Articolo Pubblicato il 22 maggio, 2020 alle 11:30.

Nell’intricata questione della responsabilità medica, e nello specifico dell’omicidio colposo del paziente, la Cassazione, con la recente sentenza n. 10175/2020 depositata il 16 marzo 2020, ha ribadito e chiarito il concetto in forza del quale il rispetto da parte del medico delle linee guida accreditate dalla comunità scientifica non ne esclude automaticamente la colpa.

Egli deve infatti accertare anche se il quadro clinico specifico del paziente non imponga di seguire un percorso terapeutico diverso rispetto a quello previsto, appunto, dalle linee guida.

 

Medico condannata per omicidio colposo di una paziente

La vicenda esaminata dagli Ermellini riguardava un medico in servizio nel reparto di cardiologia di un ospedale romano indagata per aver causato il decesso di una paziente che aveva in cura a causa di insufficienza cardiocircolatoria acuta da trombo embolia polmonare massiva per trombosi venosa profonda. L’imputata era stata accusata di imprudenza e negligenza per non aver prescritto e somministrato l’adeguata terapia profilattica anti-trombotica a base di eparina che, se somministrata tempestivamente, avrebbe potuto scongiurare l’evento.

Il Tribunale di Roma aveva condannato la dottoressa alla pena (sospesa) di un anno di reclusione e al risarcimento delle parti civili per il reato di omicidio colposo e la Corte d’appello capitolina aveva confermato la decisione.

Il ricorso per cassazione della dottoressa

L’imputata ha però proposto ricorso per Cassazione lamentando lacune nell’accertamento delle cause della morte della paziente, che non si poteva escludere si fosse verificata per un’embolia autoctona della vena cava piuttosto che una trombosi venosa profonda negli arti inferiori, e dunque per un evento imprevedibile e inevitabile. Ancora, contestava la posizione di garanzia nei confronti della vittima di cui era stata gravata, avendo un contratto settimanale di 22 ore, avendo visitato la paziente solo tre volte e non essendo nemmeno presente la mattina del ricovero.

 

Il giudizio contro-fattuale

Inoltre, e soprattutto, denunciava il fatto che non era stato accertato, con il prescritto giudizio contro-fattuale, se e con quali probabilità la somministrazione di eparina, la cui mancanza era stata considerata come causa del decesso, avrebbe effettivamente impedito la morte della donna, sottolineando come anche i consulenti del pubblico ministero avessero chiarito che il metodo di profilassi impiegato non era comunque in grado di annullare il rischio di trombosi venosa.

L’imputata sosteneva inoltre che non erano state prese in considerazione le condizioni della paziente, immobile da tre giorni, affetta da anemia sideropenica aggravata, presenza di sangue nelle urine, sospetta gastrite erosiva o lesione ulcerosa gastrica, condizioni che a suo dire dovevano far ritenere non doverosa la somministrazione di eparina, concludendo che al massimo, considerate anche le condizioni pregresse della paziente, doveva essergli ascritta un colpa lieve.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso, annullando la sentenza con rinvio per un nuovo esame a una nuova sezione della Corte d’Appello di Roma. La Suprema Corte ha ritenuto infondato il motivo di doglianza circa le cause del decesso, che per i giudici del Palazzaccio il tribunale aveva identificato correttamente nella trombosi venosa prevedibile ed evitabile, così come quello relativo al tipo di contratto dell’imputata, perché, chiariscono gli Ermellini, lo svolgimento di attività da parte dello specializzando comporta sempre l’assunzione di una posizione di garanzia, non essendo necessaria un’assegnazione formale.

 

Va sempre considerato anche il caso concreto

La Cassazione ha invece accolto il terzo motivo del ricorso, perché, sottolineano i giudici, i principi in materia impongono sempre di verificare, in base al meccanismo contro-fattuale, se l’azione (doverosa) omessa avrebbe impedito l’evento, secondo un giudizio di alta probabilità logica, fondato non solo su affidabili informazioni scientifiche, ma anche sulle contingenze significative del caso concreto.

Secondo la Suprema Corte la motivazione fornita al riguardo dalla Corte territoriale risultava lacunosa laddove “si limitava ad affermare la sussistenza del nesso causale alla luce del mero dato statistico e astratto, prescindendo completamente dalla situazione concreta e, cioè, dalle condizioni specifiche della paziente, dai tempi ordinari e specifici di efficacia della terapia omessa, dalla stessa evoluzione della patologia trombotica e dall’analisi del relativo grado di gravità al momento in cui si sarebbe dovuta iniziare la terapia omessa”.

Dunque, la motivazione è stata ritenuta dalla Cassazione lacunosa in relazione alla sussistenza della elevata probabilità logica dell’efficacia salvifica delle cure omesse: il Tribunale e la Corte d’Appello avrebbero, cioè ,escluso in modo illogico e contraddittorio il rischio emorragico aderendo alle indicazioni dei consulenti del Pubblico Ministero fondate sulle linee guida del 2011, che indicano alcune situazioni a cui si associa il rischio emorragico.

 

Il rispetto delle linee guida non esonera automaticamente il medico da responsabilità

Ed è qui la parte più significativa della sentenza. Per la Corte di Cassazione, infatti, le linee guida non possono escludere che il medico, valutando la situazione specifica di un paziente, individui altri elementi sintomatici nel concreto (nello specifico) del rischio emorragico.

E i giudici del Palazzaccio ne approfittano per ricordare l’orientamento della corte di legittimità: “in tema di responsabilità medica, il rispetto delle linee guida accreditate presso la comunità scientifica non determina, di per sé, l’esonero della responsabilità penale del sanitario (…) dovendo comunque accertarsi se la specificità del quadro clinico del paziente imponesse un percorso terapeutico diverso rispetto a quello indicato dalle linee guida stesse”.

La Cassazione raccomanda quindi al giudice del rinvio di motivare adeguatamente e approfonditamente quale posizione dei periti accogliere in base alle leggi scientifiche, senza poter prescindere comunque dalla valutazione del caso concreto.