Articolo Pubblicato il 17 aprile, 2020 alle 10:00.

E’ il vero incubo per i milioni di persone che stipulano un contratto di assicurazione a copertura di un bene, un prodotto, eccetera: parliamo delle “esclusioni”.

Nei contratti assicurativi, che troppo spesso non vengono colpevolmente letti con le dovute attenzioni, le compagnie infilano, magari tra le postille quasi illeggibili, una serie di frasi anche generiche che al momento dell’evento dannoso lasciano il danneggiato in brache di tela.

Clamorosi, ad esempio, i casi al limite della malafede in cui vengono assicurate strutture lignee con polizze che escludono il risarcimento in caso di incendio per le parti in legno, con la conseguenza che il proprietario, ignaro, continua a pagare una polizza per una copertura in realtà insussistente.

Per questo, prima di stipulare un contratto assicurativo, è sempre opportuno chiedere una consulenza a degli esperti che sono in grado di scorgere l’insidia dietro l’angolo.

 

L’onere della prova sulle esclusioni di polizza

Ma in caso, e ne nascono migliaia e migliaia, di contenziosi, chi deve provare cosa? Al riguardo è illuminante l’ordinanza 7749/20 depositata l’8 aprile 2020 con cui la Corte di Cassazione ha chiarito un concetto molto importante a tutela dell’assicurato: resta confermato che, in caso di controversia, è quest’ultimo che deve provare che il danno accaduto rientra tra i rischi inclusi nella polizza, ma laddove il contratto contenga speciali clausole di delimitazione del rischio indennizzabile, ed è il caso delle polizze cosiddette “all risks”, che dovrebbero appunto coprire tutto, spetta all’assicuratore dimostrare che il rischio concretizzatosi rientra tra queste esclusioni.

La vicenda in questione vede come protagonista un’azienda vitivinicola veneta che aveva stipulato con la compagnia Cattolica un contratto per assicurare la propria produzione di vino da eventi che ne danneggiassero la qualità. Nel corso del rapporto, la società ha notato un deterioramento della produzione dovuto all’aldeide acetica e ha dunque rivendicato il ristoro del danno dall’assicurazione.

Ma quest’ultima ha eccepito che si trattava di un evento non compreso tra quelli assicurati, ed anzi che rientrava tra le esclusioni previste dalla polizza. Ne è insorta una controversia nella quale il Tribunale, in primo grado, ha rigettato la domanda, ritenendo che fosse onere della società assicurata dimostrare che il danno subito non rientrava tra le esclusioni di polizza, cosi come eccepito dalla compagnia di assicurazione, e che tale prova ben poteva essere fornita con un accertamento tecnico preventivo, mai proposto.

Decisione confermata in secondo grado anche dalla Corte d’Appello di Venezia, secondo la quale, facendo proprie le ragioni già esposte dal giudice di primo grado, quando l’assicurazione eccepisce che il rischio assicurato rientra tra le eccezioni, che escludono la copertura assicurativa, è sempre onere dell’assicurato dimostrare il contrario, ossia che il danno verificatosi è stato invece causato da eventi non rientranti tra le eccezioni di polizza: onere che per la Corte territoriale non era stato assolto dall’assicurato.

 

Ricorso per Cassazione: il contratto è “All risks”

Di qui il ricorso per Cassazione che si è dunque trovata di fronte un caso emblematico di riparto dell’onere della prova. L’azienda vitivinicola si è affidata a quattro motivi di doglianza.

Con il primo, in particolare, ha eccepito un’errata interpretazione nella sentenza impugnata dell’articolo 2697 c.c., ritenendo errata la tesi della Corte di appello, secondo cui competeva all’assicurato dimostrare che il fatto verificatosi non rientrava tra quelli esclusi dall’assicurazione.

E a sostegno di questo assunto la società ricorrente ha addotto, tra le altre cose, la circostanza che il contratto in questione era del tipo “All Risks”, ossia comprensivo di ogni danno che potesse occorrere al prodotto assicurato, con la conseguenza che, dimostrato quest’ultimo, era pienamente assolto l’onere della prova.

Motivo che, secondo la Suprema Corte, è fondato.

Gli Ermellini riconoscono che la sentenza impugnata ha applicato un orientamento della stessa Cassazione secondo il quale, in tema di assicurazione della responsabilità civile, “qualora l’assicuratore, convenuto per l’adempimento del contratto, alleghi l’esclusione della garanzia, come delimitata alla luce dei criteri normativi di interpretazione del contratto, risolvendosi detta allegazione non nella proposizione di un’eccezione in senso proprio, ma nella mera contestazione della mancanza di prova del fatto costitutivo della domanda, egli non assume riguardo all’oggetto della copertura assicurativa alcun onere probatorio, che resta, perciò, immutato a carico dell’attore».

 

Se nel contratto vi sono clausole di delimitazione del rischio, è la compagnia a doverlo provare

Questo orientamento tuttavia, aggiunge la Suprema Corte, non è propriamente riferibile al caso di specie e “non conduce all’esito fatto proprio dalla sentenza impugnata.

Di recente infatti questa corte ha precisato anche che «nel giudizio promosso dall’assicurato nei confronti dell’assicuratore ed avente ad oggetto il pagamento dell’indennizzo assicurativo, è onere dell’attore provare che il rischio avveratosi rientra nei “rischi inclusi” e, cioè, nella categoria generale dei rischi oggetto di copertura assicurativa; tuttavia, qualora il contratto contenga clausole di delimitazione del rischio indennizzabile (soggettive, oggettive, causali, spaziali, temporali), spetta all’assicuratore dimostrare il fatto impeditivo della pretesa attorea e, cioè, la sussistenza dei presupposti fattuali per l’applicazione di dette clausole». (Cass. 1558/ 2018)”.

In buona sostanza, secondo la Cassazione, la circostanza che l’evento dannoso rientri tra i “rischi inclusi” è fatto costitutivo della pretesa, e va provata dall’assicurato, ma la circostanza che l’evento verificatosi rientri fra i rischi “non compresi” costituisce invece un fatto impeditivo della pretesa attorea, e va provato dall’assicuratore.

Tale circostanza infatti non rappresenta un fatto costitutivo della domanda, ma un fatto costitutivo dell’eccezione di non indennizzabilità, e come tale deve essere dimostrato da chi quell’eccezione intenda sollevare”.

 

Con una “All risks” è automatica la prova che il danno rientri tra i rischi inclusi

In conclusione, nella vicenda specifica l’assicurato doveva provare che il danno subito rientrasse tra i rischi inclusi, “e questa prova è stata fornita – spiegano i giudici del Palazzaccio – , poiché la polizza prevedeva la copertura per tutti i danni materiali e diretti, anche conseguenziali, causati alle cose assicurate anche di proprietà di terzi, da qualsiasi evento, qualunque ne sia la causa, dunque la prova aveva ad oggetto la circostanza che un danno qualsiasi aveva colpito il bene assicurato”.

Era invece onere dell’assicurazione dimostrare “che si è trattato di un danno dovuto ad un fatto rientrate tra i rischi esclusi, proprio in quanto quest’ultimo è un fatto impeditivo della pretesa attorea”.

Da contratto l’unica esclusione da provare era l’assenza di dolo

Oltre al fatto che, come lamentato nel terzo motivo del ricorso, pure questo accolto, l’articolo 26 del contratto prevedeva espressamente che l’assicurato doveva provare, oltre al verificarsi del rischio, solo che esso non fosse la concretizzazione di fatti indicati al comma b) 10 delle “Esclusioni”, cioè la condotta dolosa dell’assicurato stesso.

Insomma, “quest’ultimo – conclude la Cassazione -, per espresso patto, non doveva dimostrare che il rischio non rientrasse in alcuna delle esclusioni previste, ma solo in quelle di cui al comma b)10. Questa regola contrattuale è valida, appartenendo al contratto, e non contrasta con le regole sul riparto dell’onere della prova, che ovviamente sono disponibili, con riferimento alla fattispecie in esame.

La corte territoriale nell’interpretare il contratto di assicurazione non ha dato erroneamente peso a questa clausola”. La sentenza impugnata è stata pertanto cassata con rinvio.