Articolo Pubblicato il 24 marzo, 2020 alle 20:00.

Se accade un infortunio sul lavoro a causa di un macchinario e vengano appurate responsabilità da parte del costruttore dello stesso per l’inosservanza delle cautele antinfortunistiche nella sua progettazione e fabbricazione, ciò non esclude comunque anche la responsabilità del datore di lavoro, sul quale grava sempre l’obbligo di eliminare ogni fonte di pericolo per i dipendenti che devono utilizzare quel dispositivo e di adottare nell’impresa tutti i più moderni strumenti che la tecnologia offre per garantire la sicurezza dei lavoratori.

A chiarire questo importante assunto la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 6566/20 depositata il 20 febbraio 2020.

 

Un operaio perde un dito pulendo una sega a nastro

Il fatto. Un operaio meccanico lombardo aveva riportato una grave lesione a causa di un incidente sul lavoro, più precisamente l’amputazione netta a livello dell’articolazione interfalangea distale del terzo dito della mano sinistra.

Mentre l’addetto – che pur risultava essere stato fornito di dispositivi di sicurezza individuale nonché formato e informato dei rischi di utilizzo del macchinario – stava lavorando su una sega a nastro per metalli, si era accorto che si era formata della limatura, per cui, indossati i guanti, aveva preso con le mani la limaglia accumulata sul lato destro della macchina e aveva urtato con la mano sinistra la lama in movimento, procurandosi l’infortunio.

Datrice di lavoro condannata in primo e secondo grado

La Corte di appello di Milano, confermando peraltro la sentenza di primo grado del Tribunale meneghino del 2 ottobre 2017, per quest’incidente aveva condannato la titolare dell’operaio alla pena di 200 euro di multa in relazione ai reati di cui agli artt. 590, commi secondo e terzo e 583, comma primo (lesioni personali colpose gravi con l’aggravante di essere stati commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro) perché, in qualità di datore di lavoro, “consentiva che il (omissis), intento a tagliare pezzi metallici mediante l’impiego di una sega a nastro orizzontale, nel raccogliere manualmente degli sfridi di lavorazione urtasse con la mano sinistra la lama in movimento, in un tratto non adeguatamente protetto, cagionandosi la lesione suddetta (…), per colpa specifica consistita nel non aver messo a disposizione dei lavoratori attrezzature conformi alle disposizioni normative, in particolare nell’aver predisposto una sega a nastro orizzontale priva dei requisiti di protezione e sicurezza indicati ai punti 1.3.8.1. e 1.4.1. del D. Lgs. n. 17 del 2010 (art. 70, comma 1, D. Lgs. n. 81 del 2008)”.

Secondo la Corte di merito, dunque, la particolare gravità del fatto non consentiva di ritenere astrattamente configurabili i presupposti per la non punibilità; era stata comunque applicata la sola pena pecuniaria, prevedendo quale pena base il massimo edittale. Secondo la Corte d’Appello, inoltre, l’intervenuto risarcimento del danno, in ragione del contenuto della transazione e del concreto importo irrogato, poteva essere valutato ai fini della concessione delle circostanze attenuanti generiche, ma non dell’attenuante di cui all’art. 62 n. 6 cod. pen.

 

La titolare dell’azienda ricorre per Cassazione

La datrice di lavoro ha dunque proposto ricorso per Cassazione adducendo quattro motivi di doglianza. In particolare, secondo l’imprenditrice la Corte di appello, pur tenendo conto della cornice normativa della vicenda, in riferimento all’art. 70, commi 1 e 2, D. Lgs. n. 81 del 2008, avrebbe erroneamente ritenuto insussistenti le condizioni che avrebbero consentito la non completa segregazione della sega a nastro.

In presenza di “effettive esigenze della lavorazione“, infatti, il datore di lavoro, a suo dire, poteva utilizzare dispositivi non completamente riparati, adottando in compenso ulteriori accorgimenti antinfortunistici. Tale possibilità sarebbe stata in linea con il principio generale di cui ai punti 1.3.8.1 e 1.4.1 dell’Ali. 1 al D. Lgs. n. 17 del 2010, in base ai quali occorreva tener conto delle esigenze del ciclo produttivo.

Invoca, tra le altre cose, la marchiatura CE del macchinario

D’altronde, osservava la ricorrente, in base al par. 5.5.2, comma 2, dell’Ali. V al D. Lgs. n. 81 del 2008, il nastro non doveva essere protetto nel tratto strettamente necessario per la lavorazione. La sega, prodotta da terzi, era dotata di certificazione CE, in conformità alle normative europee in tema di tutela dei lavoratori, e il suo collaudo si era dimostrato rispettoso di tali disposizioni.

La macchina era stata già costruita con un tratto di lama non riparato, per cui, sosteneva con forza la titolare della fabbrica, già a livello di costruzione, l’incompleta segregazione delle parti mobili era compatibile con la normativa antinfortunistica e l’impostazione originaria doveva essere ritenuta funzionale alle esigenze di lavorazione. Per segregare interamente la sega, la ditta avrebbe dovuto modificare arbitrariamente le caratteristiche strutturali della macchina considerate adeguate ai requisiti di sicurezza richiesti dalla legge in sede di rilascio di certificazione CE.

Risultando possibile l’uso di una macchina non integralmente riparata, la responsabilità non doveva essere fondata sulla mancata completa segregazione della lama, bensì sull’adeguatezza delle misure ulteriori per ridurre al minimo il pericolo. Nel DVR, infatti, erano state specificate le precauzioni da adottare quali uso di guanti, di attrezzi per la rimozione dei trucioli e obbligo di rimuoverli a macchina ferma e la formazione ed informazione sul rischio specifico.

Le istruzioni erano contenute in un cartello attaccato alla macchina. Nessun elemento acquisito, poi, avrebbe dimostrato che col dispositivo completamente segregato la capacità produttiva sarebbe rimasta la medesima.

 

E ascrive la responsabilità esclusiva al comportamento “abnorme” del dipendente

La ricorrente, inoltre, asseriva che la condotta del lavoratore rivestiva i caratteri dell’abnormità o dell’esorbitanza, sostenendo di aver correttamente individuato l’area di rischio e di aver adottato misure efficaci per contenerlo, espressamente individuate e codificate nel DVR: l’operaio avrebbe violato le procedure di sicurezza predisposte dall’azienda ponendo in essere una condotta esorbitante non solo in astratto ma anche in concreto, per cui il suo comportamento avrebbe interrotto il nesso causale tra la condotta del datore di lavoro e l’infortunio, ponendosi come causa da sé sola a determinare l’evento.

In conclusione, la datrice di lavoro chiedeva l’annullamento della sentenza impugnata per essere il reato non punibile per particolare tenuità del fatto.

La Cassazione ribadisce le responsabilità del datore di lavoro

Ma per la Suprema Corte i primi motivi del ricorso sono infondati.

Nell’attribuire profili di colpa specifica al datore di lavoro – spiegano gli Ermellini – la sentenza impugnata si colloca nel solco della richiamata giurisprudenza di questa Corte di legittimità, secondo cui, in tema di infortuni sul lavoro, la responsabilità del costruttore, nel caso in cui l’evento dannoso sia provocato dall’inosservanza delle cautele infortunistiche nella progettazione e fabbricazione della macchina, non esclude la responsabilità del datore di lavoro, sul quale grava l’obbligo di eliminare le fonti di pericolo per i lavoratori dipendenti che debbano utilizzare tale macchina e di adottare nell’impresa tutti i più moderni strumenti che la tecnologia offre per garantire la sicurezza dei lavoratori”.

Una regola a cui si può fare eccezione, chiarisce altresì la Suprema Corte, “nella sola ipotesi in cui l’accertamento di un elemento di pericolo sia reso impossibile per le speciali caratteristiche della macchina o del vizio di progettazione, che non consentano di apprezzarne la sussistenza con l’ordinaria diligenza”, cosa che non era nel caso di specie.

 

I vizi costruttivi di un macchinario non sollevano il titolare dell’impresa dalle sue responsabilità

La responsabilità del costruttore, nell’ipotesi in cui l’evento dannoso sia stato provocato dall’inosservanza delle cautele antinfortunistiche nella progettazione e fabbricazione della macchina, in altri termini, non vale a escludere la responsabilità del datore di lavoro utilizzatore della macchina,

Secondo la Cassazione, dunque, coerentemente con tali principi i giudici della Corte d’Appello hanno evidenziato che l’eventuale colpa del lavoratore non esimeva il datore di lavoro dalla sua responsabilità per colpa specifica, “occorrendo la dimostrazione dell’adozione da parte di quest’ultimo di tutte le cautele possibili e di impedire prevedibili comportamenti imprudenti del dipendente.

La Corte territoriale ha logicamente individuato nell’omessa completa riparazione della sega a nastro la causa della lesione, ha poi legittimamente ritenuto indispensabile la sicurezza delle macchine messe a disposizione ed utilizzate dagli operai per evitare infortuni e affermato che il datore di lavoro doveva garantire tale conformità e mantenerla nel tempo mediante idonei programmi di manutenzione”.

E nemmeno il marchio CE

Ed è sempre nel rispetto di tali principi che i giudici del gravame del merito hanno evidenziato come la marchiatura CE della sega non possa valere ad escludere i profili di colpa a carico dell’imputata.

Anzi, per quanto riguarda proprio la certificazione CE, la Suprema Corte sottolinea che il datore di lavoro, quale responsabile della sicurezza dell’ambiente di lavoro, “è tenuto ad accertare la corrispondenza ai requisiti di legge dei macchinari utilizzati e risponde, pertanto, dell’infortunio occorso ad un dipendente a causa della mancanza di tali requisiti, senza che la presenza sul macchinario della marchiatura di conformità “CE” o l’affidamento riposto nella notorietà e nella competenza tecnica del costruttore valgano ad esonerarli dalla loro responsabilità”.

 

Respinta anche la censura circa la condotta esorbitante del lavoratore

Anche quanto alle censure riguardanti il comportamento “asseritannente abnorme ed esorbitante del dipendente”, la Suprema Corte di trova perfettamente d’accordo sulle conclusioni dei giudici territoriali, laddove hanno rilevato che il lavoratore “stava adottando una procedura esecutiva meno sicura, ma resa possibile proprio dalla conformazione della macchina, per cui tale condotta non poteva essere da sola idonea ad interrompere il nesso causale con l’evento verificatosi.

L’assunto del giudice d’appello è corretto e conforme al principio più volte affermato dalla Corte di legittimità in materia di infortuni sul lavoro, secondo cui il datore di lavoro, destinatario delle norme antinfortunistiche, è esonerato da responsabilità solo quando il comportamento del dipendente sia abnorme, dovendo definirsi tale il comportamento imprudente del lavoratore che sia stato posto in essere del tutto autonomamente e in un ambito estraneo alle mansioni affidategli – e, pertanto, al di fuori di ogni prevedibilità per il datore di lavoro – o rientri nelle mansioni che gli sono proprie ma sia consistito in qualcosa di radicalmente, ontologicamente, lontano dalle ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nella esecuzione del lavoro”.

 

Il comportamento del dipendente è abnorme solo se estraneo al processo produttivo

La Cassazione aggiunge anche che, perché la condotta colposa del lavoratore possa ritenersi abnorme e idonea a escludere il nesso di causalità tra la condotta del datore di lavoro e l’evento lesivo, è necessario “non tanto che essa sia imprevedibile, quanto, piuttosto, che sia tale da attivare un rischio eccentrico o esorbitante dalla sfera di rischio governata dal soggetto titolare della posizione di garanzia.

Pertanto, in tema di causalità, la colpa del lavoratore, concorrente con la violazione della normativa antinfortunistica ascritta al datore di lavoro ovvero al destinatario dell’obbligo di adottare le misure di prevenzione, esime questi ultimi dalle loro responsabilità solo allorquando il comportamento anomalo del primo sia assolutamente estraneo al processo produttivo o alle mansioni attribuite, risolvendosi in un comportamento del tutto esorbitante ed imprevedibile rispetto al lavoro posto in essere, ontologicamente avulso da ogni ipotizzabile intervento e prevedibile scelta del lavoratore”.

Senza infine contare che la condotta imprudente o negligente del lavoratore, in presenza di evidenti criticità del sistema di tutela approntato dal datore di lavoro, “non potrà mai spiegare alcuna efficacia esimente in favore dei soggetti destinatari degli obblighi di sicurezza. Tali disposizioni, infatti, sono dirette a difendere il lavoratore anche da incidenti che possano derivare da sua colpa, dovendo, il datore di lavoro, prevedere ed evitare prassi di lavoro non corrette e foriere di eventuali pericoli”.

Per la Cassazione, non è in alcun modo possibile inquadrare nell’ambito delle condotte connotate da abnormità ed esorbitanza, il comportamento tenuto nello specifico dal lavoratore infortunato, non essendosi appunto realizzato in un ambito avulso dal procedimento lavorativo a cui era stato addetto. E inoltre, era stato ben acclarato, in ordine alla prevedibilità delle circostanze che hanno determinato l’evento lesivo del lavoratore, come l’operazione intrapresa costituisse un ordinario intervento di sistemazione della sega.

 

Accordata alla ricorrente la non punibilità per particolare tenuità del fatto

Per la cronaca, è stato invece accolto il motivo del ricorso in cui si lamentava l’ingiustificato diniego della causa di non punibilità dell’art. 131 bis cod. pen. per particolare tenuità del fatto.

E pertanto, anche alla luce di una serie di elementi quali l’incensuratezza, l’avvenuto risarcimento del danno, la valutazione di non eccessiva entità del fatto, tenuto conto della condanna ad una pena solo pecuniaria, in entità estremamente ridotta già con la sentenza di primo grado, e dell’esclusione della possibilità di qualificare la perdita della falange come indebolimento permanente, la sentenza è stata annullata senza rinvio “per essere il reato non punibile per particolare tenuità del fatto”.