Articolo Pubblicato il 18 novembre, 2020 alle 17:00.

Com’è noto, è una prassi frequente da parte delle compagnie di assicurazione e anche degli Enti pubblici non solo di rifiutare di risarcire i danneggiati stragiudizialmente, nonostante le proprie evidenti responsabilità, costringendoli a intentare una causa, ma anche di trascinarli in tutti i gradi di giudizio adducendo motivazioni pretestuose se non infondate.

In casi di evidente “ostruzionismo” la legge prevede però che i soggetti che adottano queste tecniche giudiziarie “fantasiose” possano essere condannati, oltre al risarcimento, per “lite temeraria”, una ulteriore pena pecuniaria che dovrebbe contribuire a disincentivare tali condotte, se non fosse che viene comminata con il “contagocce”.

Non l’ha invece evitata il Comune di Agrigento (in foto, il palazzo municipale), definitivamente condannato appunto per lite temeraria della Cassazione con l’ordinanza n. 26163/20 del 17 novembre 2020 riguardo un contenzioso per un incidente stradale per un valore di poco più di duemila euro, ma per questa cifra minima l’amministrazione comunale ha portato fin alla Suprema Corte un motociclista.

 

Un motociclista fa causa al Comune per una caduta e i giudici gli danno ragione

L’uomo nel 2014 aveva convenuto dinanzi al giudice di Pace di Agrigento il Comune della stessa città per essere risarcito dei danni patiti in conseguenza di un sinistro  avvenuto l’anno precedente: mentre percorreva una strada comunale a bordo di un ciclomotore, era rovinato a terra a causa del manto stradale dissestato procurandosi lesioni. Il giudice di pace aveva accolto la sua domanda condannando il Comune a rifondergli la “bellezza” di 2.240,26 euro.

In secondo grado Amministrazione condannata anche per lite temeraria

L’amministrazione comunale, tuttavia, aveva appellato la sentenza, ma il Tribunale di Agrigento, in qualità di giudice di secondo grado, con pronunciamento del 2018, aveva dichiarato inammissibile l’appello, in quanto proposto tardivamente. E inoltre, ritenuta temeraria l’impugnazione proposta dal Comune, lo aveva condannato ex art. 96 c.p.c. al pagamento in favore del danneggiato della ulteriore somma di euro mille euro.

 

La responsabilità per lite temeraria

Non contento, il Comune ha proposto ricorso anche per Cassazione, contestando innanzitutto la decisione del Tribunale di ritenere tardivo il gravame, motivo ritenuto però manifestamente infondato dalla Suprema Corte. Quello che qui interessa è però soprattutto il secondo motivo, con il quale l’Amministrazione agrigentina lamentava, ai sensi dell’articolo 360, n. 3, c.p.c., la violazione dell’articolo 96 c.p.c..

Secondo la ricorrente, il Tribunale avrebbe illegittimamente condannato il Comune al risarcimento del danno ex articolo 96 c.p.c., cioè appunto per lite temeraria, sostenendo che che gli argomenti spesi nel proprio atto d’appello, lungi dall’essere “palesemente destituiti di ogni fondamento giuridico, come ritenuto dal Tribunale, erano al contrario argomenti “plausibili, ragionevoli, esaurienti e fondati”, e in ogni caso il Tribunale avrebbe dovuto tenere conto del fatto che con quegli argomenti “gravi, seri e fondati” veniva affrontata per la prima volta una questione nuova.

La Suprema Corte rigetta tutti i motivi

Ma anche in questo Caso per la Suprema Corte il motivo è infondato, in primis “perché – spiegano i giudici del Palazzaccio – lo stabilire se sussista o non sussista una fattispecie di malafede processuale o colpa grave, per i fini di cui all’art. 96 c.p.c., è un accertamento di fatto, riservato al giudice di merito”.

Ma la Cassazione, con una “stoccata” significativa, entra anche nel merito e aggiunge che “non giova al ricorrente l’allegazione secondo cui mai potrebbe essere responsabilità per lite temeraria ex art. 96 c.p.c., quando la parte soccombente abbia speso in giudizio argomentazioni giuridiche nuove.

Tale tesi è infatti anch’essa manifestamente destituita di fondamento. Questa Corte, ormai da tempo, ha stabilito che anche la fantasia creatrice degli interpreti trova nel processo dei limiti precisi”.

 

Quando si profila la “colpa grave”

Gli Ermellini chiariscono quindi cosa costituisca “colpa grave”: sostenere tesi giuridiche “ardite e non confortate né dalla lettera della legge, né dall’opinione della dottrina”;  fare scempio” della dogmatica giuridica, che ha le sue regole, iniziando a sostenere – ad esempio – “che il testamento sia un contratto o la malattia del debitore estingua l’obbligazione”.

In base a tali principi, dunque, è indice di colpa grave, per i fini di cui all’art. 96 c.p.c., la “manifesta inconsistenza giuridica o la palese e strumentale infondatezza dei motivi di impugnazione”; la pedissequa ed acritica reiterazione in appello di tesi giuridiche già reputate infondate dal giudice di primo grado; la formulazione di tesi incomprensibili; la prospettazione di tesi giuridiche non già semplicemente infondate, ma palesemente infondate”.

Ne discende che è la teorica sostenibilità logica e giuridica delle tesi prospettate dalla parte ad escluderne la colpa per i fini di cui all’art. 96 c.p.c., e non la loro novità. Un errore manifesto, infatti, non cessa di essere tale solo perché commesso per la prima volta” conclude la Cassazione che ha adottato la “mano pesante” nei confronti del Comune ricorrente, rigettando il ricordo e condannandolo alla rifusione in favore del danneggiato delle spese del giudizio di legittimità, maggiorate del 30 per cento ex art. 4, comma 8, d.m. 55/14, per un totale di 3.250 (mille euro più di quanto l’Amministrazione doveva risarcire), di cui 200 per spese vive, oltre Iva, cassa forense e spese forfettarie ex art. 2, comma 2, d.m. 10.3.2014 n. 55.

Non solo, i giudici del Palazzaccio hanno ritenuto anche sussistenti i presupposti previsti dall’art. 13, comma 1 quater, d.p.r. 30.5.2002 n. 115, per il versamento da parte di Comune di Agrigento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.