Articolo Pubblicato il 18 giugno, 2020 alle 11:00.

Se si subisce un fatto illecito, di cui vengano ovviamente accertate la fondatezza e le responsabilità, si ha tutto il diritto di chiedere il risarcimento anche per il danno da cosiddetto “lucro cessante” ossia da mancato guadagno che quel fatto ha generato. Non solo.

Ogni diminuzione o mancato accrescimento che il patrimonio di un danneggiato ha subito in conseguenza del fatto illecito non necessita di una prova documentale dell’attività del danneggiato, ma può essere provato con tutti i mezzi ammessi nel nostro ordinamento. E, di più, quando si tratta di danni consistenti nel mancato sorgere di una situazione di vantaggio, questi vanno risarciti non solo in caso di assoluta certezza ma anche quando sussista la prova, sia pure indiziaria, dell’utilità patrimoniale che, secondo un rigoroso giudizio di probabilità, il creditore avrebbe conseguito se l’illecito non fosse stato commesso”.

A riaffermare con forza questi fondamentali principi a tutela del danneggiato la Corte di Cassazione, prima sezione civile, con l’ordinanza n. 10750/2020 depositata il 5 giugno 2020, con la quale la Suprema Corte è tornata ad occuparsi di un’infinita vicenda giudiziaria legata al trasporto pubblico e a questioni di concorrenza indebita.

 

Illecito provato ma decisioni contrastanti sul quantum dovuto

La Marozzi, grossa società pugliese di viaggi e turismo che gestisce un’ampia rete di collegamenti via autobus e pullman in tutta Italia, aveva citato in causa avanti al Tribunale di Roma la Gestione Straordinaria Regionale Pubblici Servizi di Trasporto di Avellino e la Regione Campania per sentirle condannare al risarcimento dei danni per l’illecito esercizio del servizio pubblico di linea sul percorso Avellino-Roma, in concorrenza con le autolinee che essa gestiva, dopo che il Tar del Lazio aveva sospeso, con ordinanza del 15 novembre 1990, l’atto concessorio disposto in favore del Consorzio Trasporti Irpini, cui la Gestione straordinaria era succeduta.

Con sentenza del 29 settembre 1995, il Tribunale di Roma aveva accertato la responsabilità dei soggetti citati in giudizio condannandoli in via generica al risarcimento dei danni. Il successivo gravame era stato rigettato dalla Corte d’appello di Roma, con sentenza del 2 luglio 2001, divenuta irrevocabile. All’esito della Ctu, il Tribunale, definitivamente pronunciando, aveva condannato la Autoservizi Irpini (A.I.R.) S.p.A. – a sua volta subentrata alla Gestione Straordinaria Regionale – e la regione Campania, in solido, al risarcimento del danno, liquidato in via equitativa nella somma di un milione di euro, oltre alle spese.

La decisione però era stata ribaltata dalla Corte d’appello di Roma, che, argomentando sull’avvenuto annullamento ad opera del Consiglio di Stato del provvedimento di sospensione del Tar, e valutando l’idoneità solo potenzialmente lesiva del fatto accertata con la condanna generica, aveva invece rigettato la domanda, condannando la Marozzi alla rifusione delle spese processuali.

La sentenza però era stata cassata una prima volta dalla Cassazione, con la sentenza n. 5015 del 2009, per violazione del giudicato, dal momento che non si poteva rimettere in discussione l’illiceità del fatto, dichiarata con pronuncia irrevocabile. In sede di rinvio, quindi, la Corte d’appello di Roma, con sentenza non definitiva del 24 febbraio 2011, aveva accertato che il danno era da determinarsi per il periodo compreso dal 26 novembre 1990 al 20 novembre 1999 e, con successiva pronuncia definitiva del 30 aprile 2013, lo aveva liquidato nella somma di 1.616.328,85 euri, oltre a rivalutazione monetaria dal 31 ottobre 2011, interessi legali e spese di giudizio.

Ma la decisione era stata nuovamente cassata dalla Suprema Corte, con sentenza n. 25672 del 2015, e con rinvio, per un nuovo giudizio, in punto di quantum debeatur, previo accertamento del numero di corse abusivamente eseguite. Con sentenza del 13 novembre 2017, tuttavia, la Corte d’Appello di Roma aveva rigettato ancora la domanda, per la mancata prova sull’entità del danno subito dalla Marozzi, escludendo la possibilità di far ricorso alla liquidazione equitativa, in difetto dei presupposti per la relativa applicazione.

La società ricorre per Cassazione

Contro tale pronunciamento la Marozzi ha quindi proposto l’ennesimo ricorso per Cassazione della vicenda, deducendo, innanzitutto, la violazione e falsa applicazione degli artt. 383 e 394 c.p.c., in quanto la sentenza emessa in sede di rinvio aveva oltrepassato i confini segnati dalla sentenza rescindente n. 25672 del 2015. Il giudizio conseguente alla cassazione della sentenza, infatti, obiettava la ricorrente, non dava vita ad un nuovo e ulteriore procedimento, ma rappresenta una fase di quello originario, connotato dal restringimento progressivo dell’area della lite e dalla riduzione dell’attività assertiva e probatoria delle parti, principi che la Corte di Roma avrebbe violato.

 

La prova del danno economico 

Quindi, la società di autotrasporto denunciava la violazione e falsa applicazione degli artt. 1223, 1226 e 2056 c.c., lamentando – quel che qui più interessa – che la sentenza impugnata avesse ritenuto non essere stata offerta la prova del danno, imputando alla ricorrente di aver depositato documentazione riferibile non a sé, ma alla controparte. In questo modo, osservava la società ricorrente, era stata posta nuovamente in discussione l’esistenza ontologica del danno e per di più era stato erroneamente ritenuto che la prova di esso potesse esser data solo attraverso la produzione delle proprie scritture contabili e non già mediante tutti i mezzi ammessi nell’ordinamento. I giudici territoriali inoltre, proseguiva il ricorso, non avevano considerato che nel corso delle operazioni peritali la ricorrente aveva depositato documentazione (attestante il numero dei passeggeri trasportati dalla controparte sulla medesima linea) dichiarata adeguata da parte del Ctu, valutazione che era stata condivisa dal Tribunale e dalla stessa Corte in sede di primo rinvio.

La Cassazione accoglie le doglianze

Motivi di doglianza accolti dalla Cassazione. Gli Ermellini permettono innanzitutto che “l’enunciazione del principio di diritto vincola ex art. 384, co 1 c.p.c., non solo il giudice di rinvio che ad esso deve uniformarsi, ma anche, ove nuovamente investita del ricorso avverso la sentenza resa da quel giudice, la stessa Corte di cassazione, che deve giudicare sulla base del principio precedentemente enunciato, senza possibilità di modificarlo, salvo il caso, qui non ricorrente, in cui la norma da applicare risulti successivamente abrogata, modificata o sostituita per effetto di jus superveniens, comprensivo sia dell’emanazione di una norma di interpretazione autentica, sia della dichiarazione di illegittimità costituzionale”.

Ragion per cui, chiarisce la Suprema Corte, e per effetto delle precedenti pronunce n. 5015 del 2009 e n. 25272 del 2015 della stessa Corte di Cassazione, non erano più discutibili i principi sanciti da questi ultimi pronunciamenti: “la sentenza che intervenga sull’an lascia aperta la discussione sulla effettività del carattere lesivo del fatto, ma non sulla sua illiceità e “la continuazione delle corse nel periodo di vigenza della sospensione della concessione ha prodotto un danno risarcibile da fatto illecito che non può più essere rimesso in discussione, se non sotto il profilo del quantum debeatur“.

 

Il quantum debeatur e la sussistenza del fatto illecito

In particolare, ricordano gli Ermellini, la sentenza del 2015 aveva dichiarato inammissibile, perché erroneamente dedotta sulla base del testo previgente dell’art. 360, co 1, n. 5 c.p.c., la doglianza con cui era stata lamentata la carenza di motivazione della sentenza della Corte d’Appello che aveva effettuato la taxatio da danno da illecita concorrenza per due coppie di corse giornaliere, ed aveva accolto invece il motivo nella parte in cui si “denunzia la ritenuta illegittimità di due coppie di corse giornaliere, benché di fatto ne venisse svolta dalla Marozzi solo una“. 

E in relazione a solo tale capo aveva cassato la sentenza “per un nuovo giudizio in punto quantum debeatur, previo accertamento del numero di corse abusivamente eseguite”, dichiarando assorbita ogni altra censura.

L’oggetto del giudizio di rinvio consisteva, dunque, nella sola liquidazione del danno subito dalla Morozzi derivante dalla “continuazione delle corse” da parte della Società AIR riferito al numero di quelle abusivamente eseguite. “In particolare – precisano ulteriormente i giudici del Palazzaccio -, con la statuizione di assorbimento, la sentenza del 2015 non aveva affatto inteso demandare nuovamente al giudice del rinvio, diversamente da quanto affermato dalla Regione, l’indagine circa l’esistenza del danno risarcibile, per averla ritenuta, invece, ormai indiscussa”.

Un compito che, spiega la Cassazione, è stato tuttavia svolto solo in parte dalla Corte territoriale, la quale, dopo aver evidenziato che “l’attività concorrenziale illecita ha riguardato solo una coppia di corse, e cioè quella con partenza da Avellino alle ore 7,20 e da Roma alle ore 14,40” aveva ritenuto di rigettare la domanda risarcitoria “per difetto di prova sul quantum” ritenendo, “per un verso, inidonei i dati assunti nell’acquisita Ctu nel liquidarlo, per l’assenza di documentazione contabile della stessa parte danneggiata, che aveva prodotto documentazione riferibile all’avversaria, e, per l’altro, neppure utilizzabile la disposizione di cui all’art. 1226 c.c”.

 

Come va valutato e provato il danno da lucro cessante

Ma, così operando, vanno a concludere i giudici del Palazzaccio, la Corte territoriale non solo non ha considerato che l’esistenza del danno risarcibile non poteva più esser posta in discussione, ma ha inoltre contravvenuto al principio secondo cui, come detto sopra, “ogni diminuzione che il patrimonio di un danneggiato ha subito in conseguenza del fatto illecito, e l’accrescimento che lo stesso avrebbe conseguito se ad impedirlo non fosse intervenuto il fatto generatore del danno, non necessita, al contrario di quanto ha preteso la Corte del merito, di una prova documentale dell’attività del danneggiato, neppure se si identifichi con una società potendo detta prova esser data con tutti i mezzi ammessi nel nostro ordinamento.

Inoltre, aggiunge la Suprema Corte, “quando, come nella specie, si tratti di danni consistenti nel mancato sorgere di una situazione di vantaggio, gli stessi devono essere risarciti non solo in caso di assoluta certezza, ma anche quando sulla base della proiezione di situazioni già esistenti, sussista la prova, sia pure indiziaria, della utilità patrimoniale che, secondo un rigoroso giudizio di probabilità (e non di mera possibilità), il creditore avrebbe conseguito se l’illecito non fosse stato commesso, e possono perciò venir esclusi soltanto per quei mancati guadagni che sono meramente ipotetici perché dipendenti da condizioni incerte”.

A tale principio di diritto dovrà quindi attenersi il giudice dell’ennesimo rinvio: la sentenza infatti è stata cassata con nuovo rinvio alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione.