Articolo Pubblicato il 31 maggio, 2020 alle 10:30.

Una persona che rimanga vittima di un incidente, con gravi postumi invalidanti, ha diritto a vedersi risarcito il danno da riduzione o perdita della capacità lavorativa (futura), anche se al momento del sinistro non aveva (ancora) alcuna occupazione remunerata.

Con l’ordinanza n. 9682/20 depositata il 26 maggio 2020, la Corte di Cassazione ha riaffermato questo principio e con esso i criteri di risarcibilità di questa fattispecie di danno spesso non valorizzata, dagli stessi tribunali, accogliendo il ricorso di due donne siciliane, con particolare riferimento a una di esse, laureanda in architettura.

 

Danno da perdita della capacità di guadagno

Le due (allora) giovani nel lontano 1999 avevano citato dinanzi al Tribunale di Messina la società Nuova Tirrena (in seguito Groupama), chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patiti in conseguenza di un sinistro stradale causato da un automobilista proprio assicurato.

Nel 2009 i giudici accolsero la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale, ma rigettarono quella per il danno patrimoniale: liquidarono il danno in conformità e, dal totale liquidato, sottrassero l’acconto pagato dalla compagnia, senza rivalutarlo.

La sentenza fu impugnata in via principale dall’assicurazione e in via incidentale da entrambe le danneggiate. Con sentenza del 30 gennaio 2017 la Corte d’appello di Messina accolse il primo e rigettò il secondo, convenendo con le obiezioni della compagnia circa la mancata rivalutazione dell’acconto già versato a titolo di risarcimento, e sostenendo invece che le due donne rimaste vittima dell’incidente non avevano diritto al risarcimento del danno patrimoniale da perdita della capacità di guadagno e da distruzione del veicolo, perché non lo avrebbero provato.

 

Il ricorso per Cassazione

Le due danneggiate hanno quindi proposto ricorso per Cassazione con due atti distinti ma sostanzialmente simili e con svariati motivi di doglianza. Quello che qui preme è il secondo motivo del ricorso di una delle due ricorrenti, nel quale si lamenta il rigetto della domanda di risarcimento del danno patrimoniale da perdita della capacità lavorativa.

Alla donna, che si stava per laureare in Architettura, come accertato dal consulente tecnico d’ufficio erano residuati del sinistro postumi permanenti nella misura del 65%. Ella osservava dunque che, anche a voler ritenere che non vi fosse la prova del presumibile futuro svolgimento della professione di architetto se fosse rimasta sana, in ogni caso l’invalidità sofferta le impediva anche lo svolgimento del lavoro domestico, ed anche questo pregiudizio era comunque un danno suscettibile di valutazione patrimoniale.

La ricorrente aggiungeva anche che la Corte d’Appello aveva rigettato la domanda di risarcimento del danno patrimoniale con una “motivazione illogica” e che nella sentenza non vi era alcuna indicazione dei principi di diritto su cui si fondava.

 

La Suprema Corte accoglie le doglianze

Secondo la Cassazione il motivo è fondato. E con l’occasione la Suprema Corte fa chiarezza su come vada stimato il danno patrimoniale da perdita della capacità di guadagno patito da un soggetto non lavoratore al momento dell’infortunio, e che abbia subito una rilevante invalidità.

Quando il danno alla capacità di lavoro è lamentato da un soggetto in atto non percettore di redditi, secondo la giurisprudenza di legittimità, ricordano gli Ermellini, al giudice di merito è richiesta una duplice valutazione: “deve stabilire da un lato se la vittima, qualora fosse rimasta sana, avrebbe verosimilmente svolto un lavoro redditizio; dall’altro, se i postumi precludono o no la possibilità di svolgere in futuro un lavoro e ritrarne un reddito”.

 

Le contraddizioni della sentenza appellata

Nel caso di specie la Corte d’appello aveva rigettato la domanda con due motivazioni, asserendo che la vittima “non aveva fornito alcuna prova di contrazione dei propri redditi”; e che “non esiste alcuna presunzione” del fatto che “le pur gravissime lesioni” subite dalla danneggiata “non le avrebbero consentito di esercitare la professione di architetto, atteso che all’epoca dei fatti la stessa non era neanche laureata

Ma, obietta in primo luogo la Cassazione, è impossibile pretendere da un soggetto non percettore di reddito “la prova di contrazione del proprio reddito”. In secondo luogo, aggiungono gli Ermellini, “non vi è alcuna consequenzialità logica tra l’affermazione che la vittima dell’infortunio non era laureata e la conclusione che tale circostanza escludeva che negli anni a venire avrebbe potuto svolgere la professione di architetto. Infatti, essendo chiamato a liquidare un danno futuro, il giudice di merito non doveva accertare se la vittima fosse laureata, ma se fosse verosimile che, rimanendo sana, avrebbe conseguito la laurea”.

In terzo luogo, prosegue la Cassazione, essendo la vittima un soggetto non percettore di reddito, “la Corte d’appello non poteva limitarsi a negare l’esistenza del danno solo perché non poteva ritenersi che la vittima avrebbe svolto, se fosse rimasta sana, la professione di architetto”.

La Corte d’appello avrebbe dovuto invece accertare se i postumi residuati all’infortunio erano compatibili con lo svolgimento delle attività lavorative, ivi compreso il lavoro domestico, confacenti alle abilità ed al grado di istruzione della vittima.

 

Il principio di diritto

La sentenza è stata dunque cassata in accoglimento anche (ma non è stato l’unico) di questo motivo di doglianza, con rinvio alla Corte d’Appello di Messina, la quale nel riesaminare il gravame dovrà applicare il principio di diritto espresso dalla Suprema Corte:

Il danno da perdita o riduzione della capacità lavorativa di un soggetto adulto che, al momento dell’infortunio, non svolgeva alcun lavoro remunerato, va liquidato stabilendo (con equo apprezzamento delle circostanze del caso, ex art. 2056 c. c.): in primo luogo, se possa ritenersi che la vittima, se fosse rimasta sana, avrebbe cercato e trovato un lavoro confacente al proprio profilo professionale; in secondo luogo, se i postumi residuati all’infortunio consentano o meno lo svolgimento di un lavoro confacente al profilo professionale della vittima”.