Articolo Pubblicato il 2 gennaio, 2021 alle 9:23.

Le drammatiche conseguenze della seconda ondata della pandemia trovano puntuale riscontro anche nelle denunce di infortunio sul lavoro a seguito di Covid-19 segnalate all’Inail che, con la recente impennata, hanno superato – e di molto – le centomila: di queste, 366 relative a decessi.

 

Con novembre gli infortuni sul lavoro da Covid hanno raggiunto quota 104.328

Più precisamente, dal nuovo report pubblicato dall’Istituto il 22 dicembre, aggiornato al mese di novembre 2019, i casi hanno raggiunto complessivamente le 104.328 unità, corrispondenti al 20,9% di tutte le denunce di infortunio pervenute da inizio anno all’Inail e il 13% dei contagiati nazionali totali comunicati dall’Istituto Superiore della Sanità.

Il mese di novembre in percentuale si piazza al secondo posto di questa triste classifica, con il 26,6% degli infortuni da Coronavirus denunciati, appena sotto marzo (27,0%), e davanti a ottobre (20,3%) e aprile (17,6%): il 3,7% sono denunce afferenti al mese di maggio, l’1,7% a settembre, lo 0,9% a febbraio e a giugno, lo 0,8% ad agosto e lo 0,5% a luglio.

Dunque, rispetto al monitoraggio effettuato alla data del 31 ottobre (66.781 denunce) i casi in più sono ben 37.547, di cui 27.788 riferiti a novembre e 9.399 ad ottobre (complice, come detto la seconda ondata di contagi che ha avuto un impatto significativo anche in ambito lavorativo, soprattutto a partire dal mese di ottobre, superiore alla prima ondata, se è vero che la quota sul totale delle denunce di ottobre-novembre è pari al 47% contro il 44,5% di marzo-aprile). I restanti 360 casi sono invece riconducibili ai mesi precedenti (il consolidamento dei dati permette di acquisire informazioni non disponibili nei mesi precedenti).

 

L’analisi per sesso, età, nazionalità e distribuzione territoriale

Per il 69,4% i contagiati sono donne, il 30,6% uomini; l’età media dall’inizio dell’epidemia è di 46 anni per entrambi i sessi; l’età mediana (quella che ripartisce la platea – ordinata secondo l’età – in due gruppi ugualmente numerosi) è 48 anni (la stessa riscontrata dall’ISS sui contagiati nazionali), anche sui casi dell’ultimo mese.

Il dettaglio per classe di età mostra come il 42,5% del totale delle denunce riguardi la classe 50-64 anni: seguono le fasce 35-49 anni (36,8%), 18-34 anni (18,8%) e over 64 anni (1,9%).

Gli italiani sono l’85,6% (sette su dieci sono donne); gli stranieri il 14,4% (otto su dieci sono donne): le nazionalità più colpite sono la rumena (20,2% dei contagiati stranieri), la peruviana (15,0%), l’albanese (7,8%) e l’ecuadoregna (5,1%).

L’analisi territoriale, per luogo evento dell’infortunio, evidenzia una distribuzione delle denunce del 50,3% nel Nord-Ovest (con in testa sempre la Lombardia con il 30,5%), del 21,0% nel Nord-Est (Veneto 8,2%), del 13,7% al Centro (Toscana 5,7%), dell’11,1% al Sud (Campania 5,5%) e del 3,9% nelle Isole (Sicilia 2,5%).

Le province con un maggiore numero di contagi sono Milano (11,9%), Torino (7,6%), Roma (4,2%), Napoli (3,9%), Brescia (3,2%), Genova (2,8%), Varese (2,7%) e Bergamo (2,6%). Milano è anche la provincia che registra il maggior numero di contagi professionali nel mese di novembre, seguita da Torino, Roma e Napoli. In termini relativi sono però le province meridionali quelle che registrano i maggiori incrementi: Reggio Calabria, Caltanissetta, Caserta e Salerno vedono più che triplicare le denunce rispetto alla rilevazione di ottobre.

 

I settori più colpiti: quello della sanità torna ed essere di gran lunga il più colpito

Delle 104.328 denunce di infortunio da Covid-19, quasi tutte riguardano la gestione assicurativa dell’Industria e servizi (97,8%), mentre il numero dei casi registrati nelle restanti gestioni assicurative, per Conto dello Stato (Amministrazioni centrali dello Stato, Scuole e Università statali), Agricoltura e Navigazione è di 2.277 unità.

Rispetto alle attività coinvolte dalla pandemia, il settore della sanità e assistenza sociale (ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche e policlinici universitari, residenze per anziani e disabili…) registra il 68,7% delle denunce, seguito dall’amministrazione pubblica (attività degli organismi preposti alla sanità – Asl – e amministratori regionali, provinciali e comunali) con il 9,2%; dal noleggio e servizi di supporto (servizi di vigilanza, di pulizia, call center,…) con il 4,4%; dal settore manifatturiero (addetti alla lavorazione di prodotti chimici, farmaceutici, stampa, industria alimentare) con il 3,3%, dalle attività dei servizi di alloggio e di ristorazione con il 2,5% e dal commercio all’ingrosso e al dettaglio con l’1,9%.

Pur nella provvisorietà dei dati soggetti a consolidamento, un’analisi delle denunce di infortunio per mese di accadimento rileva che la “seconda ondata” dei contagi ha avuto un impatto più significativo della prima anche in ambito lavorativo. Infatti, nel bimestre ottobre-novembre si rileva il picco dei contagi con quasi 49mila denunce di infortunio (47%), cifra peraltro destinata ad aumentare nella prossima rilevazione per effetto del consolidamento particolarmente influente sull’ultimo mese della serie, superando il dato registrato nel bimestre marzo-aprile (con il 44,5% dei casi da inizio pandemia, pari a circa 46.500 denunce).

Tra la prima e la seconda ondata, dopo i quasi 4mila casi di maggio (3,7%), si era invece registrato un ridimensionamento del fenomeno (con giugno-agosto al di sotto dei mille casi mensili, anche in considerazione delle ferie per molte categorie di lavoratori) e una leggera risalita a settembre (circa 1.800 casi, pari all’1,7%) che lasciava prevedere una ripresa dei contagi nei mesi successivi.

Ripartendo l’intero periodo di osservazione in tre intervalli, fase di “lockdown” (fino a maggio compreso), fase “post lockdown” (da giugno ad agosto) e fase di “seconda ondata” di contagi (settembre-novembre), si possono riscontrare significative differenze in termini di incidenza del fenomeno in vari settori: per l’insieme dei settori della sanità, assistenza sociale e amministrazione pubblica (attività degli organismi preposti alla sanità – Asl – e amministratori regionali, provinciali e comunali) si osserva una progressiva riduzione dell’incidenza delle denunce tra le prime due fasi e una risalita nella terza (si è passati dall’80,5% dei casi codificati nel primo periodo fino a maggio compreso, al 49,2% del trimestre giugno-agosto, per poi risalire al 76,3% nel trimestre settembre-novembre).

Viceversa altri settori, con la graduale ripresa delle attività (in particolare nel periodo estivo) hanno visto aumentare l’incidenza dei casi di contagio tra le prime due fasi e una riduzione nella terza, come i servizi di alloggio e ristorazione (passati dal 2,5% del primo periodo, al 6,3% del trimestre successivo e al 2,4% nel trimestre settembre-novembre) o i trasporti (passati dall’1,2%, al 5,8% e al 2,4%).

Il decremento in termini di incidenza osservato nell’ultimo trimestre nei servizi di alloggio e ristorazione e nei trasporti non deve però trarre in inganno: infatti in questi settori, come del resto in tutti gli altri, il fenomeno è ripreso vigorosamente ad ottobre e in particolare a novembre in termini di numerosità delle denunce; a diminuire è la quota di questi casi sul totale, a fronte del più consistente aumento che caratterizza – sia in valore assoluto che relativo – nuovamente la sanità.

 

Le professioni sanitarie le più a rischio, infermieri in testa

L’analisi per professione dell’infortunato evidenzia la categoria dei tecnici della salute come quella più coinvolta da contagi con il 38,6% delle denunce (in tre casi su quattro sono donne), circa l’82% delle quali relative a infermieri. Seguono gli operatori socio-sanitari con il 18,6% (l’80,7% sono donne), i medici con il 9,5% (il 47,5% sono donne), gli operatori socio-assistenziali con il 7,6% (l’84,9% donne) e il personale non qualificato nei servizi sanitari (ausiliario, portantino, barelliere) con il 4,7% (3 su 4 sono donne). Il restante personale coinvolto riguarda, tra le prime categorie professionali, impiegati amministrativi (4,3%), addetti ai servizi di pulizia (2,2%), conduttori di veicoli (1,2%, con una preponderanza di contagi maschili pari al 92%) e direttori e dirigenti amministrativi e sanitari (1,0%, di cui il 45% donne).

Con riferimento all’analisi dei dati per mese di accadimento, si osserva una progressiva riduzione dell’incidenza dei casi di contagio per le professioni sanitarie nelle prime due fasi e una risalita nella terza: tra queste, la categoria dei tecnici della salute (prevalentemente infermieri) è passata dal 39,3% del primo periodo fino a maggio compreso, al 21,4% del trimestre giugno-agosto, per poi risalire al 38,6% nell’ultimo trimestre; così come i medici, scesi dal 10,2% nella fase di “lockdown” al 3,7% in quella “post lockdown” per poi registrare il 9,0% nella “seconda ondata” dei contagi.

Altre professioni, con il ritorno alle attività, hanno visto invece aumentare l’incidenza dei casi di contagio tra le prime due fasi e registrato una riduzione nella terza, come gli esercenti e addetti nelle attività di ristorazione (passati dallo 0,6% del primo periodo al 4,2% di giugno-agosto e allo 0,8% tra settembre e novembre), gli addetti ai servizi di sicurezza, vigilanza e custodia (passati dallo 0,6% all’1,2% e poi allo 0,9%) o gli artigiani e operai specializzati delle lavorazioni alimentari (da 0,2% al 7,1% e allo 0,2%).

 

Le denunce di infortunio con esito mortale, salite a 366 casi

Il monitoraggio alla data del 30 novembre 2020 rileva 366 denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale a seguito di Covid-19 pervenute all’Inail (circa un terzo dei decessi denunciati da inizio anno e una incidenza dello 0,7% rispetto al complesso dei deceduti nazionali da Covid-19 comunicati dall’Iss al 30 novembre). Il 50,3% sono deceduti ad aprile, il 33,1% a marzo, il 6,0% a maggio, il 5,5% a novembre, l’1,6% a luglio e ad ottobre, l’1,4% a giugno e lo 0,3% ad agosto e settembre. Rispetto al monitoraggio del 31 ottobre (332 casi), i decessi sono 34 in più, di cui 20 nel solo mese di novembre e gli altri distribuiti tra marzo e aprile.

L’84,2% dei decessi ha interessato gli uomini, il 15,8% le donne (al contrario di quanto osservato sul complesso delle denunce in cui si osserva una quota percentuale superiore per le donne).

L’età media dei deceduti è 59 anni (57 per le donne, 59 per gli uomini) così come l’età mediana, 59 anni per le donne e 60 per gli uomini (82 anni quella calcolata dall’Iss per i deceduti nazionali). Il dettaglio per classe di età mostra come il 71,6% del totale delle denunce riguardi la classe 50-64 anni: seguono le fasce over 64 anni (18,6%), 35-49 anni (8,7%) e under 34 anni (1,1%) nella quale non si rilevano decessi femminili.

Gli italiani sono l’89,3% (circa nove su dieci sono maschi); gli stranieri il 10,7% (sette su dieci sono maschi): le comunità più colpite sono la peruviana (con il 18,9% dei decessi occorsi agli stranieri), la rumena e l’albanese (13,5% per entrambe).

L’analisi territoriale, per luogo evento dei decessi, evidenzia una distribuzione del 53,8% nel Nord-Ovest (Lombardia 39,3%), del 12,8% nel Nord-Est (Emilia Romagna 9,3%), del 13,7% nel Centro (Lazio 6,3%), del 16,9% al Sud (Campania 7,9%) e del 2,8% nelle Isole (Sicilia 2,5%). Molise, Basilicata e Provincia Autonoma di Bolzano non hanno registrato casi mortali. Le province che contano più decessi sono Bergamo (11,2%), Milano (8,5%), Brescia (6,8%), Napoli (6,3%), Roma (5,5%) e Cremona (4,9%).

Nel confronto con le denunce professionali da Covid-19 per ripartizione geografica, per i casi mortali si osserva una quota più elevata al Sud (16,9% contro l’11,1% riscontrato nelle denunce totali) e una incidenza inferiore nel Nord-Est (12,8% rispetto al 21,0% delle denunce totali).

Settori e professioni

Dei 366 decessi da Covid-19, la stragrande maggioranza riguarda la gestione assicurativa dell’Industria e servizi (91,5%), mentre il numero dei casi registrati nelle restanti gestioni assicurative, per Conto dello Stato, Navigazione e Agricoltura è di 31 unità.

Rispetto alle attività produttive coinvolte dalla pandemia, il settore della sanità e assistenza sociale registra il 23,7% dei decessi codificati, seguito dalle attività del manifatturiero con il 13,7%, dal trasporto e magazzinaggio con l’11,5%, dall’amministrazione pubblica con il 10,3%, dal commercio all’ingrosso e al dettaglio con il 9,9%, dalle costruzioni con il 7,6%, dalle attività professionali, scientifiche e tecniche (dei consulenti del lavoro, della logistica aziendale, di direzione aziendale) con il 4,6%, dalle attività finanziarie e assicurative con il 3,8%, da quelle dei servizi di alloggio e ristorazione, dalle altre attività dei servizi (pompe funebri, lavanderia, riparazione di computer e di beni alla persona, parrucchieri, centri benessere…) e dalle attività inerenti il noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese (servizi di vigilanza, attività di pulizia, fornitura di personale, call center…), tutte con il 3,4% ciascuna.

L’analisi per professione dell’infortunato evidenzia come circa un terzo dei decessi riguardi personale sanitario e socio-assistenziale. Nel dettaglio, le categorie più colpite dai decessi sono quelle dei tecnici della salute (il 58% sono infermieri, di cui circa la metà donne) con il 9,3% dei casi codificati e dei medici con il 6,5% (un decesso su dieci è femminile). A seguire gli operatori socio-sanitari con il 5,1% (oltre la metà sono donne), il personale non qualificato nei servizi sanitari (ausiliari, portantini, barellieri, tra questi il 27% sono donne) con il 3,1% e gli operatori socio-assistenziali (due su tre sono donne) con il 2,8%, gli specialisti nelle scienze della vita (tossicologi e farmacologi) con il 2,0%.

Le restanti categorie professionali coinvolte riguardano gli impiegati amministrativi con l’11,8% (nove su dieci sono uomini), gli addetti all’autotrasporto con il 5,9% (tutti uomini), gli addetti alle vendite e i direttori e dirigenti amministrativi e sanitari con il 2,5% ciascuno, gli artigiani meccanici con il 2,2%, gli addetti ai servizi di sicurezza, vigilanza e custodia e gli artigiani e operai specializzati nelle rifiniture e mantenimento delle strutture edili, tutti con il 2,0% ciascuno.