Articolo Pubblicato il 19 giugno, 2020 alle 10:00.

Con la sentenza n. 11123/20 depositata il 10 giugno 2020 la Corte di Cassazione, terza sezione civile, è tornata ad occuparsi di responsabilità medica e, in particolare, del delicatissimo tema della nascita indesiderata collegata all’inadempimento contrattuale del medico il quale, omettendo di informare la madre della gravi malformazioni del feto che porta in grembo, le preclude il diritto di abortire.

Un danno di cui si può pretendere il risarcimento, purché però, precisa la Suprema Corte, così come ha fatto per una recente sentenza sul “consenso informato”, la mamma, su cui grava quest’onere probatorio, dimostri che avrebbe esercitato la sua facoltà di interrompere la gravidanza – ricorrendone le condizioni di legge – se fosse stata messa tempestivamente al corrente delle anomalie fetali.

 

Omesse informazioni sulle malformazioni del feto

Una coppia, che aveva agito in giudizio in proprio ma anche nella qualità di genitori esercenti la potestà sul figlio, aveva citato in causa un’Azienda sanitaria locale chiedendo il risarcimento dei danni cagionati loro dalla omessa tempestiva diagnosi e informazione alla gestante delle gravi malformazioni che presentava il feto, impedendole in questo modo di autodeterminarsi esercitando il diritto ad interrompere la gravidanza.

Risarcimento negato: manca la prova che la mamma avrebbe abortito

La Corte territoriale, tuttavia, aveva respinto la domanda ritenendo, in particolare, che mancasse la prova, gravante sui genitori, della scelta abortiva che la donna avrebbe compiuto, ove avesse conosciuto la malformazione.

Così come mancava, secondo i giudici di merito, la prova del presupposto legale di esercizio di tale diritto, ossia dell’esistenza di un rischio di un grave pericolo per la vita della donna in conseguenza del parto, ovvero di un grave pericolo per la salute fisica o psichica della stessa, come richiesto dall’art. 6 della Legge n. 194/1978.

Il ricorso per Cassazione

I genitori hanno quindi proposto ricorso per Cassazione lamentando il fatto che i giudici avrebbero invece dovuto desumere la volontà di abortire dalle convinzioni etiche della donna, dalle condizioni economico-sociali della famiglia, nonché dalla gravissima malformazione del feto: circostanza, quest’ultima, idonea anche a desumere l’esistenza di un grave pericolo per la salute psichica della donna.

La Suprema Corte però, alla fine, ha confermato la correttezza del giudizio del Collegio territoriale, ribadendo come non fosse stata raggiunta la prova presuntiva, “in assenza di qualsiasi allegazione di specifici fatti storici idonei a fondare la prova logica, ovvero anche l’onere di contestazione della controparte”. Una decisione su cui ha pesato anche il fatto che la mamma non avrebbe preso alcuna posizione quando si era posto il dubbio, nel referto dell’ecografia del secondo trimestre, dell’assenza di un arto superiore.