Articolo Pubblicato il 19 dicembre, 2020 alle 9:44.

La donna cinque giorni prima si era recata al Pronto Soccorso di San Donà di Piave riferendo di forti dolori al braccio: il malore fatale poteva essere diagnosticato prima? 

Il malore che mercoledì 16 dicembre 2020 ha stroncato Debora Berto poteva essere diagnosticato in tempo, quando l’appena quarantacinquenne di Torre di Mosto, cinque giorni prima della tragedia, si era recata in ospedale riferendo uno dei sintomi caratteristici dell’infarto? La donna si sarebbe potuta salvare?

Sono queste, in estrema sintesi, le impellenti domande che il marito della vittima, Mirko Sacilotto, ha posto all’autorità giudiziaria nell’esposto-denuncia che ha ritenuto di presentare l’indomani, 17 dicembre, assieme al padre di Debora, presso la stazione dei carabinieri di Santo Stino di Livenza.

Sacilotto, conosciutissimo in tutto il Veneto Orientale, così come la moglie, assieme alla quale gestiva un’attività di commercio ambulante di abbigliamento e intimo nei vari mercati rionali della zona, per essere assistito e per fare piena luce sui drammatici fatti, attraverso il responsabile della sede di San Donà di Piave, Riccardo Vizzi, si è affidato a Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e della tutela dei diritti dei cittadini, ed è in attesa che la Procura di Pordenone, competente per territorio, apra un fascicolo e disponga l’esame autoptico, che sarà decisivo per chiarire le cause del decesso e quindi eventuali responsabilità da parte dei sanitari: Studio3A metterà a disposizione un proprio medico legale per partecipare alle operazioni peritali come consulente di parte della famiglia.

Quello che infatti sta tormentando i congiunti della vittima, che oltre al marito lascia in un immenso dolore anche due figli di 15 e 17 anni e l’intera comunità di Torre di Mosto, dove abitava ed era ben voluta d tutti, è il fatto che Debora da alcuni giorni lamentava dolori al polso e al braccio sinistro, tanto da essersi recata prima da un fisioterapista privato e poi, soprattutto, l’11 dicembre, al pronto soccorso di San Donà di Piave.

Qui però i medici, dalle radiografie, le hanno riscontrato una “semplice” brachialgia, senza sottoporla ad alcun approfondimento di natura cardiaca, né l’elettrocardiogramma né gli esami del sangue per verificare gli enzimi. La paziente è stata dimessa con una terapia farmacologica, da assumere in cinque giorni, e con la prescrizione di una risonanza magnetica relativa però al tratto cervicale, che era già stata prenotata e che avrebbe dovuto effettuare proprio il giorno del decesso.

Sta di fatto che il problema è stato inquadrato come di natura ortopedica e non cardiaca, e come tale trattato: nei giorni seguenti i dolori provati dalla signora Berto in effetti si sono affievoliti, ma con ogni probabilità su questi “illusori benefici” hanno inciso gli antidolorifici molto forti che assumeva.

Il resto purtroppo è una storia nota. Debora Berto mercoledì alle 12.40 si accascia sul tavolo, vittima di un evidente malore: allertato dal figlio, il marito, che si trova nel giardino di casa, accorre, chiama il 118 e pratica il massaggio cardiaco alla moglie per 17, lunghi e interminabili minuti in attesa dell’ambulanza e dei soccorsi. Al loro arrivo i sanitari continuano le manovre rianimatorie, iniettano anche l’adrenalina, ma non c’è nulla da fare.

La famiglia Sacilotto non colpevolizza nessuno, ma chiede, con forza, delle risposte.