Articolo Pubblicato il 13 gennaio, 2021 alle 10:00.

La mancata o tardiva diagnosi di una grave patologia è una delle più frequenti omissioni alla base delle cause per malpractice medica e, laddove essa venga comprovata, configura la responsabilità colposa dei sanitari.

Emblematico, al riguardo, il caso di cui si è occupata la Cassazione con la sentenza n. 200/21 depositata l’11 gennaio 2021.

 

Condannati i medici del pronto soccorso per la mancata diagnosi di un ictus

La vicenda riguarda un paziente che si era recato al pronto soccorso in preda a cefalee a a ipertensione, ma al quale non era stato colpevolmente diagnosticato l’ictus in corso. Dimesso, l’uomo era tornato il giorno seguente in ospedale dov’era stato operato d’urgenza: si era salvato per miracolo, ma il ritardato intervento gli aveva causato postumi che sarebbero stati evitati se si fosse agito subito.

Di qui l’azione legale e il tribunale in primo grado aveva riconosciuto la responsabilità della struttura per non aver disposto una tac e tenuto il paziente in osservazione.

In totale riforma della decisione di prime cure, invece, la Corte d’appello aveva sostenuto che le particolari caratteristiche oggettive del caso in esame, ed in particolare l’immediata remissione dei sintomi, avevano avuto l’effetto di “depistare” il corretto inquadramento diagnostico, tanto nell’ipotesi, ritenuta poco probabile, che al momento del ricovero fosse già in atto l’emorragia quanto, a maggior ragione, nell’evenienza che si trattasse di una cefalea cosiddetta “sentinella” e cioè prodromica al futuro evento emorragico.

Per i giudici di secondo grado era in ogni caso innegabile che, nella situazione data, la diagnosi presentasse un grado elevato di difficoltà tecnico-scientifica tale da configurare un errore sanzionabile ed un danno risarcibile solo in caso di colpa (imperizia) grave, secondo la previsione dell’art. 2236 c.c., che nel caso era stata ritenuta inesistente.

Il paziente ha quindi proposto ricorso per Cassazione, che gli ha dato ragione, osservando innanzitutto come le conclusioni della Corte territoriale fossero state raggiunte in termini del tutto generici e ipotetici.

In tema di responsabilità medica, chiariscono gli Ermellini, il giudice può discostarsi dalle risultanze della Ctu ma deve fornirne adeguata e logica motivazione.

La Corte d’Appello, proseguono i giudici del Palazzaccio, “è pervenuta a conclusioni opposte rispetto a quelle raggiunte dal giudice di prime cure, apoditticamente e genericamente valorizzando atti di parte ed elementi probatori differenti da quelli favorevolmente considerati dal tribunale, senza invero indicare argomento alcuno idoneo a rendere comprensibile l’iter logico-giuridico seguito, omettendo in particolare di spiegare quali ragioni l’abbiano indotta a privilegiare questi ultimi in luogo dei primi”.

 

Il rifiuto del paziente di sottoporsi a ulteriori verifiche

Nel giudizio d’appello deve aver sicuramente pesato la circostanza, addotta dall’Azienda sanitaria nella memoria di costituzione, che il paziente, anch’egli medico, avesse rifiutato il ricovero “manifestando più volte ai colleghi la volontà di non sottoporsi ad ulteriori verifiche, ritenendo di non averne alcun bisogno”: elemento che, secondo la difesa, avrebbe dovuto escludere la responsabilità dei medici di guardia del reparto di cardiologia.

Al contrario, secondo la Suprema Corte tale elemento proverebbe proprio “la consapevolezza dei sanitari, sotto il profilo della negligenza ed imprudenza, perché dimostra, avendo gli stessi proposto il ricovero, che si erano resi conto o avevano quantomeno sospettato l’effettiva e ben più grave patologia”. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio alla Corte d’Appello, in diversa composizione, per il riesame del caso.