Articolo Pubblicato il 27 agosto, 2020 alle 12:53.

I disservizi e le lamentele nei confronti degli Enti gestori di pubblici servizi sono all’ordine del giorno e uno dei frequenti motivi di protesta sono i ritardi con cui vengono effettuate le cosiddette “volture”, ossia il cambio di intestazione dei contratti di fornitura di gas e di energia elettrica richiesto da un cliente che diventa il nuovo proprietario di un immobile e domanda di mantenere le stesse condizioni contrattuali del precedente inquilino. In questi casi il danneggiato ha tutti i diritti di richiedere e di ottenere un risarcimento, come ha ribadito con forza la Cassazione con la sentenza 17688/20 depositata il 26 agosto 2020 con la quale ha definitivamente condannato Italgas.

Un utente cita Italgas per la mancata voltura, in tribunale gli dà ragione

A promuovere il contenzioso era stato un utente romano che nel 2012 aveva citato in causa l’azienda davanti al Giudice di pace di Castelnuovo di Porto per ottenere la condanna alla voltura di un contratto di somministrazione di gas ed al risarcimento del danno: risarcimento riconosciuto per una somma equitativamente determinata in tremila euro oltre interessi e spese.

Italgas aveva appellato la sentenza presso il Tribunale di Tivoli che però nel 2017 aveva respinto il gravame, ritenendo che dovesse essere riferita anche all’utente finale la nozione di cliente verso il quale la società doveva adempiere agli obblighi contrattuali di stipula e di attivazioneper garantire l’allaccio dell’utenza”.

La società ricorre per Cassazione

Non contenta, ItalGas Reti Spa ha proposto ricorso anche per Cassazione lamentando l’omesso esame da parte dei giudici territoriali del fatto che la società svolgerebbe solo attività di distribuzione, quale presupposto per poi valutare l’assenza di qualsivoglia competenza e obbligo giuridico della stessa ad effettuare la voltura dell’utenza, ai sensi dell’art. 360, n. 5, cod. proc. civ.; ancora, l’omesso esame della circostanza per cui la voltura dell’utenza del cliente in questione era in realtà già avvenuta, ad opera del venditore Eni spa, in data antecedente alla proposizione dell’azione giudiziaria; infine la violazione di svariati articoli del D.Lgs 164/2000, il cosiddetto Decreto Letta, e del codice di procedura penale.

La suprema Corte rigetta il ricorso e la pretesa di carenza di titolarità passiva dell’obbligazione

La Suprema Corte però ha rigettato le doglianze, evidenziando ad esempio come in realtà il ricorso neppure contestasse il dato fondamentale che tutti i rapporti anteriori al giudizio erano intercorsi proprio tra il cliente e la stessa ItalGas (la ricorrente non ha disconosciuto “i molti contatti direttamente intercorsi con il cliente prima dell’instaurazione della lite, giustificabili solo con un ruolo diretto proprio dell’odierna ricorrente, da questa liberamente assunto e giocato”).

 I fatti di cui si lamenta l’omesso esame – e dei quali qui si adduce una definizione diversa da quella accolta dalla giurisprudenza di questa Corte a seguito della novella del n. 5 dell’art. 360 cod. proc. civ. -, sono stati comunque presi in considerazione dal giudice di appello, nel momento in cui ha definito non condivisibile l’interpretazione dell’appellante in merito alla nozione di cliente nei cui confronti sarebbe stata responsabile, riferita al solo grossista e non pure al cliente finale; ed è il caso di rilevare che comunque i danni da mancata riattivazione sono stati infine riconosciuti, pure a seguito della reiezione del gravame, solo ed appunto fino ad aprile 2012, e quindi a prima della stessa instaurazione della lite” scrive tra le altre cose la Cassazione nella sua sentenza.

La censura, conclude la sentenza, si risolve di fatto “nella contestazione del presupposto di ogni ipotesi di responsabilità in capo alla ricorrente, in base alla prospettata carenza di titolarità passiva dell’obbligazione di procedere alle operazioni (poco rileva se di voltura o di allacciamento) utili a consentire al consumatore la fruizione della fornitura di gas: circostanza questa, però, non apprezzabile per le rilevate carenze, in ricorso e non qui emendabili, sugli elementi relativi alla domanda ed ai suoi sviluppi”. Ricorso respinto e società condannata non solo a risarcire l’utente ma anche a pagare tutte le spese di giudizio.