Articolo Pubblicato il 22 agosto, 2020 alle 11:30.

I files audio delle chiamate al 118 rappresentano una delle prove fondamentali per la valutazione del comportamento dei sanitari e, in quanto tali, costituiscono parte della documentazione medica e possono essere utilizzati in caso di accertamenti di condotte di malpractice sanitaria: l’ospedale, quindi, ha l’obbligo di consegnarli. Ad affermare con forza questo principio il Tribunale di Torino, VIII sezione civile, che, ha concesso il decreto ingiuntivo ex art. 633 ss. c.p.c. (31 luglio – 3 agosto 2020, n. 5285) per l’ottenimento appunto delle registrazioni audio relative ad un intervento di soccorso del Suem a seguito del quale una paziente era deceduta, verosimilmente per infarto: decreto che i suoi familiari erano stati costretti a richiedere di fronte al diniego opposto dall’Azienda Ospedaliero – Universitaria Città Della Salute e Della Scienza di Torino, nell’ambito di una causa che avevano intentato per il risarcimento dei danni derivanti da responsabilità sanitaria avanti lo stesso tribunale torinese.

Una donna muore d’infarto, i familiari citano l’ospedale per il ritardo dei soccorsi

La donna aveva accusato un malore mentre si trovava in compagnia del marito. Subito era stato allertato il personale medico attraverso il 118. Dopo diversi minuti, però, l’ambulanza non era ancora arrivata e la donna peggiorava: il coniuge, quindi, aveva richiamato più volte i sanitari, sollecitando un loro pronto intervento, visto il rapido precipitare della situazione. Nonostante l’arrivo dei sanitari, la donna, purtroppo, è deceduta, verosimilmente per un infarto.

L’Azienda sanitaria nega la consegna dei file audio delle chiamate al 118

Di fronte a questa mancata tempestività dei soccorsi prestati dal Dipartimento Emergenza 118 dell’Azienda sanitaria (i dati della Fondazione Italiana Cuore e Circolazione Onlus dimostrano che, in caso di infarto, per ogni 10 minuti di ritardo si registra un 3% addizionale di mortalità), i congiunti della donna avevano quindi agito in giudizio per accertare il contesto e la causa della morte e avevano richiesto anche i files audio delle chiamate fatte al 118, per poter valutare la condotta del personale medico.

Il marito della donna, a quest’ultima richiesta, però, si era visto rispondere con un brusco immotivato e ingiustificato diniego, ottenendo il solo rilascio della scheda di intervento del 118, che presentava anche un errore circa la data del soccorso.

Il marito della vittima presenta un decreto ingiuntivo per ottenerli

L’uomo quindi, attraverso il proprio legale, ha presentato al Tribunale di Torino una richiesta formale di tale documentazione sottolineando che i file audio erano “indispensabili per acclarare se l’intervento sia stato tempestivo ed adeguato, e se il personale sanitario fosse in possesso della strumentazione necessaria al soccorso, con particolare riferimento al defibrillatore”: la particolarità del caso è che per la prima volta è stato utilizzato lo strumento della richiesta di decreto ingiuntivo per ottenere l’adempimento di quanto previsto dalla legge Gelli in tema di ostensione della documentazione sanitaria ai pazienti.

Il Tribunale accoglie la richiesta: registrazioni audio parificabili alla cartella clinica

Il Tribunale, accogliendo l’istanza, ha evidenziato che tale richiesta è parificabile a quella della cartella clinica, dei referti o delle immagini degli esami strumentali che devono essere messi nella piena disponibilità del paziente o, per esso, degli eredi e congiunti ai sensi, per l’appunto, del comma 2 dell’art. 4 della legge Gelli (l. n. 24/2017).

I giudici hanno altresì precisato che i congiunti agiscono sia iure proprio, che iure successionis, e come tali subentranti in tutti i diritti scaturenti dal contratto di spedalità intercorso tra la donna deceduta e  l’Azienda Sanitaria: lo strumento processuale del decreto ingiuntivo ex art. 633 c.p.c. prevede infatti la possibilità di pronunciare ingiunzione di consegna a favore di chi ha diritto alla consegna di una cosa mobile determinata e, secondo la giurisprudenza, i file elettronici sono considerati “cose mobili” (cfr. Cass.Pen. n. 11959/20).

Per tali ragioni, il Tribunale di Torino ha accolto il ricorso ed ha ingiunto la consegna dei documenti richiesti all’Azienda Sanitaria entro il termine di 40 giorni.