Articolo Pubblicato il 23 novembre, 2020 alle 10:00.

La responsabilità per i danni da trasfusione di sangue infetto ha natura extracontrattuale, ragion per cui il diritto al risarcimento è soggetto alla prescrizione quinquennale, ex art. 2947, comma 1, del codice civile. Per il danno subito dai congiunti della vittima “iure proprio”, invece, la prescrizione è decennale.

Sono questi gli importanti chiarimenti forniti nell’ordinanza 26189/20 depositata il 17 novembre 2020 dalla Corte di Cassazione, che ha affrontato una delle innumerevoli, tragiche vicende legate alle emotrasfusioni: in particolare negli anni ‘70, ’80 e ’90 vennero immessi sul mercato innumerevoli quantità di flaconi di plasma ed emoderivati contagiati con i virus dell’HIV e dell’HCV (Epatite C): sono milioni le persone infettate in tutto il mondo.

In Italia sarebbero almeno 120.000, di cui 4.500 già decedute.

 

I familiari di una donna morta in seguito a trasfusione di sangue infetto intentano una causa

Nello specifico, con atto di citazione del dicembre del 2007 (le date qui sono rilevanti), il marito e i figli di una donna avevano chiamato in giudizio innanzi al Tribunale di Firenze il Ministero della Salute e l’Azienda Ospedaliera-Universitaria di Pisa chiedendo il risarcimento dei danni, sia iure proprio che iure hereditatis, per la morte, avvenuta il 5 maggio 1996, della loro congiunta per epatite HCV e virus HIV contratti a seguito di emotrasfusione, ma il giudici avevano rigettato la domanda per intervenuta prescrizione e anche la Corte d’Appello fiorentina, presso la quale i familiari della vittima avevano appellato la sentenza di primo grado, nel 2017 aveva confermato la decisione.

Domanda respinta per decorsi termini di prescrizione

I giudici di seconde cure avevano osservato che era decorso sia il termine di prescrizione quinquennale per il danno iure hereditatis, tenendo conto della data della domanda di indennizzo ai sensi della legge n. 210 del 1992 (27 gennaio 1994), sia quello di prescrizione decennale, con riferimento alla configurabilità dell’omicidio colposo, quanto al danno iure proprio, avuto riguardo sia alle date di citazione in giudizio nei confronti del Ministero (13 dicembre 2007) e della Gestione Liquidatoria, cioè alla compagnia assicurativa (26 settembre 2008) che alla mancanza di efficacia interruttiva tanto della richiesta di informazioni datata 31 maggio 1998 sul decorso della pratica di indennizzo, volta soprattutto a palesare una futura intenzione, quanto del ricorso gerarchico del 2 dicembre 1999 nei confronti della commissione medica ai sensi della legge n. 210 del 1992.

I congiunti della vittima ricorrono per Cassazione

I congiunti della donna hanno quindi proposto ricorso per Cassazione e con il primo motivo hanno denunciato violazione e falsa applicazione dell’art. 2943 cod. civ., ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, cod. proc. civ., osservando che la citata missiva del 31 maggio 1998 aveva chiaramente per contenuto la volontà di richiedere il risarcimento di ogni danno, oltre l’indennizzo previsto dalla legge, e che la stessa missiva del 2 dicembre 1999 comprendeva, oltre l’indennizzo, anche il risarcimento del danno, sicché ad entrambi gli atti doveva darsi efficacia interruttiva della prescrizione.

 

La Suprema Corte accoglie il motivo: la prescrizione è di dieci anni

Per la Suprema Corte il motivo è fondato.

La morte della paziente che, sulla base di quanto allegato nell’originario atto introduttivo del giudizio, avrebbe contratto per effetto di emotrasfusione l’epatite HCV ed il virus HIV, “costituisce il danno evento rispetto alla domanda iure proprio, sicché la prescrizione decorre dalla data della morte (5 maggio 1996) – spiegano gli Ermellni Il termine di prescrizione, considerata l’epoca della morte, è di dieci anni, avuto riguardo alla pena edittale prevista dal primo comma dell’art. 589 cod. pen. ed a quanto previsto dall’art. 157 cod. pen. applicabile ratione temporis.

Nell’ipotesi di illecito civile costituente reato, qualora, ai sensi dell’art. 2947, terzo comma, cod. civ., occorra fare riferimento al termine di prescrizione stabilito per il reato e questo sia stato modificato dal legislatore rispetto al termine previsto al momento della consumazione dell’illecito, deve applicarsi il termine di prescrizione del momento di consumazione del reato, valendo il principio di irretroattività della norma e non rilevando, agli effetti civilistici, il principio della norma più favorevole.

Non trova quindi applicazione il nuovo regime previsto dalla legge n. 251 del 2005”.

Sufficiente mandare l’atto interruttivo a uno dei soggetti in causa

Secondo la Cassazione, poi, la rilevanza degli atti interruttivi va valutata rispetto all’epoca di notificazione della citazione (al Ministero ed alla Gestione Liquidatoria, rispettivamente il giorno 13 dicembre 2007 ed il giorno 26 settembre 2008).

Benché gli atti siano stati indirizzati al solo Ministero, infatti, la solidarietà passiva che ricorre fra i due intimati determina l’effetto previsto dall’art. 1310, comma 1, cod. civ. (l’atto interruttivo della prescrizione contro uno dei debitori in solido ha effetto anche riguardo all’altro debitore), per cui, ove l’effetto interruttivo sia configurabile, esso è valevole anche nei confronti della Gestione Liquidatoria”.

 

Deve trasparire chiaramente l’intenzione di esercitare un proprio diritto

I giudici del Palazzaccio, poi, si soffermano sulla valenza interruttiva della prescrizione della lettera. “L’atto di interruzione della prescrizione, ai sensi dell’art. 2943, comma 4, c.c., non deve necessariamente consistere nella richiesta o intimazione, essendo sufficiente una dichiarazione che, esplicitamente o per implicito, manifesti l’intenzione di esercitare il diritto spettante al dichiarante (…)  Deve trattarsi di un atto del titolare del diritto idoneo a manifestare la volontà di far valere il diritto nei confronti del soggetto passivo e che tale requisito non è rinvenibile in semplici sollecitazioni prive del carattere di intimazione e della richiesta di adempimento al debitore.

Occorre quindi che il comportamento del titolare del diritto dimostri in modo oggettivo la volontà di realizzare il diritto medesimo e smentisca lo stato di inerzia quale essenza dell’istituto della prescrizione”.

Nello specifico, nel testo della missiva in esame il marito della vittima informava della “intenzione di noi eredi di ottenere il risarcimento di tutti i danni da noi e da mia moglie subiti”, e per la Suprema Corte “rientra nello schema tipico della costituzione in mora, quale riconoscibile richiesta di adempimento dal punto di vista della controparte del rapporto giuridico, la manifestazione dell’intenzione «comunque» di «ottenere» il risarcimento, essendo questi ultimi elementi verbali obiettivamente idonei a manifestare la volontà di esercitare il diritto e di non rimanere in uno stato di inerzia”.

L’efficacia interruttiva della missiva del 31 maggio 1998 ha determinato, pertanto, l’assorbimento della questione dell’idoneità interruttiva del ricorso gerarchico del 2 dicembre 1999 avuto riguardo alla data della notifica della citazione al Ministero (13 dicembre 2007) ed all’effetto previsto dall’art. 1310, comma 1, cod. civ., nei riguardi del debitore solidale, della citazione notificata al Ministero .

La Cassazione conclude quindi l’analisi del motivo di ricorso con questo principio di diritto di cui dovrà tenere conto il giudice del rinvio: “la manifestazione dell’intenzione di ottenere comunque il risarcimento del danno, contenuta nella richiesta di informazioni circa la proposta domanda di indennizzo previsto dalla legge per l’infezione conseguente ad emotrasfusione, costituisce atto di interruzione della prescrizione in quanto idoneo a costituire in mora il debitore della prestazione risarcitoria”.

 

Danno iure hereditatis: prescrizione quinquennale

La Suprema Corte invece ha rigettato il secondo motivo di ricorso, con cui si denunciava violazione e falsa applicazione degli artt. 2946 e 2947 cod. civ., 157 e 589 cod. pen., 1218 cod. civ. e legge n. 833 del 1978, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, cod. proc. civ..

Secondo gli eredi della vittima, ricorrendo nella specie un’ipotesi di omicidio colposo per essere intervenuta la morte a seguito della contrazione dell’infezione, il danno risarcibile iure hereditatis doveva essere quello tanatologico, essendosi verificato il decesso non immediatamente o dopo brevissimo tempo ma dopo venti anni dalle lesioni, e la prescrizione decennale, sia nei confronti del Ministero che della Asl, risultava interrotta dalla comunicazione del 31 maggio 1998.

“Il danno richiamato nel motivo è il cosiddetto danno biologico terminale – spiega la Cassazione il quale, nel caso in cui intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni colpose e la morte causata dalle stesse, viene liquidato in relazione alla menomazione dell’integrità fisica patita dal danneggiato sino al decesso sulla base delle tabelle relative all’inabilità temporanea. Per tale danno, qui preteso iure hereditatis, tuttavia, il termine di prescrizione è di cinque anni, e non di dieci”.

 

La responsabilità per danni da trasfusione di sangue infetto ha natura extracontrattuale

La Cassazione chiarisce infatti che la responsabilità per i danni da trasfusione di sangue infetto ha “natura extracontrattuale”, ragion per cui “il diritto al risarcimento è soggetto alla prescrizione quinquennale ex art. 2947, comma 1, c.c., non essendo ipotizzabili figure di reato (epidemia colposa o lesioni colpose plurime) tali da innalzare il termine ai sensi dell’art. 2947, comma 3, c.c”.

Ne consegue che in caso di decesso del danneggiato a causa del contagio, “la prescrizione rimane quinquennale per il danno subito da quel soggetto in vita, del quale il congiunto chieda il risarcimento “iure hereditatis”, trattandosi pur sempre di un danno da lesione colposa, reato a prescrizione quinquennale (alla data del fatto), mentre la prescrizione è decennale per il danno subito dai congiunti della vittima “iure proprio”, in quanto, da tale punto di vista, il decesso del congiunto emotrasfuso integra omicidio colposo, reato a prescrizione decennale alla data del fatto.

Pertanto, in relazione al “danno biologico lamentato – concludono i giudici del Palazzaccio – la prescrizione resta quindi quella quinquennale, decorrente dalla data di presentazione della richiesta di indennizzo ai sensi della legge n. 210 del 1992, ossia il 27 gennaio”. Dunque, considerando il momento di decorrenza della prescrizione, la missiva del 31 maggio 1998, come si è visto, ha a tutti gli effetti efficacia interruttiva, “ma il quinquennio della prescrizione deve ritenersi già trascorso”.

La sentenza è stata comunque cassata in virtù dell’accoglimento del primo motivo e la causa rinviata alla Corte d’Appello di Firenze per la sua definizione.