Il tragico destino di Ciro D’Ambrosio, giovane gravemente disabile,

spirato il 17 marzo dopo una Via Crucis lunga più di un mese e mezzo.

Già di per sé perdere una persona cara per Covid è difficile da accettare, ma quando si tratta di un giovane di soli 31 anni, gravemente disabile, che hai assistito con amore e sacrificio per tutta la vita e che, soprattutto, il contagio fatale lo ha contratto indubitabilmente all’ospedale, dov’è stato costretto a ricoverarsi per seri problemi di salute, allora al dolore si aggiunge comprensibilmente anche la rabbia, il desiderio di capire cosa sia successo, chi e perché abbia sbagliato. 

Sono questi i sentimenti che hanno portato la sorella e sua amministratrice di sostegno e il padre di Ciro D’Ambrosio, trentunenne napoletano deceduto lo scorso 17 marzo 2021 all’ospedale Carderelli, a rivolgersi, attraverso il consulente legale Vincenzo Carotenuto, a Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini, che ha subito richiesto di acquisire tutta la documentazione clinica per vagliarla con i propri esperti, e a presentare, il 24 marzo, presso il comando dei carabinieri di Napoli Ponticelli, una denuncia querela diretta all’autorità giudiziaria.

Il calvario di D’ambrosio inizia il 31 gennaio quando, lamentando forti dolori al fianco destro, la sorella lo conduce al pronto soccorso dell’ospedale evangelico Villa Betania, dove gli riscontrano una preoccupante insufficienza renale, lo sottopongono a una trasfusione di sangue e consigliano il trasferimento in un presidio ospedaliero dotato di reparto di Urologia.

La sorella quindi l’indomani, primo febbraio, lo accompagna al Cardarelli dove a entrambi, come prima cosa, viene effettuato un tampone rapido che dà esito negativo. Inizia un’odissea: gli fanno un’altra trasfusione, un urologo lo visita, ma poi rimane quattro giorni nell’androne del pronto soccorso, su una barella, tra dolori e sofferenze. Quindi lo passano in Osservazione Breve Intensiva, dove almeno ci sono le camere e dove il paziente viene sottoposto a un nuovo test molecolare, sempre negativo: altri tre giorni di attesa, tanto che la sorella deve recarsi personalmente in Urologia per sollecitarli, finché un altro urologo torna a vederlo, paventa addirittura la possibilità di dover asportare un rene che dà problemi, e dispone finalmente il ricovero nel reparto. A Ciro viene effettuato un altro tampone molecolare, negativo, stesso esito di quello a cui vengono sottoposti la sorella e il padre che si danno il cambio per assisterlo e che inizialmente gli infermieri mandano via: una caposala chiama persino la polizia, ma di fronte alla esibizione del provvedimento del giudice tutelare i familiari vengono subito riammessi.

Le cure sono lunghe e problematiche. Per salvare il rene i sanitari gli applicano la nefrostomia e successivamente intervengono per cambiarle posizione, lo curano con trasfusioni e antibiotici, cominciano a sottoporlo alla dialisi, lo trasportano in Gastroenterologia per praticargli un altro intervento di occlusione di una cavità nell’esofago, finisce per alcuni giorni anche in Medicina d’urgenza per una crisi respiratoria. Durante tutti questi passaggi il paziente viene continuamente sottoposto al tampone molecolare, che dà sempre risultato negativo.

Finalmente la terapia sembra dare effetto, il rene riprende a drenare in modo accettabile, ma i medici di Urologia spiegano alla sorella che adesso Ciro ha bisogno di un nefrologo. E il 24 febbraio il trentunenne viene quindi trasferito in Nefrologia ma per poche ore. Il 25 febbraio, infatti, arriva l’esito del tampone effettuato anche in questa circostanza all’ingresso in reparto e stavolta purtroppo risulta positivo: il paziente viene subito “dirottato” nel reparto Covid del Cardarelli e la sorella non può più restare con lui, ma solo sentirlo per telefono 3-4 volte al giorno.

All’inizio non presenta sintomi, ma per un soggetto con queste problematiche di salute, il contagio è come una sentenza. I medici gli riscontrano una polmonite bilaterale, ha bisogno di alti flussi di ossigeno a caldo, gli mettono il casco. E nel frattempo continuano a sottoporlo a dialisi. Troppo. Il 17 marzo Ciro si arrende. Ora i suoi cari e Studio3A chiedono alla magistratura di fare piena luce sulle responsabilità di una morte evitabile e, laddove accertate, di perseguire chi non ha tutelato come avrebbe dovuto una persona così fragile e bisognosa della massima attenzione.