Articolo Pubblicato il 22 luglio, 2020 alle 14:30.

Un pronunciamento “di civilità”. L’importo mensile della pensione d’inabilità spettante agli invalidi civili totali, stabilito dall’articolo 12, primo comma, della legge n. 118 del 1971, oggi pari a 286,81 euro, “è innegabilmente, e manifestamente, insufficiente” ad assicurare agli interessati il “minimo vitale”, ma il suo adeguamento rientra nella discrezionalità del legislatore.

Tuttavia, gli invalidi civili totalmente inabili al lavoro hanno diritto al cosiddetto “incremento al milione” della pensione di inabilità (oggi pari a 651,51 euro) fin dal compimento dei 18 anni, senza aspettare i 60. Il requisito anagrafico finora previsto dalla legge è irragionevole in quanto “le minorazioni fisio-psichiche, tali da importare un’invalidità totale, non sono diverse nella fase anagrafica compresa tra i diciotto anni (ovvero quando sorge il diritto alla pensione di invalidità) e i cinquantanove, rispetto alla fase che consegue al raggiungimento del sessantesimo anno di età, poiché la limitazione discende, a monte, da una condizione patologica intrinseca e non dal fisiologico e sopravvenuto invecchiamento”.

 

Una sentenza storica della Corte Costituzionali per i disabili

Si tratta di uno dei passaggi della motivazione della sentenza n. 152/20 del 23 giugno 2020, depositata il 20 luglio (relatore il vicepresidente Mario Rosario Morelli) con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 38, comma 4, della legge n. 448 del 2001, là dove stabilisce che i benefici incrementativi spettanti agli invalidi civili totali sono concessi ai soggetti di età pari o superiore a 60 anni, anziché ai soggetti di età superiore a 18.

La vicenda arrivata fin alla Consulta riguarda una donna di 47 anni di Torino, affetta da affetta da tetraplegia spastica prenatale, invalida al lavoro al 100 per cento, a cui il Tribunale aveva respinto la richiesta di condanna dell’Inps a corrisponderle la pensione di inabilità in misura non inferiore all’assegno sociale o, in ogni caso, in una misura tale da consentirle un decoroso mantenimento.

 

La Corte d’Appello di Torino solleva due questioni di legittimità costituzionale

Suo padre e suo tutore ha appellato la sentenza presso la Corte d’Appello di Torino, che ha appunto sollevato una duplice questione di legittimità costituzionale. Una relativa all’art. 12, primo comma, della legge n. 118/1971 contenente nuove norme in favore dei mutilati e degli invalidi civilinella parte in cui attribuisce al soggetto totalmente inabile, affetto da gravissima disabilità e privo di ogni residua capacità lavorativa, una pensione di inabilità insufficiente a garantire il soddisfacimento delle minime esigenze vitali, in relazione agli artt. 3, 38, comma 1, 10, comma 1, e 117, comma 1, Cost.”.

La seconda, circa l’art. 38, comma 4, della legge n. 448/2001 (finanziaria 2002) “nella parte in cui subordina il diritto degli invalidi civili totali, affetti da gravissima disabilità e privi di ogni residua capacità lavorativa, all’incremento previsto dal comma 1 al raggiungimento del requisito anagrafico del sessantesimo anno di età, in relazione agli artt. 3 e 38, comma 1, Cost”.

 

Meno di 300 euro al mese sono insufficienti per un mantenimento adeguato e dignitoso

Per la Corte d’Appello l’art. 12 violava gli artt. 3, 38 comma 1, 10 comma 1 e 117 comma 1 della Costituzione (questi ultimi in riferimento a quanto disposto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dallo Stato italiano e a cui ha aderito l’Unione Europea), perché, riconoscendo alla donna una pensione di inabilità di 282,55 euro nel 2018, 285,66 euro nel 2019 e 286,81 nel 2020, di fatto le disconosceva il diritto ad un mantenimento adeguato in ragione della misura insufficiente della pensione di inabilità loro spettante, irragionevolmente inferiore rispetto alla misura riconosciuta a titolo di assegno sociale e a titolo di incremento della pensione di invalidità civile per gli ultrasessantenni e, comunque, inidonea a liberare l’inabile dalla condizione di bisogno in cui versa ed a garantirne condizioni di vita almeno dignitose”.

In buona sostanza, per il giudice remittente la misura dell’assegno di invalidità era del tutto insufficiente a garantire all’invalida totale i bisogni più elementari. Di qui la sua richiesta alla Consulta d’individuare un importo più adeguato, come quello fissato per l’assegno sociale, ad esempio, destinato a soggetti che versano in analoghe situazioni di bisogno e quindi utilizzabile come misura di riferimento.

 

Spetta al legislatore definire l’importo del sussidio

Sulla questione di costituzionalità relativa all’art. 12 comma 1 della legge n. 118/1971, la Consulta dichiara di condividere quanto esposto dalla Corte d’Appello. In effetti, la Consulta rileva come l’importo di 286,81 euro della pensione di invalidità riconosciuta alla donna sia del tutto insufficiente ad assicurarle il minimo vitale. Essa non rispetta in effetti quanto previsto dall’art. 38 della Costituzione, che prevede per gli inabili al lavoro il diritto al mantenimento.

La Corte rileva inoltre che, raffrontando la pensione d’invalidità con altre misure, primo tra tutti l’assegno sociale, anche se si tenesse conto dell’indennità di accompagnamento (che nel 2020 ammonta a 520,29 euro) l’importo sarebbe comunque inadeguato.

Essa tuttavia dichiara la questione inammissibile perché non può procedere a “una diretta e autonoma rideterminazione del correlativo importo, poiché un tale intervento manipolativo invaderebbe l’ambito della discrezionalità, che – nel rispetto del limite invalicabile di non incidenza sul nucleo essenziale e indefettibile del diritto in gioco – resta, comunque, riservata al legislatore, cui compete l’individuazione delle misure necessarie a tutela dei diritti delle persone disabili”.

 

Ma l’appello a provvedere è fortissimo

E tuttavia, la sentenza della Corte Costituzionale lancia un messaggio fortissimo. I giudici rilevano che la maggiore spesa a carico dello Stato, derivante dall’estensione della maggiorazione agli invalidi civili – nel rispetto delle soglie di reddito stabilite dalla legge 448 del 2001 – non viola l’articolo 81 Cost. poiché sono in gioco diritti incomprimibili della persona. I vincoli di bilancio, dunque, non possono prevalere. “Ciò comporta – ha affermato la Corte – che il legislatore deve provvedere tempestivamente alla copertura degni oneri derivanti dalla pronuncia, nel rispetto del vincolo costituzionale dell’equilibrio di bilancio in senso dinamico”.

Nella prospettiva del “contemperamento dei valori costituzionali”, la Consulta ha peraltro ritenuto di graduare gli effetti temporali della sua sentenza, facendoli decorrere (solo) dal giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale. Una strada già seguita in passato, a partire dalla sentenza n. 10 del 2015 (nello stesso senso anche sentenze n. 246 del 2019, n. 74 e n. 71 del 2018). Fu allora precisato che “sono proprio le esigenze dettate dal ragionevole bilanciamento tra i diritti e i principi coinvolti” a determinare la scelta di una tale tecnica decisoria. La quale “risulta, quindi, costituzionalmente necessaria allo scopo di contemperare tutti i principi e i diritti in gioco (…) garantendo il rispetto dei principi di uguaglianza e di solidarietà, che, per il loro carattere fondante, occupano una posizione privilegiata nel bilanciamento con gli altri valori costituzionali”.

Insomma, i giudici hanno concluso che spetta al legislatore di rimodulare la disciplina delle misure assistenziali vigenti, purché però sia garantita agli invalidi civili totali l’effettività dei diritti loro riconosciuti dalla Costituzione.

L’opportunità fortemente caldeggiata dalla Corte Costituzionale di ricorrere all’incremento “al milione” per le pensioni di invalidità è stata recepita immediatamente dal legislatore. Il Decreto Rilancio ha infatti messo nero su bianco l’aumento indicato dalla Consulta per le pensioni degli invalidi civili totali. La decorrenza dei nuovi importi è prevista a partire dal mese di agosto 2020, mese successivo a quello di approvazione del Decreto. E questi nuovi importi vengono riconosciuti agli invalidi che abbiano compiuto i 18 anni di età, senza bisogno di attendere i 60 per l’incremento.

 

Incostituzionale l’incremento della pensione solo al decorrere dei 60 anni

Per quanto riguarda la seconda questione di costituzionalità sollevata, la Consulta richiama il contenuto dell’art. 38 della legge n. 448/2001, il quale al comma 1 prevede che “le maggiorazioni sociali dei trattamenti pensionistici, ivi di seguito elencati, siano incrementate, a favore dei soggetti di età pari o superiore a settanta anni, fino a garantire un reddito proprio pari a euro 516,46 al mese (cosiddetto “incremento al milione” di lire)”, e poi al comma 4 aggiunge che “il beneficio incrementativo di cui al comma 1 è concesso anche ai soggetti di età pari o superiore a sessanta anni che risultino invalidi civili totali”.

Per la Consulta la condizione anagrafica del raggiungimento dei 60 anni di età ai fini dell’incremento appare del tutto irragionevole, anche perché, come dimostra il caso portato alla sua attenzione, può accadere che l’invalido civile sia tale prima del compimento del sessantesimo anno di età “in ragione delle patologie sofferte in condizioni di gravissima disabilità e privo della benché minima capacità di guadagno”.

La disposizione denunciata sarebbe ancor più irragionevole e discriminatoria, prosegue la Corte Costituzionale, ”laddove ai titolari di assegno (o pensione) sociale concedesse l’incremento in questione per il solo raggiungimento del settantesimo anno di età anche se esenti da patologie invalidanti mentre un soggetto totalmente inabile di età compresa fra 18 e 59 anni (…) in condizioni di gravissima disabilità (…) percepisse una pensione di invalidità pari a poco più della metà.

La questione del requisito anagrafico sollevato per la pensione di invalidità è quindi fondata per la Corte, la quale ha dichiarato pertanto incostituzionale l’art. 38, comma 4, della legge n. 448/ 2001 “nella parte in cui, con riferimento agli invalidi civili totali, dispone che i benefici incrementativi di cui al comma 1 sono concessi “ai soggetti di età pari o superiore a sessanta anni” anziché “ai soggetti di età superiore a diciotto anni“.