa, e non anche gli altri condomini, avrebbero percepito i rumori molesti, e inoltre mancavano le misurazioni con strumentazioni “ufficiali” da cui desumere il superamento della soglia di tollerabilità, a fronte del fatto che molte delle persone che abitavano a pochi metri dall’imputato non si erano lamentate di nulla.

 

La Cassazione respinge il ricorso dell’imputato

Secondo la Suprema Corte, tuttavia, il ricorso è infondato.

Per gli Ermellini il Tribunale ha coerentemente rilevato che “il disturbo posto in essere dall’imputato era caratterizzato dalla specifica volontà di molestare i vicini, come confermato dalla parte civile, dal padre e dalla sorella, nonché da un altro teste”, e le testimonianze dei vicini “trovavano ampia conferma in quanto accertato dalla polizia giudiziaria direttamente sul posto”. Inoltre, “i riscontri parziali e indiretti alla testimonianza della parte civile rendono credibile il complesso del suo narrato accusatorio anche nelle parti in cui non riceve riscontro diretto”.

Ancora, la Cassazione ritiene poco credibile la ricostruzione dei fatti proposta dall’imputato, secondo il quale “l’impianto stereo veniva acceso solo per il suo asilo, perché si basa sull’inverosimile assunto che l’impianto fosse collegato ad un telecomando arbitrariamente utilizzabile dai bambini e dalle insegnanti, incuranti delle molestie prodotte”.

 

Comprovato il disturbo a una pluralità indefinita di soggetti

La Suprema Corte, quindi, appura la sussistenza di una delle circostanze basilari per la configurazione del reato, e cioè la presenza di “una pluralità, potenzialmente indefinita, di soggetti danneggiati, perché il disturbo dolosamente posto in essere dall’imputato ai danni della parte civile va oggettivamente ben oltre la sua intenzione”.

Non solo. In casi come questi, “il carattere doloso della condotta dell’imputato” e la “conclamata rumorosità dell’impianto stereo” rendono del tutto superflua, sul piano logico, “la misurazione dell’esatta intensità del rumore prodotto”.

Confermato anche il risarcimento dovuto, che pure l’imputato aveva contestato in ragione della sua quantificazione equitativa. “Nel liquidare, in favore della parte civile, la somma di euro 2000,00 – peraltro piuttosto modesta – il Tribunale muove implicitamente dalla descrizione del fatto contenuta nella sentenza.

Prende, dunque, in considerazione la non scarsa offensività del reato, rappresentato da condotte reiterate caratterizzate da un dolo di persecuzione nei confronti dei vicini” conclude la sentenza, rigettando il ricorso e condannando l’imputato anche al pagamento delle spese processuali.