Articolo Pubblicato il 26 luglio, 2019.

A rivolgersi ai finanzieri un 50enne del Perugino: nel Paese sono già 15 le denunce alle Fiamme Gialle, dopo che l’Agcm ha sanzionato la shopping community per il suo sistema piramidale. Depositata anche una citazione in causa in Tribunale a Verona

Il caso Lyoness “colpisce” anche in Umbria. Lunedì 22 luglio 2019 un professionista sulla cinquantina residente in provincia di Perugia ha sporto formale denuncia querela presso la Guardia di Finanza della sua città contro la controversa shopping community: ha perso diverse migliaia di euro, almeno diecimila. Si tratta di una delle ben 277 persone da tutt’Italia che, per ottenere la restituzione delle somme versate, nel complesso due milioni e 83 mila euro, si sono affidate a Studio 3A-Valore S.p.A, società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini: sono già stati presentati una quindicina di esposti presso i comandi delle Fiamme Gialle di tutto il Paese (Bologna, Torino, Milano, Verona, Reggio Emilia, Alessandria e ora, appunto, anche nel Perugino) ed è stata depositata una citazione in causa generale avanti al Tribunale di Verona, provincia dove ha sede legale la società.

Sul “fenomeno”, internazionale e dalle dimensioni enormi (la sola Lyoness Italia nel 2017 ha realizzato un fatturato di 53 milioni di euro, contava un milione 368mila tesserati, 15mila aziende convenzionate e oltre 67mila Lyconet Marketer) gravavano da tempo perplessità. Ma a dare corpo ai tanti sospetti è arrivato, nel gennaio 2019, il provvedimento dell’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato (Agcm) che, dopo “un complesso procedimento istruttorio”, ha concluso che “il sistema di promozione utilizzato per diffondere fra i consumatori una formula di acquisto di beni con cashback (ovvero con la restituzione di una percentuale del denaro speso presso gli esercenti convenzionati) è scorretto in quanto integra un sistema dalle caratteristiche piramidali, fattispecie annoverata dal Codice del Consumo tra le pratiche commerciali in ogni caso ingannevoli”. E ha comminato alla società una pesante sanzione di 3,2 milioni di euro.

L’Agcm ha confermato quanto centinaia di aderenti lamentavano da tempo. La pratica della shopping community si sostanzia nel promuovere, tramite internet ed eventi vari, l’adesione ad un programma di diffusione di una formula di acquisti in cashback mediante un sistema di multilevel marketing basato sul coinvolgimento di un numero sempre maggiore di consumatori, a cui si prospetta un notevole ritorno economico conseguibile con vari percorsi. L’acquisto con il cashback prevede che essi si registrino dal portale del professionista, ricevano una card per gli acquisti necessaria a conseguire uno sconto e ottengano l’attribuzione di shopping point, e invitino nuovi consumatori a registrarsi e tesserarsi, assicurandosi lo 0,5% di bonus amicizia (diretto) sui loro acquisti e lo 0,5% (indiretto) sugli acquisti dei consumatori tesserati “arruolati” a loro volta dai propri segnalati. Il meccanismo viene presentato come in grado di far ottenere facili e rapidi guadagni fino all’indipendenza economica: esso, infatti, prevede anche l’assunzione della qualifica di Lyconet Marketer per quanti, da semplici consumatori, diventano “sviluppatori” del sistema, e un piano commissionale basato sul raggiungimento e il mantenimento di elevati livelli di shopping points. E si alimenta sull’attività di reclutamento di nuovi aderenti da introdurre nel circuito.

In realtà si tratta di un metodo diffuso in tutto il mondo e adottato da tanti altri players. Il fatto è che, come ha appurato l’Agcm, il cashback e la relativa possibilità di ottenere uno sconto differito sugli acquisti costituisce in realtà solo un aspetto secondario dell’attività di Lyoness e del volume economico generato dal sistema: un sesto dei ricavi complessivi. E il resto? Si regge sulle quote richieste per oltrepassare la barriera di semplici tesserati e avviare una propria carriera all’interno della catena. Per fare ciò occorre accumulare un numero rilevante di shopping points (il meccanismo di remunerazione del piano di compensazione) di fatto irrealizzabile mediante meri acquisti di prodotti: ciò è possibile solo con versamenti di somme di denaro. E’ richiesta una prima quota d’ingresso di 2.400 euro, ma poi la carriera dipende dal coinvolgimento, con relativa affiliazione, di altri consumatori che versino a loro volta la quota d’ingresso, o dall’acquisto di altre quote come le “cloud”, divise per nazione e che promettono guadagni nell’ambito del giro d’affari di quel Paese. E’ proprio sulla scorta di questo meccanismo, che vale oltre l’80% del fatturato Lyoness, e di cui il Garante ha inibito la prosecuzione, che l’Agcm ha individuato il sistema come piramidale: in pratica, il cosiddetto Schema Ponzi, che permette ai primi che iniziano la catena di ottenere elevati ritorni economici ma impone ai successivi subentrati di coinvolgere altre persone o investire sempre maggiori somme di danaro per avere un effettivo riscontro. Il risultato, infatti, è che i guadagni degli affiliati derivano quasi esclusivamente dalle quote pagate dai nuovi investitori o dagli stessi affiliati, e non da attività produttive e commerciali. Va da sé che un tale sistema è fisiologicamente destinato a non remunerare la stragrande maggioranza degli aderenti: dall’istruttoria è emerso che i soggetti che sono effettivamente riusciti a conseguire posizioni rilevanti all’interno del sistema corrispondono allo 0,04%, solo 31 Lyconet su 67.016 operanti in Italia. La conseguenza è che ci sono migliaia di persone che hanno investito parecchi soldi, mediamente alcune migliaia di euro, ma in alcuni casi anche decine di migliaia, ma non hanno recuperato se non in minima parte l’investimento, senza contare che spesso hanno coinvolto familiari, parenti e amici.

Il cinquantenne perugino, che peraltro era stato mandato a seguire la sua prima convention Lyoness dal capufficio, di fronte ai notevoli ricavi prospettati in poco tempo, ha effettuato il suo primo versamento nel marzo 2017 ma poi, di fronte alle telefonate insistenti di chi nella sua zona faceva già parte del sistema, un mese dopo ha acquistato anche il “pacchetto” di 2.400 euro per diventare marketer. Da allora ha partecipato a decine di eventi, promossi anche nella sua città, compreso il mega incontro plenario di Praga nel maggio 2018, ha coinvolto altre persone e, soprattutto, sempre incalzato chi stava sopra di lui nella piramide, ha effettuato diversi altri versamenti, in primis per acquistare i cloud (anche da 1.550 euro l’uno) per il mercato estero. In totale, ha investito in quote svariate migliaia di euro, oltre diecimila, senza contare tutte le altre spese sostenute per partecipare alle convention, tutte a pagamento, o i 50 euro mensili richiesti per mantenere aperta la posizione di Lyconet. Tutto per ricavare meno di 1.500 euro!

Oltre ai soldi persi, ciò che accomuna questa alle altre denunce sono anche i racconti dei metodi usati per promuovere il sistema, il “pressing” martellante a cui gli aderenti sono sottoposti per acquistare le quote, le promesse fatte alle convention, peraltro tutte a pagamento, con “colpi di teatro” come l’arrivo di dirigenti in Ferrari, le strategie psicologiche e “motivazionali” al limite: tutti sistemi che configurerebbero non solo violazioni sul fronte del codice del consumo ma anche reati penali, compreso quello di truffa che consiste, appunto, nell’indurre qualcuno in errore con artifizi e raggiri per procurare a sé e ad altri un ingiusto profitto con l’altrui danno.

Il lyconet umbro aveva iniziato a nutrire dubbi fin dalla seconda metà del 2018, a fronte dell’ennesima poco chiara richiesta di pagamento, poi effettuata, di un ulteriore migliaio di euro per trasformare un cloud alla nuova formula “mondiale”. E a non fidarsi più di chi continuava a ripetergli che era un business. Ma dopo il pronunciamento dell’autorità garante, come hanno fatto centinaia di altri aderenti, ha trovato la forza di pretendere indietro i soldi investiti, e carpiti evidentemente con modalità e presupposti non esattamente leciti, e si è dunque rivolto, attraverso il consulente personale Angelo Novelli, a Studio 3A-Valore S.p.A. Lo studio ha immediatamente richiesto a Lyoness la restituzione integrale delle somme in questione per i propri (finora) 277 assistiti – il numero è in costante aumento – ma, dopo lunghi tira e molla da parte dell’azienda, e di fronte alla sua disponibilità di restituire solo una percentuale dei soldi, ha deciso di rompere gli indugi, di coinvolgere i finanzieri per le opportune indagini finanziarie e di adire le vie legali per ottenere giustizia per i propri assistiti ma anche per fare finalmente e definitivamente chiarezza, più in generale, su un fenomeno che interessa decine di migliaia di consumatori e famiglie.