Articolo Pubblicato il 6 maggio, 2020 alle 15:00.

Proprio nei giorni in cui, dopo il lockdown per il coronavirus, con la Fase-2 buona parte delle attività sono ripartite, i protocolli di sicurezza per evitare il contagio tra i lavoratori sono al centro dell’attenzione e guanti e mascherine sono imprescindibili, la Cassazione ricorda con forza che l’azienda è tenuta a dotare i propri dipendenti di dispositivi di protezione adeguati alle mansioni assegnate.

E l’ha fatto, con la sentenza n. 13575/20 depositata il 5 maggio 2020, confermando la condanna di un’impresa proprio per non aver fornito, tra le altre omissioni, a un proprio operaio rimasto ustionato dei guanti adatti.

 

Titolare di un’azienda e impresa condannati per l’infortunio patito da un operaio

Il titolare di un’azienda vicentina era stato condannato dal Tribunale di Venezia, sentenza confermata anche in appello nel 2015, a tre mesi di reclusione (pena sospesa) e al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile per il reato di lesioni colpose gravi e la sua impresa era stata dichiarata responsabile dell’illecito amministrativo ex art. 25-septies, comma 3, d.lvo n. 231 del 2001, ed era stata a sua volta condannata al pagamento di una sanzione di 30mila euro, con la sanzione interdittiva di contrarre con la pubblica amministrazione per la durata di tre mesi.

Contestata anche l’omessa fornitura di guanti ad alta protezione termica

Il datore di lavoro ea stato ritenuto colpevole perché, nella sua qualità di amministratore unico dell’omonima azienda, aveva causato un grave infortunio a un proprio lavoratore, per colpa generica e per violazione di due artt. Del d.lvo n. 81 del 2008: l’art 29, comma 3, ossia non aggiornata valutazione dei rischi circa l’operazione di sbloccaggio della plastica, considerato anche il frequente numero degli infortuni per la stessa causa verificatasi nel corso degli anni nella sua fabbrica, e l’art. 77, comma 3, cioè omessa fornitura di guanti ad alta protezione termica.

Il dipendente, che svolgeva mansioni di attrezzista, aveva riportato un trauma alla mano sinistra con ferite ed ustioni. In particolare, a seguito del blocco di una pressa ad iniezione dovuto all’intasamento di uno degli iniettori con del materiale plastico, l’operaio, senza indossare idonei guanti ad alta protezione termica, e senza attendere che la camera calda si raffreddasse prima di procedere e con l’ausilio di una bacchetta di rame, aveva rimosso la plastica che ostruiva l’iniettore: durante tali operazioni un getto di plastica liquida lo aveva colpito alla mano sinistra, cagionandogli appunto gravi le lesioni.

L’impresa era stata dunque condannata per l’adozione di un modello organizzativo insufficiente rispetto alle finalità di prevenzione e protezione contro i rischi derivanti dalla rimozione della plastica e per il vantaggio economico consistito in un risparmio di spesa per il mancato acquisto dei guanti di protezione, nonché maggior guadagno determinato dal non rallentamento della produzione dovuta all’attesa del raffreddamento del materiale plastico nei casi frequenti (3 o 4 volte per turno di lavoro) di intasamento delle presse.

 

Datore di lavoro e azienda ricorrono per Cassazione

Il datore di lavoro e la ditta, tuttavia, hanno proposto ricorso per Cassazione, contestando l’attribuzione di responsabilità penale al titolare per l’infortunio occorso al lavoratore, basata sulla mancata consegna all’infortunato di adeguati dispositivi di protezione individuale e sulla violazione dell’obbligo di aggiornare il Documento di Valutazione dei Rischi, e di conseguenza anche la responsabilità dell’impresa per l’illecito amministrativo.

Secondo i difensori dell’imprenditore, i lavoratori in realtà erano dotati di guanti di cuoio oltre a quelli di gomma, la cui idoneità ad annullare il rischio connesso alla specifica lavorazione non sarebbe stata valutata, avendo fatto riferimento la Corte territoriale a un unico Dpi.

Quanto al mancato aggiornamento della valutazione dei rischi in relazione all’operazione di sbloccaggio dell’iniettore della plastica, la difesa dell’imputato ha obiettato che gli infortuni precedenti risalivano ad epoca anteriore all’aggiornamento del DVR, il quale prevedeva la necessità di sbloccare gli iniettori degli stampi solo dopo il loro allontanamento dal lavoratore, mediante bacchette di metallo di adeguata lunghezza.

 

I ricorrenti attribuiscono ogni responsabilità alla condotta del lavoratore

Secondo i ricorrenti, dunque, la Corte veneta non avrebbe motivato la sussistenza della colpa in relazione ai profili di prevedibilità e di evitabilità dell’evento, nonostante i plurimi elementi di prova richiamati nell’atto di appello e non considerati nella sentenza di secondo grado, a cui è stata aggiunta anche la testimonianza del preposto all’attività produttiva circa la procedura da seguire per l’attività in questione e le relative istruzioni fornite ai lavoratori dell’azienda, che contava 163 dipendenti in due stabilimenti, e la mancata verifica controfattuale della correlazione tra condotta ed evento: la Corte non avrebbe cioè verificato se l’infortunio si sarebbe realizzato anche qualora il lavoratore avesse adoperato i guanti forniti dall’azienda.

Per concludere, per l’imputato la colpa dell’accaduto era da attribuire esclusivamente al lavoratore, che non aveva rispettato le disposizioni di sicurezza impartite (ossia allontanamento dello stampo e utilizzo di bacchette di idonea lunghezza), e non sussisteva alcuna responsabilità dell’azienda, che, date le dimensioni, non avrebbe avuto alcun effettivo e concreto vantaggio connesso al contestato mancato acquisto dei guanti idonei.

E anzi, la società ne aveva acquistati di ben due tipi nella convinzione di aver fornito ai lavoratori dispositivi adeguati.

Va premesso che la Cassazione in via preliminare ha annullato senza rinvio la sentenza nei confronti dell’imputato per estinzione del reato dovuta a prescrizione, ma la Suprema Corte ha trattato comunque la questione in quanto, essendo stata affermata la responsabilità anche dell’azienda per l’illecito amministrativo ex art. 25-septies, comma 3, Divo n. 231 del 2001, occorreva esaminare i motivi dei ricorsi per stabilire la sussistenza del fatto-reato.

 

Confermata l’inadeguatezza dei guanti in gomma forniti

Scendendo quindi nel merito, secondo gli Ermellini in ordine al nesso causale la Corte territoriale, “con motivazione lineare e coerente, ha rilevato che l’incidente si era verificato principalmente per l’omesso utilizzo da parte del lavoratore di idonei guanti ad alta protezione termica e del compimento della manovra diretta a rimuovere il tappo di plastica formatosi sull’iniettore, senza attendere il raffreddamento della camera calda prima di procedere”.

Gli Ermellini sottolineano come nella sentenza impugnata si era ben dato atto della “inadeguatezza dei guanti in gomma in dotazione, utili a proteggere dal rischio di taglio ma non dalle ustioni, e della loro pericolosità, in quanto si incollavano alle mani del lavoratore aumentando la probabilità di verificarsi di eventi lesivi”. E ricordano che anche il Tribunale aveva illustrato l’insufficienza di tali guanti “diversi da quelli specifici occorrenti per l’intervento sul macchinario”.

In sostanza – spiega la Cassazione -, essendo stato dato atto dell’assoluta indispensabilità dei guanti ad alta protezione per prevenire il rischio di bruciature, non occorreva fornire ulteriori specificazioni relativamente all’inutilità di quelli di cuoio. Secondo la Corte veneta, il rischio era stato individuato nel DVR, ma l’imputato non aveva fornito ai lavoratori gli strumenti idonei, i quali erano stati consegnati solo successivamente all’incidente e dopo le disposizioni dell’USL al riguardo

 

Alla base dell’incidente anche altre gravi carenze, a cominciare dalla formazione

Ma i giudici del Palazzaccio si soffermano anche sul giudizio controfattuale, aggiungendo che la “Corte di appello, con motivazione immune da censure, ha chiarito che l’infortunio non era dovuto solo al mancato utilizzo dei guanti, ma anche ad una serie di gravi carenze riscontrate a carico del datore di lavoro in materia di sicurezza, tra le quali principalmente l’omessa adeguata formazione dei lavoratori, l’assenza della scheda-stampo, l’omessa indicazione nel DVR dei rischi e delle modalità per farvi fronte”.

Giustamente, quindi, la sentenza d’appello aveva addebitato anche al titolare dell’impresa i comportamenti non corretti assunti dal lavoratore, “perché conseguenti alle carenze informative relativamente alla dotazione necessaria e alle modalità di intervento in caso di intoppi al normale processo produttivo”. Ne consegue, quindi, che anche la tesi difensiva secondo cui il lavoratore non avrebbe considerato l’aggiornamento del DVR e non avrebbe adoperato i guanti ad alta protezione “va chiaramente disattesa”.

 

Era prassi non aspettare il raffreddamento del macchinario per non rallentare la produzione

Inoltre, prosegue la sentenza della Cassazione, “la Corte territoriale ha altresì affermato che il rischio della lavorazione non derivava dalla posizione avanzata o arretrata della testa della macchina, ma dal comportamento dell’operaio che, come i suoi colleghi, per non interrompere il ritmo della lavorazione non attendeva il raffreddamento della macchina.

L’azienda, infatti, non aveva mai prospettato agli operai tale eventualità e non aveva fornito spiegazioni relative alla tecnica di rimozione dei tappi di plastica che ostruivano l’iniettore. La prassi seguita, secondo quanto esposto da tutti i testi, consisteva nel non interrompere il ciclo produttivo, senza attendere il raffreddamento per venti o trenta minuti nel caso in cui si fosse verificato l’inconveniente del tappo”.

Anche per quanto riguarda l’elemento soggettivo, secondo gli Ermellini la Corte di merito ha “approfonditamente ed esaurientemente illustrato le ragioni della prevedibilità e della prevenibilità dell’evento” da parte del datore di lavoro, individuabili, come già detto, “nei pregressi analoghi incidenti verificatisi, nelle plurime carenze in tema di sicurezza dei lavoratori circa la dotazione dei guanti ad alta protezione termica e del libretto di istruzione del macchinario, la formazione e l’informazione dei lavoratori, l’aggiornamento del DVR attuato solo in seguito all’accadimento in esame e l’omesso controllo circa la prassi scorretta seguita dagli operai”.

 

L’azienda traeva profitto a scapito della sicurezza

La Suprema Corte, a proposito poi della doglianza relativa ai vantaggi ricavati dall’azienda a scapito della sicurezza, rammenta che in tema di responsabilità degli enti derivante da reati colposi di evento in violazione della normativa antinfortunistica, “il vantaggio di cui all’art. 5, d.ligs. 8 giugno 2001, n. 231, operante quale criterio di imputazione oggettiva della responsabilità, può consistere anche nella velocizzazione degli interventi manutentivi che sia tale da incidere sui tempi di lavorazione”.

Perciò, in linea con tale principio, e conseguentemente all’affermazione della responsabilità dell’imputato, la Corte di appello ha logicamente confermato anche la condanna al pagamento di una sanzione amministrativa dell’azienda, “che aveva risparmiato il danaro necessario all’acquisto di guanti di protezione, non aveva curato la formazione dei lavoratori mediante appositi corsi e si era avvantaggiata per l’imposizione di ritmi di lavoro, che prescindevano dalla messa in sicurezza della macchina, tramite il raffreddamento della stessa, prima dell’intervento riparatore, in tal modo conseguendo, a scapito della sicurezza dei lavoratori, un aumento della produttività”.

La Cassazione evidenzia come i testimoni non avessero riferito dell’esistenza di una prassi esplicita volta a favorire la produzione aziendale, “ma essa era insita nel divieto di ritardare in caso di ripetizione dell’inconveniente del tappo”.

In conclusione, dunque, la sentenza è stata annullata senza rinvio, nei confronti dell’imputato, ma solo per l’intervenuta prescrizione, mentre il ricorso proposto dalla società è stato rigettato, con conseguente confermata condanna della stessa al pagamento della sanzione amministrativa inflitta, oltre alle spese processuali.