Articolo Pubblicato il 5 ottobre, 2020 alle 17:30.

Il consumatore ha tutto il diritto di ottenere un congruo risarcimento dal rivenditore che gli “rifili” come prodotto di qualità della merce che in realtà è di seconda o terza scelta.

Così la Cassazione, con l’ordinanza n. 20977/20 depositata il primo ottobre 2020, ha definitivamente condannato un’attività di rivendita di ceramiche a rifondere i danni a un cliente che nel lontano 2004 l’aveva citata in causa avanti il tribunale di Rossano, in Calabria.

 

Rivendita condannata per aver venduto come di prima scelta delle piastrelle ordinarie

Nodo del contendere, una fornitura di piastrelle di gres porcellanato, per una superficie di cento metri quadrati, destinata alla pavimentazione della sua abitazione la quale, dopo la posa in opera, si era rivelata chiaramente non essere di prima scelta come invece era stato garantito dalla ditta venditrice. Quest’ultima aveva resistito chiamando un causa l’impresa produttrice del materiale, la quale però aveva rivelato come la partita di piastrelle in questione non fosse effettivamente di prima qualità ma una “occasione”. I giudici, con sentenza del 2012, avevano quindi condannato il rivenditore a risarcire il cliente per una cifra di oltre 26mila euro, condanna confermata anche dalla Corte d’Appello di Catanzaro che aveva respinto il gravame dei commercianti.

Il ricorso per Cassazione, che lo rigetta

Non contenta, la rivendita di ceramiche ha proposto ricorso per Cassazione, sostenendo che la circostanza secondo cui l’acquirente sarebbe stato tratto in inganno dalla stessa ricorrente, che avrebbe spacciato per prima scelta quelle che, in realtà, erano piastrelle di qualità inferiore, sarebbe in realtà solo il frutto di “presunzioni non giustificate da alcun dato fattuale”, nonostante prove ritenute schiaccianti dai giudici territoriali, e che la Cassazione non ha messo in discussione, a cominciare dal prezzo occasionale praticato, che secondo la ricorrente non sarebbe stato in contrasto con un prodotto di prima qualità, e dal simbolo di “prima scelta” apposto sulle confezioni.

Censure che inoltre implicavano la richiesta al giudice di legittimità di un vero e proprio terzo grado di merito, non confacente alla giurisdizione della Cassazione. Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile e l’attività commerciale è stata condannata, oltre al ri-confermato risarcimento al cliente, anche al pagamento di tutte le spese processuali.