Articolo Pubblicato il 10 dicembre, 2020 alle 12:00.

Il risarcimento del cosiddetto danno da lucro cessante (cioè il guadagno che il soggetto danneggiato non ha potuto o non può conseguire a causa del fatto illecito commesso da altri), nel caso di un lavoratore che ha perso un impiego a tempo indeterminato in seguito ad un incidente stradale, deve tenere conto delle retribuzioni fino alla pensione, della perduta possibilità di progressione in carriera e del danno pensionistico e, soprattutto, va parametro all’intero di queste voci, e non rapportato alla percentuale di invalidità.

E’ un principio fondamentale quello che ha chiarito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 28071/20 depositata il 9 dicembre 2020, accogliendo il ricorso di un ciclista vicentino investito da un’auto con gravissime conseguenze. 

 

Un ciclista investito con gravi postumi cita in causa il conducente dell’auto e l’assicurazione

L’uomo aveva citato in causa il conducente della vettura e la compagnia di assicurazione del veicolo avanti il Tribunale di Bassano del Grappa per ottenere il risarcimento dei danni subiti e nel corso del giudizio era intervenuta anche la moglie chiedendo a sua volta di essere risarcita per i danni patiti in proprio, in considerazione della pesante invalidità riportata dal marito (il cosiddetto danno riflesso).

I giudici avevano accolto soltanto la domanda del ciclista liquidando in suo favore l’importo di 272.245 euro, in aggiunta agli acconti già corrisposti dalla compagnia prima della decisione, oltre accessori

Il danneggiato aveva dunque appellato la sentenza ritenendo il risarcimento non adeguato e la Corte d’Appello di Venezia, in parziale riforma della decisione di primo grado, nel 2017 aveva condannato la compagnia a versargli ulteriori 50.312 euro a titolo di danno non patrimoniale e 29.895 euro a titolo di danno patrimoniale da lucro cessante, oltre accessori.

 

Il calcolo del danno da lucro cessante

Il ciclista tuttavia ha proposto ricorso anche per Cassazione, adducendo tre motivi di doglianza. Quello che più interessa è il primo nel quale il ricorrente lamentava il fatto che la Corte d’appello, nel liquidare in suo favore il danno patrimoniale, dopo aver calcolato l’importo delle retribuzioni e degli altri emolumenti perduti a causa del licenziamento dal lavoro conseguente l’incidente, non glielo avesse riconosciuto integralmente ma solo nella misura di un terzo, ossia nella percentuale pari alla menomazione della sua capacità lavorativa accertata dal consulente tecnico d’ufficio, cioè il suo grado di invalidità permanente. 

Secondo la Suprema Corte, il motivo è fondato. La Cassazione ricorda che il danneggiato aveva perso il suo impiego a tempo indeterminato in conseguenza del danno subito in seguito al sinistro, in quanto, a causa dei relativi postumi, aveva superato il periodo di comporto ed era stato licenziato (circostanza, questa, su cui non sussistevano dubbi), e non era più riuscito a trovare un’altra occupazione.

 Il danno patrimoniale relativo alla sua “perdita reddituale” – spiegano quindi gli Ermellini – avrebbe pertanto dovuto essere liquidato sulla base dell’importo (eventualmente capitalizzato) delle retribuzioni che avrebbe conseguito in virtù del suo preesistente rapporto di lavoro, se non fosse stato licenziato a causa delle lesioni riportate nel sinistro, fin alla data della pensione, oltre che degli assegni familiari, della perduta possibilità di progressione in carriera e del danno pensionistico”.

 

Il lucro cessante va risarcito integralmente

La Suprema Corte enuncia perciò il seguente e cruciale principio di diritto: “laddove il danneggiato dimostri di aver perduto un preesistente rapporto di lavoro a tempo indeterminato di cui era titolare, a causa delle lesioni conseguenti ad un illecito, il danno patrimoniale da lucro cessante, inteso come perdita dei redditi futuri, va liquidato tenendo conto di tutte le retribuzioni (nonché di tutti i relativi accessori e probabili incrementi, anche pensionistici) che egli avrebbe potuto ragionevolmente conseguire in base a quello specifico rapporto di lavoro, in misura integrale e non in base alla sola percentuale di perdita della capacità lavorativa specifica accertata come conseguente alle lesioni permanenti riportate, salvo che il responsabile alleghi e dimostri che egli abbia di fatto reperito una nuova occupazione retribuita, ovvero che avrebbe potuto farlo e non l’abbia fatto per sua colpa, nel qual caso il danno potrà essere liquidato esclusivamente nella differenza tra le retribuzioni perdute e quelle di fatto conseguite o conseguibili in virtù della nuova occupazione”. 

 

Il criterio per calcolare il tasso di attualizzazione

Per completezza di informazione, la Cassazione ha accolto anche il terzo motivo del ricorso, relativo al tasso di attualizzazione degli importi. Più precisamente, il ricorrente lamentava l’assoluta assenza di motivazione nella sentenza impugnata in relazione alla questione del tasso utilizzato per procedere all’attualizzazione delle somme di danaro che egli avrebbe conseguito a scadenze future, e che aveva invece perduto a causa del licenziamento. 

La Suprema Corte osserva che il consulente tecnico d’ufficio aveva rappresentato due possibili metodi di attualizzazione: il primo prevedeva l’applicazione del tasso del 2,551%, pari a quello Rendistato, cioè del rendimento medio dei titoli di Stato con scadenza ad oltre vent’anni; il secondo, l’applicazione del tasso del 4%, pari alla media del rendimento dei Btp a trent’anni. La Corte d’Appello aveva applicato la seconda soluzione indicata (utilizzando il tasso del 4% meno favorevole al danneggiato), ma senza in alcun modo spiegare le ragioni della scelta. 

La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio alla Corte d’appello lagunare, in diversa composizione, per la rivalutazione della causa alla luce dei principi e delle osservazioni poste dalla Suprema Corte.