Articolo Pubblicato il 2 maggio, 2020 alle 11:00.

Chi deve risponderne se l’utilizzatore di un impianto sportivo, nella fattispecie una piscina, circostanza molto frequente, viene ferito da un altro utente?

La responsabilità ricade sulla società che gestisce la struttura, tanto più se l’incidente è stato determinato da lacune organizzative o nei controlli, ma può essere chiamato a risarcire il danno anche colui che ha causato direttamente il sinistro, laddove si ravvisi da parte sua una condotta, sia pur colposa, gravemente incauta. Ed è appunto quest’ultima la conclusione a cui è pervenuta la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8060/20 depositata il 23 aprile 2020, deliberando definitivamente su una vicenda risalente addirittura al 2004.

 

I genitori di un ragazzino travolto in piscina chiedono i danni alla società sportiva

Nel 2005 i genitori di un ragazzino laziale avevano citato in giudizio un’associazione sportiva di nuoto per ottenerne la condanna al risarcimento di tutti i danni subiti dal minore a seguito di un infortunio verificatosi appunto nel 2004 nell’impianto che essa gestiva.

Mentre il figlio era fermo sulla piattaforma di accesso allo scivolo della piscina, un altro nuotatore, effettuando un movimento acrobatico, lo aveva travolto, procurandogli lesioni serie.

Nel giudizio venivano chiamati in garanzia la compagnia assicurativa della società sportiva, Sara Assicurazioni, e anche il responsabile dell’incidente.

In primo grado società condannata e assicurazione chiamata a risarcire

Il Tribunale di Latina, sezione distaccata di Gaeta, aveva riconosciuto la totale responsabilità del complesso sportivo, ai sensi dell’art. 2050 c.c., per non aver predisposto tutte le cautele necessarie per evitare situazioni di pericolo, respingendo la domanda di manleva (e quindi il coinvolgimento) del nuotatore che aveva colpito il minore, sulla base del presupposto che un’adeguata sorveglianza da parte dei responsabili avrebbe evitato l’incedente, vietando la contemporanea presenza di più ragazzi sullo scivolo.

I giudici avevano invece accolto la domanda di garanzia proposta nei confronti della compagnia assicurativa.

 

La compagnia appella la sentenza e la Corte d’Appello condanna società e “investitore”

Sara Assicurazioni tuttavia aveva proposto appello e la Corte d’Appello di Roma, con sentenza del 2018, accogliendolo, aveva riformato la sentenza del Tribunale condannando l’Associazione sportiva, in solido con il nuotatore (anche lui minore all’epoca dei fatti), che aveva causato il sinistro, al pagamento in favore del ragazzo infortunato dei danni patrimoniali e non patrimoniali.

La Corte aveva escluso la manleva dell’assicurazione alla luce del fatto che, all’articolo 9 della polizza, veniva espressamente riconosciuta l’operatività dell’assicurazione per i soli danni cagionati a terzi, non includendo tra quest’ultimi gli associati, gli allievi o coloro che partecipavano alle attività sportive. L’assicurato rimaneva perciò responsabile per i danni arrecati, per fatto proprio, agli allievi, associati o clienti, come nella fattispecie, in cui gli si imputava la mancanza di adeguata sorveglianza nell’uso dello scivolo di accesso alla piscina, con particolare riferimento, come detto, alla presenza di diversi ragazzini sulla piattaforma di accesso.

I giudici di secondo grado avevano inoltre ritenuto responsabile anche il nuotatore che aveva cagionato l’’incidente, per una sua iniziativa impropria, in concorso, in pari misura, con il centro sportivo-ricreativo, inadempiente all’obbligo di sorveglianza del corretto uso dello scivolo.

 

Il nuotatore chiamato in causa ricorre per Cassazione

La sentenza è stata infine impugnata avanti la Corte di Cassazione dal nuotatore ritenuto responsabile al 50 per cento dell’incidente, sulla base di un unico, articolato motivo. Al di là degli aspetti procedurali (il ricorrente lamentava la nullità dell’atto di chiamata in giudizio nei suoi confronti, in quanto minore, e conseguente nullità di ogni attività processuale e dunque annullamento delle decisioni di primo e secondo grado), nel merito egli sosteneva che la Corte d’Appello non avrebbe correttamente applicato l’art. 2050 c.c., mal interpretando la nozione di attività pericolosa.

La Suprema Corte respinge il ricorso

Secondo la Cassazione, tuttavia, il ricorso è inammissibile. “Ove anche si potesse passare all’esame del motivo, esso andrebbe qualificato come del tutto generico e quindi inammissibile. Infatti, non solo la tesi della minore età del chiamato in causa al momento della sua citazione in giudizio, ma anche ogni altra confusa ulteriore critica al merito della decisione sono esposte senza i necessari riferimenti ai documenti imposti dall’art. 366, n. 6, risolvendosi in una generica ed astratta critica alla decisone impugnata” premette la Suprema Corte.

Ma anche al di là delle questioni “formali”, la censura mossa, secondo gli Ermellini, “sarebbe comunque infondata. Il Giudicante (la Corte d’appello di Roma, ndr), contrariamente a quanto afferma la difesa dei ricorrenti, ha motivato la propria sentenza facendo un puntuale riferimento alle prove poste a fondamento della decisione, e riproponendo con chiarezza espositiva l’iter logico e giuridico seguito nella formazione del proprio convincimento.

Nella motivazione redatta dalla Corte di Appello non si rinvengono vizi logico-giuridici idonei ad inficiare la validità della sentenza e tali da richiedere un sindacato in sede di legittimità sul giudizio emesso”.

Dunque, confermata la condanna a risarcire il danno in pari misura della società sportiva e di colui che lo aveva materialmente procurato con la sua acrobazia dal trampolino.