«Anche Mariarca diceva alle sorelle, che la invitavano a denunciare le violenze subite dell’ex marito: “ma non è cattivo, lo so gestire”. Sappiamo tutti com’è finita: da un insulto, uno schiaffo e una percossa all’omicidio il passo è breve».

 

Un convegno sulla violenza sulle donne perché “capire è prevenire”

A riferire l’inquietante particolare Riccardo Vizzi, responsabile della sede di San Donà di Piave di Studio 3A-Valore S.p.A., nel corso del convegnoCapire è prevenire” promosso mercoledì 13 febbraio, vigilia di San Valentino, al Centro culturale Da Vinci, dalla società specializzata a livello nazionale nella tutela dei diritti dei cittadini per sensibilizzare e riflettere sulla piaga della violenza sulle donne.

 

Il caso Mennella e l’esperienza di Riccardo Vizzi

Vizzi ha raccontato la sua esperienza, “che mi ha profondamente segnato”, come consulente personale dei familiari di Maria Archetta Mennella, la 38enne accoltellata a morte dall’ex coniuge nella vicina Musile di Piave nel luglio del 2017: Studio 3A ha fornito assistenza gratuita alla famiglia della vittima, che si è presa cura anche dei due figli minori di Mariarca rimasti orfani, e Vizzi li ha seguiti passo passo in tutto l’iter giudiziario, e non solo.

«Alla fine, per le storture del nostro sistema, l’omicida è stato condannato solo a vent’anni: ma allora conviene denunciare? Bisogna denunciare e conoscere le forme di tutela e i propri diritti: per questo Studio 3A ha pubblicato un manuale sulle indagini preliminari per spiegare in modo semplice ma completo tutte le attività svolte dalla Procura in questa fase fondamentale del procedimento penale e fornire informazioni utili anche alla parte civile per il ristoro dei danni patiti. E per questo organizza iniziative come questa.

Nel 2018, dati alla mano, il 31,5 per cento delle donne tra i 16 e i 70 anni, 6 milioni e 788mila italiane, nel corso della loro vita hanno subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Sette su dieci non denunciano. Numeri che non si possono più accettare» ha concluso Riccardo Vizzi, ricordando anche il centro di ascolto inaugurato tre anni fa presso la caserma dei carabinieri di San Donà.

 

Anche lo Stato deve intervenire

Anche le istituzioni, però, sono state “richiamate” a fare finalmente la loro parte. «Non è con l’inasprimento delle pene che si può combattere un fenomeno criminale: già Cesare Beccaria nell’Ottocento evidenziava che è la certezza della pena, non la sua entità a incidere sulla proliferazione dei reati – ha ricordato l’avvocato Marco Frigo, responsabile della gestione sinistri gravi di Studio 3A, che ha approfondito le questioni giuridiche – E non è certo con lo strumento di un decreto legge, legittimo nei casi di urgenza, che si può affrontare un fenomeno complesso sotto il profilo sociale come questo, e invece è stato proprio con questa modalità che alla vigilia del ferragosto 2013, insieme a provvedimenti relativi a Protezione civili e Vigili del fuoco, sono state introdotte norme frammentarie per contrastare la violenza di genere.

La circostanza è ancor più grave se si considera che spesso la reticenza a denunciare determinati crimini è legata alla dipendenza economica della vittima rispetto al carnefice, e in quest’ottica solo nel 2016, dopo l’ennesima sanzione da parte della Comunità europea, l’Italia è stata obbligata a introdurre una legge per risarcire le vittime di crimini volenti, ma le cifre sono vergognose: un figlio a cui uccidano la madre percepisce dallo Stato la bellezza di 7.200 euro! Questo dice molto della (scarsa) volontà da parte del legislatore di affrontare in modo organico una problematica che coinvolge innumerevoli aspetti, non ultimo il bisogno di educare almeno i giovani a una gestione corretta delle proprie relazioni».

 

Le indicazioni del criminologo e vittimologo

Temi trattati anche dal professor Marco Monzani, docente di Criminologia all’Università di Padova e direttore scientifico dello Iusve, Istituto Universitario Salesiano di Venezia, che si è soffermato anche sulla cosiddetta “violenza assistita”, quando cioè i minori assistono alle violenze subite (in genere) dalla mamma, «che non dovrebbe essere solo un’aggravante – ha sottolineato – ma un reato ad hoc”, o sulla “seconda vittimizzazione” delle vittime, quando, dopo la denuncia, entrano in un difficile, complesso e doloroso percorso di cui non hanno ancora piena consapevolezza e nel quale vanno accompagnate.

Il femminicidio è un fenomeno relazionale, riguarda due soggetti che intrattengono o intrattenevano una qualche relazione. Non cesserà inserendolo in una norma del codice penale: l’unica via possibile è un grande sforzo di educazione, cultura e rispetto all’interno delle relazioni, tutte, anche indipendentemente dal genere”.

 

La testimonianza della mamma di Irina Bacal

Ma il momento più toccante della serata è stata la commossa testimonianza di Galia Bacal, mamma di Irina, la 19enne di origine moldava, residente a Conegliano, incinta in quasi sette mesi, strangolata nel marzo del 2017 dall’ex fidanzato, che non voleva quel bimbo anche suo e che ha messo fine a due vite, occultando il corpo in un boschetto: è stato condannato anche in Appello a trent’anni «Mia figlia non era tornata a casa, il cellulare era spento: ero sempre più preoccupata, non era da lei, non aveva motivo per allontanarsi.

L’assassino l’aveva già uccisa, ma il giorno seguente e quello successivo ha continuato a dirmi di averla vista assieme a un altro ragazzo albanese – ha raccontato Galia trattenendo a stendo le lacrime – Ho chiamato la Polizia, ho presentato denuncia e quando mi hanno chiamato per dirmi che avevano trovato il corpo di Irina, mi è crollato il mondo addosso: quel giorno la mia vita è cambiata. Per sempre.

Sono venuta in Italia per dare una vita migliore alle mie figlie, quelle possibilità che io non ho avuto. E invece…».