Articolo Pubblicato il 9 dicembre, 2020 alle 20:00.

Il preventivo dell’autoriparatore è un documento fondamentale in una pratica di incidente stradale in quanto è sulla base di esso che si chiede il risarcimento dei danni materiali subiti dal veicolo. Ma in caso di contenzioso, che valore ha la stima effettuata dal meccanico o dal carrozziere per rimettere a posto il mezzo incidentato?

Con la rilevante sentenza n. 27624/20 depositata il 3 dicembre 2020 la Cassazione affronta la questione e stabilisce che, in assenza di un’esplicita contestazione da parte del presunto responsabile del sinistro sull’entità del danno subito e quantificato dalla vittima dell’incidente stradale, il preventivo può assumere valore di prova.

 

Un’azienda cita in causa un Comune per i danni subiti da un proprio mezzo passando sotto un ponte

Il caso che si è trovata a giudicare la Suprema Corte è per certi versi rocambolesco. Un’azienda di arredamenti, proprietaria di un autocarro Iveco, aveva citato in causa il Comune di Trebisacce per ottenere il ristoro dei danni subiti dal mezzo condotto da un proprio dipendente il quale, cercando di passare sotto un ponte in una via comunale, aveva pesantemente danneggiato la parte superiore, per un ammontare di circa 12mila euro, come da preventivo e da fattura allegate al fascicolo. La ditta riteneva responsabile l’Amministrazione comunale per non aver segnalato l’altezza del ponte, circostanza che avrebbe impedito al conducente di valutare adeguatamente gli spazi.

Il Comune di Trebisacce aveva respinto le pretese, sostenendo di non avere alcun obbligo di segnalare l’altezza, e in secondo luogo attribuendo tutta o parte della responsabilità al conducente del veicolo che avrebbe cercato di passare sotto al ponte ad una velocità eccessiva.

 

In primo grado richiesta risarcitoria accolta, ma in secondo il preventivo non viene riconosciuto

Il Tribunale dì Castrovillari aveva accolto la domanda riconoscendo alla società una cifra di poco inferiore a quella portata dal preventivo. Il Comune di Trebisacce però ha proposto appello, adducendo un motivo sull’an e uno sulla prova dell’ammontare del danno, reputato eccessivo, dunque sul quantum: il primo respinto dalla Corte d’Appello di Catanzaro, il secondo invece accolto, avendo i giudici di secondo grado ritenuto insufficiente la prova fornita dalla società ricorrente, cioè il preventivo, reputandolo peraltro illeggibile e non del tutto conferente la prova testimoniale.

Il ricorso per Cassazione della società

A questo punto è stata l’azienda a ricorrere per Cassazione, lamentando il fatto che il Comune in primo grado non avesse contestato in modo specifico l’ammontare del danno, limitandosi alla perentoria affermazione che la richiesta di risarcimento era eccessiva, ed anzi, avendo mostrato acquiescenza a quella pretesa, ossia alla indicazione dell’ammontare, con la conseguenza che la contestazione del quantum non poteva più essere riproposta come motivo di appello, sul quale invece erroneamente avrebbe deciso la corte di secondo grado.

Inoltre, la ricorrente si doleva del fatto che la corte territoriale avesse fondato il suo giudizio solo sul preventivo, laddove erano state prodotte anche altre prove del quantum, sia quella testimoniale che una fattura, oltre ad essere incorsa in un errore “percettivo” ritenendo non leggibile il preventivo che invece sarebbe chiaro.

 

La Cassazione accoglie i motivi: il Comune in primo non aveva contestato il preventivo

Per la Suprema Corte il ricorso dell’azienda è fondato. “La violazione dell’onere, imposto al convenuto (articolo 167 c.p.c.), di prendere posizione in maniera specifica e di non limitarsi ad una generica contestazione, ha come conseguenza che non solo l’attore viene esonerato dalla prova del fatto non contestato, ma che non è ammessa una contestazione specifica successiva, ossia fuori termine” chiarisce la Cassazione, convenendo con la ricorrente che il Comune di Trebisacce in effetti non aveva svolto una contestazione specifica dell’ammontare del risarcimento richiesto.

Anzi – evidenziano i giudici del Palazzaccio -, negli atti difensivi del primo grado ha ritenuto che la responsabilità del conducente, per velocità eccessiva, si potesse dedurre proprio dall’entità dei danni riportati dal veicolo, con ciò ammettendo che tali danni erano, per l’appunto, ingenti”.

Di più, con il controricorso, incalza la Cassazione, “il Comune ammette in un certo senso di non aver fatto una specifica contestazione del quantum perché non era tenuto a farla, nel senso che, poiché la prova che l’attore adduceva era un preventivo, e poiché il preventivo non è prova, ciò rendeva superfluo contestarlo. Il Comune di Trebisacce richiama a sostegno di questa sua tesi Cass. 11765/ 2013 che ha ritenuto sussistere l’onere di specifica contestazione solo se il documento da contestare è giuridicamente esistente: si trattava di fotocopie non firmate ed incomplete nel contenuto”.

 

Il preventivo è un documento “giuridicamente” tale

Per la Suprema Corte, però, questa è “ovviamente una tesi che non si può accogliere”, in quanto  una cosa “è il documento che giuridicamente non è tale (cioè non ha gli elementi per potersi considerare documento, e, come si è verificato nel precedente citato, tale deve ritenersi una fotocopia incompleta di un atto non sottoscritto)”, un’altra cosa è invece il documento che è formalmente e giuridicamente tale, ma della cui efficacia probatoria si discute: il convenuto non ha l’onere di prendere specifica posizione su documenti che non hanno i requisiti minimi per essere considerati tali, condizione questa che precede quella del loro valore probatorio, attenendo alla loro stessa natura giuridica di documenti; ha invece l’onere di contestazione specifica di documenti che sono giuridicamente tali (il preventivo in originale completo di ogni elemento identificativo, lo è), e di cui si tratta di valutare l’efficacia probatoria”.

In questo caso, vanno a concludere i giudici del Palazzaccio, la contestazione è necessaria “proprio perché, dando per scontato che il documento è giuridicamente tale, ossia ha i requisiti per considerarsi documento, l’unica cosa di cui si discute è se sia atto sufficiente a fare da prova di un fatto. Dunque, si può concludere nel senso che una contestazione specifica non è stata fatta in primo grado, dove anzi, il Comune ha ritenuto che il danno fosse ingente, usando questo dato per dedurne l’eccessiva velocità del mezzo, con ciò non adeguatamente contestando l’allegazione di parte avversa”.

Inoltre, sottolinea infine la Cassazione, ed è anche ciò che rileva maggiormente, “la corte aveva a disposizione ai fini della valutazione delle prove una serie di indizi, dal preventivo alla richiesta prova testimoniale, che avrebbe dovuto valutare anche unitamente al comportamento della controparte, ai fini della quantificazione dell’ammontare. Invece, ha ritenuto apoditticamente insufficiente il quadro probatorio, pur in presenza di elementi che avrebbero potuto consentire una stima, essendo peraltro la responsabilità del Comune non in discussione”.

La sentenza impugnata è stata pertanto cassata, con rinvio alla Corte d’Appello di Catanzaro, in diversa