Articolo Pubblicato il 20 aprile, 2020 alle 16:29.

E’ una sentenza di fondamentale importanza quella, la n. 12151/20, depositata dalla Cassazione il 15 aprile 2020, sulle morti per lavoro causate dall’esposizione all’amianto e, più in particolare, su una delle patologie più ricorrenti e letali che esso determina, il mesotelioma, tumore cagionato esclusivamente dall’inalazione di fibre di asbesto: la malattia insorge anche a distanza di anni dall’esposizione alle fibre di amianto.

I tempi di latenza variano dai 20 ai 40 anni. Solo per fornire un dato, l’archivio dell’apposito Registro nazionale comprende, a dicembre del 2017, informazioni relative a 27.356 casi di mesotelioma maligno (MM) diagnosticati dal 1993 al 2015.

 

La vicenda di un’operaia impiegata nelle carrozze ferroviarie

La Suprema Corte si è occupata della vicenda di un’operaia un’addetta allo smontaggio degli arredi delle carrozze ferroviarie, settore in cui è stato massicciamente adoperato l’amianto, cancerogeno che ha innestato l’insorgenza del mesotelioma pleurico, da cui era affetta la donna: nelle ferrovie e nelle aree limitrofe il VI rapporto mesoteliomi riportava 619 casi tra i lavoratori e 82 tra i residenti.

Nello specifico, polveri di amianto, come confermato dai colleghi della donna, venivano disperse dell’aria attraverso l’uso del trapano e dello svitatore.

L’assenza di un impianto di aspirazione è stata fatale in un periodo in cui la decoibentazione è stata una funzione inserita solo successivamente.

 

I datori di lavoro, condannati, ricorrono per Cassazione

Il Tribunale di Vercelli aveva già condannato i titolari dell’impresa per la morte della loro operaia, sentenza confermata poi anche dalla Corte D’Appello di Torino, ma gli imputati avevano proposto ricorso per Cassazione, lamentando la asserita illogicità e contraddittorietà della sentenza di appello, che aveva confermato la condanna di primo grado, sostenendo che non vi fosse unanime consenso scientifico in ordine alla cosiddetta (e discussa) teoria dell’accelerazione, ovvero dell’effetto acceleratorio, secondo la quale  la protrazione dell’esposizione ad amianto dopo l’inizio del processo di cancerogenesi è in grado di accelerarne l’evoluzione verso la malattia conclamata e quindi verso la morte.

La Cassazione rigetta il ricorso

Ma la Suprema Corte ha confermato la sentenza di primo grado fornendo tutta una serie di elementi essenziali per i tanti casi sul genere. In primis, gli Ermellini ribadiscono che la prova dell’esposizione all’amianto può essere fornita anche attraverso testimoni e qualsiasi altro strumento istruttorio.

In tema di patologie asbesto-correlate, l’esistenza e l’entità dell’esposizione ad amianto può essere dimostrata anche attraverso la prova testimoniale, in quanto il vigente sistema processuale penale non conosce ipotesi di prova legale e, anche nei settori in cui sussistono indicazioni normative di specifiche metodiche per il rilievo di valori soglia, il relativo accertamento può essere dato con qualsiasi mezzo di prova” scrivono i giudici del Palazzaccio.

 

Non vi erano “cause scatenanti” alternative del mesotelioma

Ma ciò che più rileva è che il Giudice di legittimità, senza entrare nel merito, pur sostenendo che non ci sia unanime consenso scientifico in ordine alla teoria dell’effetto acceleratore, ha confermato la sentenza di condanna, per il fatto che non vi erano decorsi alternativi.

E’ infatti risultato che la vittima era stata esposta solo in ambito lavorativo: aveva lavorato solo nel settore delle Ferrovie dello Stato, ovvero dei rotabili ferroviari, e questa era stata l’unica fonte di esposizione. Non era neppure una fumatrice. È per l’appunto l’assenza di inneschi alternativi della malattia la legge scientifica di copertura universalmente condivisa in base alla quale è affermata la responsabilità degli imputati, che pertanto non si è fondata sulla teoria dell’effetto acceleratore, non condivisa in tutta la letteratura internazionale.

Su tali basi la motivazione introduce dunque un’equazione fra presenza di asbesto ed insorgere del mesotelioma, essendo state escluse dagli esperti cause diverse, di origine non professionale, ed essendo stata accertata l’unicità del rapporto lavorativo e la prestazione dell’attività, per tutta la sua durata, nello stesso stabilimento della società, della quale, per l’intero periodo, furono legali rappresentanti i due imputati.

Non può sostenersi, pertanto – recita la sentenza della Suprema Corte – che non si faccia riferimento ad una legge di copertura condivisa dalla dottrina medica, né che non si faccia ricorso ad un criterio di causalità individuale.

Il nesso causale fra l’accertata presenza di asbesto nel reparto di lavoro di (omissis) e la malattia da questa contratta, tipicamente professionale, viene, infatti, individuato, in modo diretto, stante l’unicità del rapporto di lavoro alle dipendenze dell’impresa – sempre legalmente rappresentata dagli imputati, nelle varie forme societarie assunte, nel corso del tempo – non facendo riferimento alla c.d. teoria dell’effetto acceleratore, ma sulla base dell’assenza di qualsivoglia elemento causale alternativo di innesco della patologia. E cioè proprio attraverso una legge scientifica di copertura universalmente condivisa, ed a mezzo di un giudizio formulato sulla causalità individuale, in quanto verificato in relazione alla singola vicenda”.

 

Anche l’esposizione a piccole dosi può essere fatale

Inoltre, la diagnosi di mesotelioma pleurico risultava confermata dall’esame istologico e era riconducibile all’inalazione di polveri d’asbesto. L’asbestosi “minima G1” è infatti compatibile con l’esposizione “moderata” all’amianto ma “significativa” di un’esposizione professionale confermata da un periodo di latenza nel range dell’insorgenza di un tipo di tumore del genere: sono stati infatti esclusi gli elementi morfologici che distinguono il carcinoma ascrivibile al tabagismo. Dunque, anche l’esposizione a piccole ma continue dosi di polveri può ingenerare nel lavoratore il mesotelioma pleurico.

Mancavano impianti di aspirazione

La Corte di Cassazione è giunta alla conclusione che il ricorso degli imputati fosse infondato e ne ha confermato al condanna valorizzando anche altre prove: “La decisione impugnata dà conto dell’ubiquitarietà delle polveri nei reparti produttivi dell’impresa, ed in particolare nel reparto di appartenenza della persona offesa (come sottolineato dai testi escussi), sin dall’inizio del suo rapporto lavorativo e certamente sino al 1984, essendo emerso, anche dalle produzioni degli imputati, che sino a quella data non erano stati predisposti gli impianti di aspirazione”.

“In tema di rapporto di causalità tra esposizione ad amianto e morte del lavoratore per mesotelioma – conclude la Suprema Corte -, ove con motivazione immune da censure la sentenza impugnata ritenga impossibile l’individuazione del momento di innesco irreversibile della malattia, nonché causalmente irrilevante ogni esposizione successiva a tale momento, ai fini del riconoscimento della responsabilità dell’imputato è necessaria l’integrale o quasi integrale sovrapposizione temporale tra la durata dell’attività lavorativa della singola vittima e la durata della posizione di garanzia rivestita dall’imputato nei confronti della stessa”.

Condizioni che si sono entrambe realizzate nel caso di specie, come peraltro già chiarito dal giudice di seconde cure, sicché appare anche fuorviante, secondo gli Ermellini, il rimprovero incentrato sulla critica del riferimento alla teoria dell’effetto acceleratore, il cui richiamo, pur operato dai giudici di merito, si rivela, in concreto, ininfluente sulla decisione.