La Procura di Belluno ha chiesto il rinvio a giudizio per l’automobilista: udienza preliminare il 7 febbraio. I familiari della vittima si aspettano una pena esemplare

Dovrà rispendere dei reati di omicidio stradale con l’aggravante della fuga e quindi dell’omissione di soccorso, e rischia il carcere, Denis Canzian, 31 anni, di Santa Giustina, nel Bellunese, che la sera del 31 luglio 2018, dopo aver investito in auto il 56enne Mansueto Venz a due passi da dove abitava, a Can di Cesiomaggiore, ha tirato diritto lasciandolo agonizzante. Al termine delle indagini preliminari del procedimento penale aperto all’indomani della tragedia, il Pubblico Ministero della Procura di Belluno dott.ssa Roberta Gallego ha chiesto il rinvio a giudizio per il “pirata” e il Gup, dott.ssa Enrica Marson, ha fissato per il 7 febbraio, alle 11, in Tribunale, l’udienza preliminare di un processo dal quale i familiari della vittima, assistiti da Studio 3A, si aspettano giustizia.

Venz, affermato gelatiere che, dopo una vita di lavoro tra Germania e Austria, era tornato nel suo paese per assistere gli anziani genitori Luigi e Dina, era uscito per portare a passeggio l’inseparabile cagnolina Stella, andata incontro allo stesso destino del padrone: camminava sul ciglio della Provinciale 12, in quel tratto via San Leonardo, quand’è stato falciato dalla Golf di Canzian, che procedeva nella stessa direzione e l’ha investito da dietro. L’automobilista, però, non s’è fermato proseguendo la sua marcia: a dare l’allarme al 118 prima, alle 20.18, e al 112 dopo, una vicina di casa della vittima che ha notato il corpo esanime su un prato a pochi metri dalla strada. Purtroppo, però, nonostante tutte le manovre rianimatorie e il repentino trasporto in ambulanza all’ospedale di Feltre, i sanitari non hanno potuto fare nulla per salvare il pedone, deceduto alle 21.20 per i gravi politraumi riportati.

Intanto l’investitore, dopo essere rincasato, è ripassato una prima volta sul luogo dell’incidente con l’auto della fidanzata e poi, vedendo un capannello di gente, ha parcheggiato davanti alla scuola elementare di Cesiomaggiore e si è fatto riaccompagnare dalla madre sul posto, alle 20.50, ammettendo a quel punto le sue responsabilità dinanzi ai carabinieri di Santa Giustina, intervenuti per i rilievi. L’automobilista ai militari ha detto di aver sentito un “forte tonfo”, aggiungendo però di aver pensato a un urto contro un cartello stradale. Solo una volta a casa, avendo notato del sangue sulla carrozzeria, gli sarebbe sorto il dubbio di aver investito qualcosa di animato, ma al massimo un animale selvatico: l’eventualità di aver travolto una persona non gli sarebbe neanche passata per la testa. Giustificazioni smentite dai riscontri oggettivi delle perizie disposte dal Pm: quella medico legale a cura del dott. Antonello Cirnelli, che ha effettuato l’autopsia, e quella cinematica sul sinistro affidata all’ingegner Pierluigi Zamuner. La causa tecnica dell’incidente è stata individuata nel mancato-ritardato avvistamento del pedone da parte dell’automobilista, con ogni probabilità (altra aggravante, ndr) legato a distrazione dato l’andamento rettilineo della strada a visuale libera e con buone condizioni di luminosità”: a quell’ora, d’estate, era ancora chiaro, come attestato dalle foto scattate nell’immediatezza. “L’indagato – scrive la dott.ssa Gallego nell’atto  per negligenza, imprudenza, imperizia e inosservanza delle norme in materia di circolazione stradale (….), ometteva di tenere una condotta di guida precauzionale e idonea a salvaguardare la presenza di pedoni sul ciglio stradale e, segnatamente in violazione degli art. 140 e 141 c. 4) del Codice della Strada, non avvedendosi o comunque non calcolando correttamente la giusta distanza nell’affiancare Mansueto Venz, che a piedi con il suo cane percorreva il tratto stradale in questione (…), ne cagionava colposamente il decesso pressoché istantaneo conseguente all’investimento”.

Non solo. Il pedone, come dimostrato dalla perizia e riportato nell’atto del Sostituto Procuratore, è stato investito da tergo, “tra il cavo popliteo e il ginocchio sinistro”, dalla parte anteriore destra della Golf, “facendone carambolare il corpo con un’intensa rotazione e torsione sul proprio asse tanto da cagionargli la disarticolazione delle relative superfici osteoscheletriche”; a seguito dell’impatto è stato caricato sul cofano, ha quasi sfondato con il gomito il parabrezza dell’auto, che presentava su tutto il lato destro una profonda incrinatura a raggiera del cristallo, sbattendo con la parte parieto-occipitale del capo contro la superficie del montante, ed è stato “proiettato in avanti contro un palo della segnaletica stradale che la vittima ha abbattuto, prima di rovinare per terra rotolando lungo la scarpata erbosa. Una dinamica terribile, avvenuta sotto gli occhi del conducente della macchina, che non può non essersi reso conto di quanto accaduto. E infatti il Sostituto Procuratore, aggiunge che l’investitore, “immediatamente dopo l’impatto con la persona offesa, resosi responsabile della morte di Venz, con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale, si dava anche alla fuga precipitosamente recandosi presso la propria abitazione e solo tempo dopo con altra autovettura tornava sul luogo dell’incidente, tenendosi a distanza per valutare le conseguenze del proprio agito e quanto i carabinieri stavano procedendo a investigare in fase di primo sopralluogo”.

Ora i familiari di Venz che, per ottenere giustizia, tramite il consulente personale Armando Zamparo, si sono rivolti a Studio 3A, società specializzata a livello nazionale nella valutazione delle responsabilità in ogni tipologia di sinistro, a tutela dei diritti dei cittadini, si aspettano una condanna esemplare nei confronti del pirata. “Non è accettabile che chi si comporta così, investendo una persona e lasciandola moribonda sulla strada, se la cavi sempre con poco. Carcere o meno, servono misure forti, penso anche alla sospensione perpetua della patente. Bisogna porre una fine a questo stillicidio di vittime della strada, a questa logica distorta secondo cui la vita umana non ha quasi più valore: sono troppe le persone che muoiono così” aveva dichiarato nei mesi scorsi il fratello di Mansueto, Gilberto. Codice penale alla mano, in caso di omicidio stradale “se il conducente si dà alla fuga la pena è aumentata da un terzo a due terzi e comunque non può essere inferiore a cinque anni”.