Articolo Pubblicato il 18 luglio, 2020 alle 10:00.

Gli Stati membri devono riconoscere un indennizzo a tutte le vittime di reati intenzionali violenti, anche a quelle residenti nel territorio degli Stati stessi: indennizzo che non deve necessariamente corrispondere al ristoro integrale dei danni, ma il suo importo non può neppure essere puramente simbolico. E’ una presa di posizione forte per le persone danneggiate quella assunta dalla Corte di Giustizia europea con la sentenza pronunciata il 16 luglio 2020 nella causa C-129/19 riguardante proprio l’Italia e, più precisamente, il clamoroso caso di una donna stuprata risarcita con meno di cinquemila euro.

La Corte, riunita in Grande Sezione, ha dichiarato, in primo luogo, che il regime della responsabilità extracontrattuale di uno Stato membro per danno causato dalla violazione del diritto dell’Unione è applicabile, per il motivo che tale Stato membro non ha trasposto in tempo utile la direttiva 2004/80/CE del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa all’indennizzo delle vittime di reato (GU 2004, L 261, pag. 15), nei confronti (anche) di vittime residenti in detto Stato, nel cui territorio il reato intenzionale violento è stato commesso.

In secondo luogo, ha statuito che un indennizzo forfettario concesso alle vittime di violenza sessuale sulla base di un sistema nazionale di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti non può essere qualificato come “equo ed adeguato”, ai sensi di tale disposizione, qualora sia fissato senza tenere conto della gravità delle conseguenze del reato per le vittime e non rappresenti quindi un appropriato contributo al ristoro del danno materiale e morale subito.

 

Una donna vittima di violenza sessuale chiede i danni allo Stato

Nel caso di specie, nell’ottobre del 2005 una cittadina italiana residente in Italia era stata vittima di violenza sessuale commessa nello stesso territorio italiano. La somma di 50mila euro che gli autori della violenza erano stati condannati a pagarle a titolo di risarcimento danni non le era tuttavia stata versata in quanto i colpevoli si erano resi latitanti. Nel febbraio del 2009 la donna aveva quindi citato in giudizio la Presidenza del Consiglio dei Ministri per ottenere il risarcimento del danno che essa affermava di avere subito in conseguenza della mancata trasposizione, in tempo utile, da parte dell’Italia, della direttiva 2004/80: ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 2, di tale disposizione, infatti, tutti gli stati membri dovevano provvedere “a che le loro normative nazionali prevedano l’esistenza di un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori, che garantisca un indennizzo equo ed adeguato delle vittime”.

 

I giudici italiani demandano la questione alla Corte Ue

Nel corso del procedimento, la Presidenza del Consiglio dei Ministri era stata condannata in primo grado a versarle la somma di 90mila euro, poi ridotti a 50mila in appello. Chiamato a pronunciarsi su un ricorso per Cassazione proposto dalla Presidenza del Consiglio, il giudice del rinvio si interrogava, da un lato, sulla possibile applicazione del regime della responsabilità extracontrattuale di uno Stato membro a causa della trasposizione tardiva della direttiva 2004/80, nei confronti di vittime di reati intenzionali violenti che non si trovino in una situazione transfrontaliera, cioè di chi è cittadino dello stesso Stato.

Dall’altro, tale giudice nutriva un dubbio in ordine al carattere “equo ed adeguato”, ai sensi della direttiva 2004/80, della somma forfettaria di 4.800 euro prevista dalla normativa italiana per l’indennizzo delle vittime di violenza sessuale: dopo la proposizione della presente azione per responsabilità extracontrattuale diretta contro l’Italia, il nostro Paese ha infatti istituito un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nel territorio italiano, indipendentemente dal fatto che esse risiedano o meno in Italia. Sistema che si applica altresì, retroattivamente, ai reati di questo tipo commessi a partire dal primo luglio 2005, ma che prevede indennizzi irrisori.

Per quanto riguarda la prima questione, la Corte di Giustizia europea ha anzitutto ricordato le condizioni che consentono di accertare la responsabilità degli Stati membri per i danni causati ai singoli da violazioni del diritto dell’Unione, ossia l’esistenza di una norma di diritto dell’Unione stessa violata preordinata a conferire diritti ai singoli, una violazione sufficientemente qualificata di tale norma e un nesso di causalità tra tale violazione e il danno subito dai singoli.

 

L’indennizzo statale è dovuto a tutte le vittime, compresi i residenti in quel Paese

Nel caso di specie, tenuto conto del tenore letterale della direttiva 2004/80, del suo contesto e dei suoi scopi, la Corte ha segnatamente rilevato che, con tale disposizione, il legislatore dell’Unione aveva optato non per l’istituzione, da parte di ciascuno Stato membro, di un sistema di indennizzo specifico, limitato soltanto alle vittime di reati internazionali violenti che si trovano in una situazione transfrontaliera, bensì per l’applicazione, a favore di tali vittime, dei sistemi di indennizzo nazionali delle vittime dei predetti reati commessi nei rispettivi territori degli Stati membri. In esito alla sua analisi, essa ha considerato che la direttiva 2004/80 impone a ogni Stato membro l’obbligo di dotarsi di un sistema di indennizzo che ricomprenda tutte le vittime di reati intenzionali violenti commessi nel proprio territorio, e non soltanto le vittime che si trovano in una situazione transfrontaliera.

Dalle considerazioni che precedono la Corte ha dedotto che la direttiva 2004/80 conferisce il diritto di ottenere un indennizzo equo ed adeguato non solo alle vittime di tali reati che si trovano in una situazione siffatta, ma anche alle vittime che risiedono abitualmente nel territorio dello Stato membro nel quale il reato è stato commesso.

Di conseguenza, purché risultino soddisfatte le altre due suddette condizioni, un singolo ha diritto al risarcimento dei danni causatigli dalla violazione, da parte di uno Stato membro, del suo obbligo derivante dalla direttiva 2004/80, e ciò indipendentemente dalla questione se tale singolo si trovasse o meno in una situazione transfrontaliera al momento in cui è stato vittima del reato di cui trattasi.

 

E non deve essere “simbolico”

Per quanto attiene alla seconda questione, la Corte ha dichiarato che, in assenza, nella direttiva 2004/80, di una qualsivoglia indicazione in ordine all’importo dell’indennizzo che si presume “equo ed adeguato”, tale disposizione riconosce agli Stati membri un margine di discrezionalità a tal fine. Ciò nonostante, se è vero che tale indennizzo non deve necessariamente garantire un ristoro completo del danno materiale e morale subito dalle vittime di reati intenzionali violenti, esso non può tuttavia essere puramente simbolico o manifestamente insufficiente alla luce della gravità delle conseguenze del reato per tali vittime.

Secondo la Corte, l’indennizzo concesso alle vittime in forza di tale disposizione deve infatti compensare, in misura appropriata, le sofferenze alle quali esse sono state esposte. A tale proposito la Corte ha inoltre precisato che un indennizzo forfettario delle vittime può essere qualificato come “equo ed adeguato” purché la misura degli indennizzi sia sufficientemente dettagliata, così da evitare che l’indennizzo forfettario previsto per un determinato tipo di violenza possa rivelarsi, alla luce delle circostanze di un caso particolare, manifestamente insufficiente.