Articolo Pubblicato il 6 ottobre, 2017 alle 8:57.

LA PICCOLA NATALIA SI SAREBBE POTUTA SALVARE SE I MEDICI DI PADOVA FOSSERO INTERVENUTI DIVERSAMENTE SUL SUO CUORICINO

La perizia medico legale dei consulenti nominati dalla Procura patavina ha ravvisato palesi responsabilità dei sanitari nel decesso della gemellina di Trivignano Udinese

Perplessità sui tempi scelti per la delicata operazione al cuore, incompletezza della diagnosi preoperatoria, inadeguatezze assistenziali, inquadrabili in termini di imprudenza, da parte del cardiochirurgo che ha eseguito il primo intervento, più di qualche riserva anche nella gestione post-operatoria della piccolissima paziente.

Che la cardiochirurgia dell’ospedale di Padova rappresenti un’eccellenza è un dato di fatto, ma qualcosa non ha funzionato nella vicenda della piccola Natalia Merlo, la neonata di neanche sette mesi deceduta poco più di un anno fa, il 26 settembre 2016, dopo un intervento a cui era stata sottoposta per una cardiopatia: i dubbi della mamma e del papà, che per fare chiarezza sui fatti si sono rivolti a Studio 3A, ora sono stati corroborati e certificati dalla perizia medico legale disposta dal Pubblico Ministero della Procura di Padova, dottor Francesco Tonon, che ha aperto un procedimento per omicidio colposo, per ora contro ignoti, in seguito all’esposto presentato dai genitori. Una consulenza peraltro autorevole essendo stata affidata e realizzata da due luminari del calibro del Professor Andrea Verzeletti, Direttore dell’Istituto di Medicina Legale dell’ospedale di Brescia, e del dottor Giancarlo Crupi, specialista cardiochirurgo già in servizio all’Unità Operativa di Cardiochirurgia Pediatrica dell’ospedale di Bergamo, associato all’incarico alla luce del carattere specialistico del caso.

E’ una storia toccante quella della bimba. La sua nascita, nel reparto di Neonatologia dell’ospedale di Udine, il primo marzo del 2016, viene salutata come un grande evento nella piccola comunità di cui è “figlia”, Trivignano Udinese, perché mamma Jenny, impiegata, di bimbi, e sono anche i suoi primogeniti, ne dà alla luce contemporaneamente tre: d’altra parte, sia lei che il marito e papà, Alessandro Merlo, imprenditore agricolo e peraltro assessore del piccolo comune, vantano diversi parti gemellari nelle rispettive famiglie.

I tre gemellini, un maschietto, Samuel, e due femminucce, Ellis e appunto Natalia, nascono con cesareo alla trentacinquesima settimana: lievemente prematuri, ma stanno bene. Natalia è la più piccolina, ma pesa pur sempre 1 chilo e 677 etti e, soprattutto, cresce regolarmente, un chilo al mese, come del resto i fratellini. Insomma, tutto procede per il verso giusto, la mamma viene dimessa con i suoi figlioletti, finché uno dei periodici controlli a cui i pargoletti vengono sottoposti evidenzia nella bimba un problema cardiaco: in particolare, un difetto interatriale tipo seno coronarico e un difetto interventricolare perimembranoso, non restrittivo, con ipertensione polmonare di grado sistemico secondaria ad un rilevante shunt sinistro-destro.

In accordo con i genitori, considerata la fama di cui gode il centro di Padova per le patologie cardiache, da Udine contattano i cardiologi e i cardiochirurgi pediatrici di Padova che, dopo vari accertamenti e consulti, decidono di procedere con un intervento chirurgico, prospettando ai genitori un rischio operatorio contenuto al 2 per cento: intervento che sarà effettuato il primo luglio 2016 presso la Cardiochirurgia Pediatrica e Cardiopatie Congenite del Centro Gallucci.

E qui i consulenti medico legali nominati dal Pm rilevano i primi due “appunti”. Non vi è dubbio che i difetti necessitassero di una correzione chirurgica, “ma desta perplessità – scrivono – il timing dell’operazione, effettuata quando la bambina aveva appena quattro mesi di vita, tenuto conto che la piccola paziente era in buone condizioni generali, stava crescendo in maniera del tutto normale ed era in ottimo compenso emodinamico: si sarebbe potuto adottare anche un atteggiamento attendistico, con controlli seriati nel tempo della funzionalità cardiaca, che avrebbe permesso l’ulteriore crescita della bambina e reso quindi meno rischioso l’intervento correttivo”. L’altra lacuna della fase pre-intervento riguarda, sempre per citare la perizia, “l’incompletezza della diagnosi preoperatoria, dove non viene riportata l’assenza di una comunicazione (vena anonima sinistra) tra le due vene cave superiori, che inciderà, significativamente, sull’esito dell’intervento”.

Ma le censure – precisano i due consulenti – riguardano le modalità con cui fu eseguito l’intervento chirurgico, con riferimento sia alle gestione della circolazione extracorporea sia alla tecnica chirurgica impiegata. La decisione di eseguire l’intervento in ipotermia moderata è condivisibile, mentre non è comprensibile l’inefficacia nell’ottenere l’arresto cardiaco in occasione del primo clampaggio cardiaco e la successiva infusione di cardioplegia ematica ed il motivo per cui la somministrazione di quest’ultima non venga ripetuta. (…) Ed è difficilmente comprensibile la scelta di procedere all’anastomosi tra vena cava superiore sinistra ed atrio destro utilizzando un segmento di vena safena autologa, e quindi di dimensioni inevitabilmente ridotte, in considerazione sia delle notevole differenza di diametro tra le due strutture anatomiche, sia delle prevedibile mancata crescita del graft venoso con la crescita della paziente. Qualora, nel corso dell’intervento, fosse stato invece adottato un approccio correttivo chirurgico di tipo tradizionale non si sarebbero verificate, molto probabilmente, le complicanze che portarono al decesso delle piccola Natalia Merlo”, la cui causa, infatti, viene identificata in una “insufficienza cardiorespiratoria terminale in soggetto affetto da cardiopatia congenita trattata chirurgicamente e complicatasi con la trombosi del segmento di vena safena autologa interposto tra la vena cava superiore sinistra e l’atrio destro, che ha determinato lo sviluppo di chilotorace trattato chirurgicamente senza successo, di massiva trombosi dei seni venosi intracranici e del circolo sistemico, unitamente ad emorragie cerebrali ed aree di sofferenza ischemica cerebrale”.

Questo anche per significare la lunga agonia della piccola, i tormenti a cui è stata sottoposta con altre, vane operazioni “riparatorie” e le sofferenze provate dai genitori che erano al suo capezzale: quasi tre mesi vissuti per lo più in terapia intensiva tra speranze di una risoluzione delle problematiche e gli sconforti per gli interventi correttivi che non riuscivano, tra qualche segnale di ripresa e notizie shock come quella che la piccola poteva aver riportato irrimediabili danni cerebrali, fino alla tragedia finale.

Perché, se è indubbio che “l’intervento cardiochirurgico del primo luglio 2016 ha condizionato, in maniera significativa, la vicenda clinica della piccola Natalia”, è anche vero che i medici non hanno brillato neanche nella gestione post-operatoria: “infatti, nessuno dei sanitari che assistette la bambina si interrogò sulla necessità di mantenere pressioni di riempimento venoso così elevate, né sulle cause di sviluppo del chilotorace e sulla impossibilità di ottenerne un trattamento chirurgico efficace – concludono i medici legali nella loro perizia – L’insuccesso del primo intervento di legatura della cisterna chili eseguito l’otto agosto 2016 avrebbe dovuto indurre a prendere in considerazione ipotesi patogenetiche alternative rispetto a quella di una “semplice” lesione di vasi linfatici, soprattutto alla luce della allora già ben nota trombosi del distretto venoso cerebrale. Queste considerazioni diventano più pregnanti soprattutto dopo l’insuccesso del secondo intervento di legatura della cisterna chili, eseguito il 19 agosto”. Anche se, precisano i consulenti, “qui non vi è alcuna certezza che si sarebbe potuta evitare l’evoluzione sfavorevole del decorso clinico anche se la diagnosi di trombosi del graft venoso fosse stata più tempestiva”.

I genitori, così come i nonni della piccola (anche per loro si trattava dei primi nipoti in assoluto), non hanno mai manifestato atteggiamenti di risentimento nei confronti dei medici dell’ospedale di Padova, anzi, hanno dato il consenso per effettuare il riscontro diagnostico (in sostanza l’autopsia interna) per chiarire le cause della morte. Si aspettavano soltanto delle risposte che potessero dar pace al loro dolore, peccato però che non siano più stati chiamati o contattati.

Ed è proprio con quest’unico desiderio – capire cosa sia successo, perché la piccola che cresceva bene, che era in salute, la cui patologia era sotto controllo, la cui operazione doveva presentare rischi minimi, sia deceduta dopo tre mesi di calvario – che mamma Jenny e papà Alessandro, attraverso il consulente personale Armando Zamparo, si sono rivolti a Studio 3A, società specializzata a livello nazionale nella valutazione delle responsabilità in ogni tipologia di sinistro, a tutela dei diritti dei cittadini. Ed è per questo che a dicembre hanno presentato un esposto alla magistratura che ha portato all’apertura di un fascicolo. E adesso, alla luce di questa consulenza tecnica inequivocabile, si aspettano anche giustizia non solo e tanto per loro, quanto piuttosto per la loro Natalia e per i due fratellini che non potranno più crescere con la loro gemellina.

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