Articolo Pubblicato il 7 marzo, 2020 alle 19:00.

La Corte d’Appello di Trieste ha riconosciuto la responsabilità dei medici che hanno causato alla donna, oggi 45enne, un grave ematoma epatico durante un’agobiopsia

Dopo una battaglia durata quasi 13 anni, con il sostegno di Studio3A, una oggi 45enne friulana è riuscita finalmente a vedere riconosciuto dalla giustizia civile l’evidente errore professionale commesso dai medici che l’hanno avuta in cura all’ospedale di Udine, con la relativa condanna della locale Azienda ospedaliera al risarcimento di tutti i danni fisici e morali subiti, quantificati in quasi centomila euro.

La vicenda è iniziata nel 2007 quando la donna, accusando persistenti dolori all’addome, si è rivolta al reparto di Chirurgia del Santa Maria della Misericordia dove i medici, l’8 agosto, sospettando la presenza di un epatocarcinoma fibrolamellare, hanno deciso di sottoporla a un’agobiopsia epatica della lesione, risultata peraltro dolorosa e infruttuosa, con deviazione dell’ago durante il primo tentativo. E al termine della procedura, dopo sole tre ore, l’hanno rimandata a casa.

Ma qui è iniziato il calvario per la paziente, che dopo quattro giorni, il 12 agosto, in preda alle sofferenze, si è dovuta ripresentare all’ospedale di Udine. Dal Pronto Soccorso l’hanno riportata in Chirurgia dove la visita ha rivelato la diagnosi di “ematoma epatico ed emoperitoneo”, risultato “secondario (cioè conseguente, ndr) a biopsia epatica”. La paziente è rimasta ricoverata fino al 3 settembre 2007, è stata sottoposta a svariati interventi chirurgici di pulizia e svuotamento dell’ematoma, finendo per alcuni giorni anche in Terapia Intensiva. E quando l’hanno dimessa ed è tornata a casa, la sua vita non è stata più quella di prima: dolori persistenti alla zona addominale, che le hanno sviluppato anche una patologia psicologica, e pesanti ripercussioni anche sui suoi progetti di vita. Le consulenze specialistiche a cui si è sottoposta, infatti, hanno evidenziato che la presenza di cicatrici e aderenze, con l’aumento del volume dell’utero, avrebbero potuto causarle seri problemi in caso di gravidanza.

La quarantacinquenne ha quindi deciso di chiedere i danni all’Azienda Sanitaria, che però ha sempre denegato ogni responsabilità. Allora, attraverso l’area manager e responsabile della sede di San Donà di Piave, Riccardo Vizzi, si è affidata a Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini, che ha acquisito e vagliato tutta la documentazione clinica e sottoposto la propria assistita a diverse visite medico legali con i propri esperti, cogliendo plurimi elementi di malpractice medica nell’operato dei sanitari e decidendo di agire di conseguenza. Studio3A ha esperito tutti i tentativi possibili per risolvere la controversia in via stragiudiziale ma, di fronte al muro eretto dalla controparte, si è deciso di adire le vie legali con una citazione in causa avanti il Tribunale di Udine. E non si è desistito nemmeno quando, pur essendo emersa fin dalla prima consulenza medico-legale la “relazione diretta tra la biopsia effettuata e la formazione dell’ematoma”, i giudici hanno rigettato la domanda.

E’ stato proposto appello presso la Corte d’Appello di Trieste, che ha rinnovato la consulenza medico legale e il perito incaricato, il dott. Enrico Belleli, ha concluso, per citare la sua perizia, che “emergono concrete criticità in relazione alla procedura bioptica, pur effettuata con guida ecografica e non a mano libera: i comportamenti omissivi, rappresentati dalla non documentata effettuazione della ecografia post-operatoria (tanto più dovuta in presenza di un ago piegato nel corso della procedura), e dalla non documentata effettuazione del monitoraggio hanno ritardato l’individuazione delle complicanze che, se tempestivamente rilevate, avrebbero quantomeno ridotto le conseguenze dannose poi verificatesi, ossia limitato il danno”. Il medico ha anche evidenziato come, in assenza di complicazioni, la metodica dell’esame in questione “raccomandi una temporanea degenza di almeno 6 ore”, a fronte delle appena tre disposte nella circostanza.

Dunque, storia recente, la seconda sezione civile della Corte d’Appello triestina, presieduta dalla dott.ssa Patrizia Puccini, ha ritenuto “fondato” l’appello. “Va affermata – recita la sentenza – la responsabilità dell’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine per l’ematoma intraepatico e peritoneo sofferti da (omissis) a causa del negligente e imperito trattamento successivo all’intervento di agobiopsia epatica a lei praticato e, conseguentemente, la stessa Azienda Sanitaria va condannata a risarcire il danno patito dalla paziente, oltre a rifonderle le spese di lite”. Tra danno fisico – le è stata riconosciuta un’invalidità permanente dell’11%, senza contare contare i lunghi periodi di temporanea – e danno morale, spese mediche, di causa e di lite e interessi maturati in oltre un decennio, l’Azienda Ospedaliera di Udine dovrà pagare circa 98mila euro: è stata condannata a risarcire anche le spese di assistenza stragiudiziale, essendosi rifiutata di presenziare all’incontro per il tentativo di mediazione obbligatorio e avendo formulato un’offerta inaccettabile di 17mila euro, “rendendo vana ogni attività per evitare di ricorrere all’autorità giudiziaria”.

Alla paziente nulla ripagherà tutto ciò che ha patito in questi anni, ma quanto meno ha ottenuto un po’ di giustizia vedendosi riconoscere le proprie ragioni.