Articolo Pubblicato il 25 maggio, 2020 alle 10:30.

Tutte le malattie, di natura fisica ma anche psichica, e anche se non sono inserite nelle tabelle, sono indennizzabili dall’Inail se la loro origine sia riconducibile al rischio del lavoro, sia che esso riguardi la lavorazione, sia l’organizzazione del lavoro stesso e le modalità della sua esplicazione.

E’ un pronunciamento di assoluta valenza quello emesso dalla Cassazione – Sezione Lavoro con l’ordinanza n. 8948/20 depositata il 14 maggio 2020, con cui la Suprema Corte ha riconosciuto il diritto di un lavoratore a essere indennizzato per infortunio da mobbing.

 

Il riconoscimento della malattia professionale

La Corte di appello di Perugia, con sentenza del 2013, in accoglimento dei gravami formulati dall’Inail nei riguardi della decisone di primo grado, aveva respinto la domanda di un lavoratore per ottenere il riconoscimento della natura professionale della malattia di cui era affetto, in quanto causata dalla condotta vessatoria tenuta nei suoi confronti dal datore di lavoro.

La Corte territoriale aveva ritenuto non tutelabile nell’ambito dell’assicurazione obbligatoria gestita dell’Inail la malattia derivante non direttamente dalle lavorazioni elencate nell’articolo 1 del D.p.r. numero 1124/1965, ma da situazioni di cosiddetta “costrittività organizzativa”, come appunto il “mobbing” dedotto nel ricorso introduttivo.

I giudici si erano rifatti anche alla sentenza del Consiglio di Stato n. 1576 del 17 marzo 2009 con la quale si era sostenuto che la malattia professionale, per essere indennizzabile, doveva rientrare nell’ambito del rischio assicurato ex artt. 3 T.U. 1124/1965, che riguardava solo le malattie professionali tabellate o non tabellate, contratte nell’esercizio ed a causa delle lavorazioni specifiche previste in tabella.

 

Il lavoratore ricorre per Cassazione

Il lavoratore ha quindi proposto ricorso per Cassazione adducendo tre motivi di doglianza. Quello che qui preme è il secondo con cui lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 1, 1° e 4° comma, 3, 4, 1° comma, e 66 e 74 del d.p.r. 30 giugno 1965, n. 1124, e dell’art. 13 del decreto legislativo 23 febbraio 2000, n. 38 anche in relazione ai principi affermati dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Cassazione con riferimento all’elenco (lista 2, gruppo 7, voce 01) delle malattie professionali aggiornato, approvato con decreto del Ministero del Lavoro 11 dicembre 2009 emanato in attuazione degli artt. 139 del d.p.r. 1124 e 10, 1° comma del decreto legislativo n. 38/2000, avendo la Corte errato nel disconoscere la indennizzabilità delle malattie psicofisiche derivanti dalla costrittività organizzativa sul presupposto che essa non attenga mai ad un rischio specifico tutelabile dal d.p.r. 1124 del 1965.

E il lavoratore a sostegno della sua tesi ha addotto il fatto che il decreto del Ministro del lavoro dell’11 dicembre 2009 aveva approvato una nuova tabella in cui aveva inserito espressamente le disfunzioni della organizzazione del lavoro, vale a dire la cosiddetta costrittiva organizzativa, nella lista due.

Il motivo è ritenuto fondato dalla Cassazione, che, spiega, conferma e consolida l’orientamento già espresso dalla Suprema Corte con l’ordinanza n. 5066/2018, nella quale, giudicando un’analoga fattispecie, era stato rilevato come “la tesi su cui riposa la sentenza della Corte d’Appello di Perugia non risulti in linea con l’ordinamento vigente e con la costante e coerente evoluzione impressa da questa Corte di legittimità al concetto di rischio tutelato ex art. 1 del TU, richiamato, ai fini delle malattie professionali, dal successivo art. 3.R.G.1364572013

 

È “assicurato” anche il “rischio specifico improprio”

Secondo il risalente e costante orientamento giurisprudenziale di questa Corte in materia di assicurazione sociale di cui all’art.1 del DPR 1124/1965 – proseguono i giudici del Palazzaccio – rileva non soltanto il rischio specifico proprio della lavorazione, ma anche il c.d. rischio specifico improprio, ossia non strettamente insito nell’atto materiale della prestazione ma collegato con la prestazione stessa, come questa Corte ha affermato in svariate occasioni, per le attività prodromiche, per le attività di prevenzione, per gli atti di locomozione interna, le pause fisiologiche, le attività sindacali, ai sensi dell’art. 1 TU in materia di infortuni sul lavoro

Gli esempi: fumo passivo, infortunio in itinere, rischio ambientale…

La Suprema Corte cita a riguardo una serie di altri casi nei quali lo stesso orientamento è stato riaffermato dalla Cassazione, a proposito dell’art.3 TU e delle malattie professionali. Nella sentenza n. 3227/2011, ad esempio, la protezione assicurativa è stata estesa alla malattia riconducibile all’esposizione al fumo passivo di sigaretta subita dal lavoratore nei luoghi di lavoro, ritenuta meritevole di tutela ancorché, certamente, non in quanto dipendente dalla prestazione pericolosa in sé e per sé considerata (come “rischio assicurato”), ma soltanto in quanto connessa al fatto oggettivo dell’esecuzione di un lavoro all’interno di un determinato ambiente.

Questa evoluzione, proseguono i giudici, si riallaccia anche a quella registrata a livello normativo nell’ambito dell’infortunio in itinere, ai sensi dell’art.12 del d.lgs. 38/2000, il quale “esclude in realtà qualsiasi rilevanza all’entità professionale del rischio o alla tipologia della specifica attività lavorativa cui l’infortunato sia addetto, apprestando tutela ad un rischio generico (quello della strada) cui soggiace, in realtà, qualsiasi persona che lavori”.

Ulteriore estensione dell’ambito della tutela assicurativa è stata realizzata, aggiungono i giudici del Palazzaccio, sulla scorta della nozione centrale di rischio ambientale, che vale oggi a delimitare tanto oggettivamente le attività protette dall’assicurazione (lo spazio entro il quale esse si esercitano, a prescindere dall’essere adibito direttamente ad una macchina), quanto a individuare i soggetti che sono tutelati nell’ambito dell’attività lavorativa (tutti i soggetti che frequentano lo stesso luogo a prescindere dalla “manualità” della mansione ed a prescindere dal fatto che siano addetti alla stessa macchina).

Tanto – specifica ancora la Cassazione -, in conformità al principio costantemente affermato dalla giurisprudenza costituzionale secondo cui a parità di rischio occorre riconoscere parità di tutela (con riferimento al rischio ambientale, Corte Cost. 4.7.74 n.206; 9.7.1977 n.114). In tal senso questa Corte si è espressa a Sez. Unite con la pronuncia 3476/1994 rapportando la tutela assicurativa “al lavoro in sé e per sé considerato e non soltanto a quello reso presso le macchine”, essendo appunto la pericolosità data dall’ambiente di lavoro.

 

Assicurazione obbligatoria anche per malattie professionali diverse da quelle in tabella

Nella stessa direzione muove, peraltro e soprattutto, la nota sentenza della Corte Cost. n. 179/1988 che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 3, comma primo, del testo unico numero 1124 del 1965 nella parte in cui non prevede che “l‘assicurazione contro le malattie professionali nell’industria è obbligatoria anche per le malattie diverse da quelle comprese nelle tabelle allegate concernenti le dette malattie e da quelle causate da una lavorazione specificata“, ragion per cui, come riconosciuto dalla Cassazione anche con la sentenza n. 5577/1998, “l‘assicurazione contro le malattie professionali è obbligatoria per tutte le malattie anche diverse da quelle comprese nelle tabelle allegate al citato testo unico e da quelle causate da una lavorazione specificata o da un agente patogeno indicato nelle tabelle stesse, purché si tratti di malattie delle quali sia comunque provata la causa di lavoro.

Pertanto la Cassazione asserisce che non può essere seguita la tesi espressa dalla sentenza impugnata, secondo cui, come detto, sarebbe da escludere che l’assicurazione obbligatoria copra patologie non correlate a rischi considerati specificamente nelle apposite tabelle.

Al contrario, “nel momento in cui il lavoratore è stato ammesso a provare l’origine professionale di qualsiasi malattia, sono necessariamente venuti meno anche i criteri selettivi del rischio professionale, inteso come rischio specificamente identificato in tabelle, norme regolamentari o di legge, non potendosi sostenere che la tabellazione sia venuta meno solo per la malattia e sia invece sopravissuta ai fini dell’identificazione del rischio tipico, ai sensi degli artt. 1 e 3 del TU”.

Interpretazione oggi confermata, testualmente, anche dall’art. 10 comma 4 Legge 2000 n. 38 dal quale risulta che “sono considerate malattie professionali anche quelle non comprese nelle tabelle di cui al comma 3 delle quali il lavoratore dimostri l’origine professionale“.

 

Indennizzabili tutte le malattie di natura fisica o psichica originate dal rischio del lavoro

Ne consegue che, nell’ambito del sistema del TU, “vanno considerate indennizzabili tutte le malattie di natura fisica o psichica la cui origine sia riconducibile al rischio del lavoro, sia che riguardi la lavorazione, sia che riguardi l’organizzazione del lavoro e le modalità della sua esplicazione, dovendosi ritenere incongrua una qualsiasi distinzione in tal senso, posto che il lavoro coinvolge la persona in tutte le sue dimensioni, sottoponendola a rischi rilevanti sia per la sfera fisica che psichica”.

Pertanto, e in conclusione, ogni forma di tecnopatia che possa ritenersi conseguenza di attività lavorativa risulta assicurata all’Inail, anche se non è compresa tra le malattie tabellate o tra i rischi tabellati, e in tale caso il lavoratore dovrà dimostrare soltanto il nesso di causa tra la lavorazione patogena e la malattia.

A tale ricostruzione – precisa ancora la Cassazione – fa altresì riscontro il fondamento della tutela assicurativa, il quale ai sensi dell’art.38 Cost., deve essere ricercato, non tanto nella nozione di rischio assicurato o di traslazione del rischio, ma nella protezione del bisogno a favore del lavoratore, considerato in quanto persona, dato che la tutela dell’art. 38 non ha per oggetto l’eventualità che l’infortunio si verifichi, ma l’infortunio in sé. E’ questo, e non la prima, l’evento generatore del bisogno tutelato, sia in termini individuali che sociali, posto che l’oggetto della tutela dell’art.38 non è il rischio di infortuni o di malattia professionale, bensì questi eventi in quanto incidenti sulla capacità di lavoro e collegati da un nesso causale con attività tipicamente valutata dalla legge come meritevole di tutela”.

In quest’ottica, pertanto, non si può neppure sostenere che il premio assicurativo Inail abbia la funzione di delimitare la tutela assicurativa a rischi precisamente individuati in base alle tabelle, “assolvendo invece la precipua funzione di provvedere al finanziamento del sistema, in conformità ai requisiti costitutivi della tutela nei termini fin qui ricostruiti.

Il distacco dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro dal concetto statistico-assicurativo di rischio, al quale era originariamente legata, è sollecitata da un’interpretazione dell’articolo 38, secondo comma, coordinata con l’articolo 32 della Costituzione allo scopo di garantire con la massima efficacia la tutela fisica e sanitaria dei lavoratori”.

La sentenza è stata quindi cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio della causa per un nuovo esame al giudice designato, il quale nel definire la vertenza dovrà attenersi ai principi sopra formulati in materia di tutela della malattia professionale discendente dall’organizzazione del lavoro.