Articolo Pubblicato il 6 febbraio, 2021 alle 10:00.

Gli studenti devono rispettare i loro prof., cosa che purtroppo sovente non avviene, ma il rispetto deve essere reciproco: un insegnante non può offendere e umiliare davanti a tutta la classe un allievo, la violenza psicologica non può essere in alcun modo giustificata da ragioni educative.

E il docente che tiene questa condotta rischia la condanna per maltrattamenti. Lo sa bene un professore siciliano che la Cassazione ha definitivamente condannato con la sentenza 3459/21 depositata il 27 gennaio 2021.

 

Docente condannato per maltrattamenti per aver offeso e ultimato un allievo

L’insegnante, tramite i propri difensori, aveva proposto ricorso contro la sentenza della Corte d’Appello di Palermo del marzo 2020 nella parte in cui aveva confermato la condanna già inflittagli dal Tribunale di Termini Imerese nel gennaio del 2019 per l’appunto per il reato di maltrattamenti nei confronti di un proprio alunno, all’epoca dodicenne, con le conseguenti statuizioni civili in favore dei genitori del minore, che si erano costituiti nel processo quali parti civili. Gli si addebitava di aver umiliato ed offeso il ragazzino, apostrofandolo con epiteti, come “deficiente” e frasi oggettivamente scurrili, in presenza di tutta quanta la classe.

Il ricorso per Cassazione

Con il primo motivo di ricorso il docente ha lamentato vizi cumulativi di motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza dei fatti contestati. Secondo i suoi legali, i giudici avrebbero travisato gli elementi di prova valorizzati in sentenza in chiave accusatoria fornendo un quadro dei fatti non aderente alla realtà.

Una censura riferita, in particolare, alla testimonianza e alla certificazione rese dal medico di famiglia delle parti civili, come pure alle testimonianze dei dirigenti scolastici, che, secondo la tesi difensiva, avrebbero dimostrato soltanto l’esistenza di una situazione psicologica problematica del ragazzo e di un suo rapporto genericamente conflittuale con l’insegnante, ma non anche le sistematiche vessazioni di cui quest’ultimo era accusato.

Queste, anzi, sarebbero state negate da alcuni compagni di scuola, le cui deposizioni sarebbero state immotivatamente ritenute inaffidabili, o comunque irrilevanti, dalla Corte distrettuale, al pari di quelle, di segno conforme, di un altro sanitario e di un altro insegnante, che aveva escluso qualsiasi lamentela dell’alunno verso il ricorrente.

 

Tutto si sarebbe basato sulle sole accuse del ragazzino e di un compagno

Di contro, i giudici di merito avrebbero conferito valenza dimostrativa esclusivamente alle accuse di un altro compagno di classe, rese nel corso di un colloquio intrattenuto con la madre del ragazzino “offeso” e da questa registrato a sua insaputa. Il docente, insomma, obiettava che soltanto questo ragazzino, tra tutti i compagni di classe interpellati con le medesime modalità a suo dire “subdole” dalla madre del dodicenne, avrebbe reso dichiarazioni accusatorie nei suoi confronti.

La registrazione del colloquio, peraltro, altro motivo di doglianza, non era mai stata prodotta, la relativa trascrizione era stata eseguita da un incaricato della famiglia e non – come erroneamente ritenuto in sentenza – da un perito del Tribunale, e non sarebbero state accertate neppure le modalità di acquisizione: secondo l’imputato il giovane testimone sarebbe stato condizionato e si sarebbe espresso in quel modo per compiacere la madre.

Ne conseguirebbe, in definitiva, che, trattandosi di fatti non percepiti direttamente nemmeno dai genitori dello studente umiliato, l’accusa si sarebbe poggiata esclusivamente sulle dichiarazioni di quest’ultimo, tuttavia interessate e provenienti da un soggetto giovanissimo ed in condizioni di disagio legate al suo rendimento scolastico.

 

Contestata anche il capo di reato di maltrattamenti

Il secondo motivo d’impugnazione, invece, riguardava la qualificazione giuridica del fatto, che, laddove accertato, secondo l’imputato non avrebbe dovuto essere sussunto nella fattispecie dei maltrattamenti, bensì in quella dell’abuso dei mezzi di correzione e di disciplina, prevista dall’art. 571, c.p., e che ricorre anche quando la funzione correttiva si estrinsechi attraverso contegni afflittivi ed umilianti per il destinatario.

La Suprema Corte rigetta le doglianze

Per gli Ermellini, tuttavia, il ricorso non è fondato. Il primo motivo, devolvendo alla Corte di Cassazione un giudizio di fatto, esula dal sindacato consentitole. “Questo, infatti – chiariscono per l’ennesima volta i giudici del Palazzazzio – è limitato a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di verificare l’adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali: non rientra nei poteri della Corte di cassazione quello di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa – e per il ricorrente più adeguata – valutazione delle risultanze processuali”.

Fatte queste premesse, la Cassazione rimarca comunque che, nel compiere questa operazione di contestazione complessiva della valutazione del materiale istruttorio operata dalla Corte di merito, di alcuni degli elementi di prova valorizzati in sentenza e del valore probatorio loro attribuito, l’impugnazione “trascura diverse risultanze istruttorie, che, invece, nella trama argomentativa della sentenza, assumono un’incidenza, se non decisiva, comunque di primario rilievo”. E cita le testimonianze del compagno di classe della vittima e della madre dell’altro alunno, ma anche le “parziali ammissioni dell’imputato, riferite da un insegnante che per un periodo era stato reggente dell’istituto”.

La Suprema Corte, tuttavia, si sofferma soprattutto sul secondo motivo del ricorso, che definisce “manifestamente destituito di giuridico fondamento”. “Nell’individuazione dei confini tra le fattispecie di cui agli artt. 571 e 572 c.p., particolarmente nell’ambito scolastico, questa stessa sezione della Corte ha avuto modo di enunciare i seguenti principi di diritto, che si attagliano perfettamente al caso e che, pertanto, il Collegio intende ribadire” scrivono gli Ermellini.

 

L’abuso di mezzi di correzione

L’abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, previsto e punito dall’art. 571 c.p., “consiste nell’uso non appropriato di metodi, strumenti e, comunque, comportamenti correttivi od educativi, in via ordinaria consentiti dalla disciplina generale e di settore nonché dalla scienza pedagogica, quali, a mero titolo esemplificativo, l’esclusione temporanea dalle attività ludiche o didattiche, l’obbligo di condotte riparatorie, forme di rimprovero non riservate” prosegue la sentenza.

L’uso di essi, puntualizza la Suprema Corte, deve ritenersi appropriato, quando ricorrano entrambi i seguenti presupposti: “la necessità dell’intervento correttivo, in conseguenza dell’inosservanza, da parte dell’alunno, dei doveri di comportamento su di lui gravanti; la proporzione tra tale violazione e l’intervento correttivo adottato, sotto il profilo del bene-interesse del destinatario su cui esso incide e della compressione che ne determina”.

 

La violenza fisica e psicologica sull’allievo non è mezzo di correzione ma maltrattamento

“Qualsiasi forma di violenza, sia essa fisica che psicologica, non costituisce mezzo di correzione o di disciplina, neanche se posta in essere a scopo educativo; e, qualora di essa si faccia uso sistematico, quale ordinario trattamento del minore affidato, la condotta non rientra nella fattispecie di abuso dei mezzi di correzione, bensì, in presenza degli altri presupposti di legge, in quella di maltrattamenti, ai sensi dell’art. 572, c.p.” afferma con forza la Cassazione.

Nello specifico, dunque, risulta accertato che l’imputato apostrofasse sistematicamente la vittima, allora appena dodicenne, durante le lezioni e comunque dinanzi ai compagni di classe, “con epiteti dall’indiscutibile valenza ingiuriosa (“fetente”, “deficiente”, “coglione”….), ma anche umiliante, considerando la differenza di ruolo, oltre che di età, tra costoro – concludono gli Ermellini – Di contro, non soltanto non risulta che un siffatto contegno si rendesse necessario a scopi correttivi, ma anzi è indiscutibile che, in ogni caso, e cioè quand’anche il suo autore avesse agito con quegli intenti, tale suo comportamento non fosse affatto adeguato a questi ultimi, perciò mancando anche del necessario requisito della proporzione”.

Concludendo, dunque, la qualificazione del fatto come delitto di “maltrattamenti”, ai sensi dell’art. 572 c.p.. è corretta. Ergo, ricorso rigettato e condanna del docente confermata, anche al pagamento delle spese processuali.