Articolo Pubblicato il 26 novembre, 2020 alle 12:00.

Non è incostituzionale la mancata previsione della procedibilità a querela di parte del reato di lesioni stradali gravi e gravissime, ma sarebbe opportuna una rimeditazione da parte del legislatore circa la congruità della disciplina vigente.

Questo il “succo” della sentenza n. 248/2020 depositata il 25 novembre 2020 con la quale la Corte Costituzionale ha giudicato non fondate le questioni di legittimità sollevate da alcuni tribunali sull’attuale disciplina che, per il reato di lesioni personali stradali gravi o gravissime, stabilisce che si debba procedere d’ufficio (articolo 590-bis del Codice penale, introdotto dalla legge n. 41 del 2016).

 

Le questioni di legittimità sulla procedibilità d’ufficio per il reato di lesioni stradali gravi

Più precisamente, le questioni di legittimità costituzionale erano state poste, e i relativi giudizi promossi dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Treviso con ordinanza dell’11 aprile 2019, dal Tribunale ordinario di Milano, sezione quinta penale, con ordinanza del 24 maggio 2019, e dal Tribunale ordinario di Pisa con ordinanza del 12 luglio 2019. I rimettenti, in estrema sintesi, sostenevano che la procedibilità d’ufficio – stabilita dal legislatore nel 2016 e poi confermata nel 2018 con un intervento che invece prevedeva la querela di parte per numerosi altri reati – fosse in contrasto con i principi costituzionali di uguaglianza e ragionevolezza.

La Corte Costituzionale ripercorre l’evolversi della norma

La Corte Costituzionale rammenta innanzitutto che, prima dell’entrata in vigore della legge 23 marzo 2016, n. 41 (che, com’è noto, ha introdotto i reati di omicidio stradale e di lesioni personali stradali, nonché disposizioni di coordinamento al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e al decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274), le lesioni commesse con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale costituivano una circostanza aggravante del delitto di lesioni personali colpose di cui all’art. 590 cod. pen., mutuandone il regime di procedibilità a querela.

La legge n. 41 del 2016 ha invece delineato, all’art. 590-bis cod. pen., un autonomo delitto di lesioni personali stradali gravi o gravissime, perseguibile d’ufficio sia nell’ipotesi base di cui al primo comma (caratterizzata dalla generica violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale), sia nelle ipotesi aggravate previste dai commi successivi.

La disciplina della procedibilità d’ufficio del delitto non è mutata nemmeno a seguito dell’entrata in vigore del d.lgs. n. 36 del 2018, oggetto di censura nelle prime due ordinanze, “che pure – ricorda la Corte – ha introdotto la procedibilità a querela per una serie cospicua di altri delitti, in attuazione della delega di cui alla legge 23 giugno 2017, n. 103 (Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario)”.

La scelta del legislatore delegato di non includere l’ipotesi delittuosa di cui al primo comma dell’art. 590-bis cod. pen. tra quelle procedibili a querela era peraltro stata nel frattempo scrutinata dalla stessa Consulta, sotto il profilo della sua compatibilità con l’art. 76 della Costituzione, con la sentenza n. 223 del 2019, “ove si è ritenuto che il Governo – prosegue la sentenza appena depositata – non abbia travalicato i fisiologici margini di discrezionalità impliciti in qualsiasi legge delega, adottando una interpretazione non implausibile – e non distonica rispetto alla ratio di tutela sottesa alle indicazioni del legislatore delegante – del criterio dettato dall’art. 1, comma 16, lettera a), numero 1), della legge n. 103 del 2017”.

 

La Corte dichiara infondate le censure sollevate, ma si sofferma su quelle mosse dal Tribunale di Pisa

Entrando poi nel merito, la Corte dichiara “manifestamente infondate” le censure sollevate dal Gip del Tribunale di Treviso e dal Tribunale di Milano in riferimento all’art. 76 Cost., “per le ragioni già indicate da questa Corte nella sentenza n. 223 del 2019.

Le pur articolate argomentazioni spiegate dai rimettenti – peraltro in epoca anteriore alla sentenza predetta –, e le ulteriori considerazioni svolte dalle parti, non offrono, infatti, elementi tali da indurre a un ripensamento delle conclusioni all’epoca raggiunte, che debbono pertanto – in questa sede – essere integralmente confermate”.

Per la Corte Costituzionale, tuttavia, merita una considerazione più estesa la censura formulata con riferimento all’art. 3 Cost. dal Tribunale di Pisa, che, in particolare, aveva espresso dubbi sulla legittimità costituzionale della mancata previsione della punibilità a querela del delitto di lesioni stradali gravi e gravissime in tutte le ipotesi diverse da quelle previste dal secondo comma dell’art. 590-bis cod. pen., il quale, com’è noto, delinea la circostanza aggravante della guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psico-fisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope ai sensi rispettivamente degli artt. 186, comma 2, lettera c), e 187 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada).

 

La Consulta conviene che alcune condotte sono connotate da minor “disvalore

Secondo il giudice pisano la previsione della procedibilità d’ufficio sarebbe foriera di una “irragionevole disparità di trattamento” tra il delitto in questione e quello di lesioni gravi o gravissime commesse nell’esercizio della professione sanitaria, procedibile invece a querela.

E sarebbe, inoltre, intrinsecamente irragionevole la previsione indiscriminata della procedibilità d’ufficio per tutte le ipotesi di lesioni stradali gravi o gravissime, a prescindere dalla sussistenza o meno dell’aggravante relativa all’ebbrezza alcolica o all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope, atteso il diverso grado di disvalore di tale fattispecie.

Al riguardo – conviene la Corte Costituzionale – “non può negarsi che quanto meno le ipotesi base del delitto di lesioni stradali colpose, previste dal primo comma dell’art. 590-bis cod. pen., appaiono normalmente connotate da un minor disvalore sul piano della condotta e del grado della colpa. Le fattispecie ivi disciplinate hanno come possibile soggetto attivo non solo il conducente di un veicolo a motore ma anche, ad esempio, chi circoli sulla strada a bordo di una bicicletta.

Inoltre, pur concernendo condotte produttive di gravi danni all’integrità fisica delle persone offese, tali fattispecie hanno per presupposto la violazione di qualsiasi norma relativa alla circolazione stradale diversa da quelle previste specificamente nei commi successivi e nelle quali possono incorrere anche gli utenti della strada più esperti”.

 

In taluni casi si tratta di “occasionali distrazioni” e le persone offese sono già state risarcite

Queste violazioni, ammettono i giudici, sono connotate da un disvalore inferiore a quello proprio delle assai più gravi ipotesi di colpa cui si riferiscono i commi successivi dell’art. 590-bis cod. pen., “le quali sono caratterizzate in gran parte dalla consapevole (o addirittura temeraria) assunzione di rischi irragionevoli: ad esempio da parte di chi si ponga alla guida di un veicolo avendo assunto sostanze stupefacenti o significative quantità di alcool, ovvero superi del doppio la velocità massima consentita, circoli contromano o, ancora, inverta il senso di marcia in prossimità di una curva o di un dosso.

Inoltre, a fronte di condotte “consistenti in occasionali disattenzioni, pur se produttive di danni significativi a terzi, potrebbe discutersi dell’opportunità dell’indefettibile celebrazione del processo penale a prescindere dalla volontà della persona offesa, specie laddove a quest’ultima sia stato assicurato l’integrale risarcimento del danno subito; e ciò anche a fronte dell’esigenza – di grande rilievo per la complessiva efficienza della giustizia penale – di non sovraccaricare quest’ultima dell’onere di celebrare processi penali non funzionali alle istanze di tutela della vittima.

 

In conclusione la procedibilità d’ufficio per tutte le fattispecie non è irragionevole e illegittima

La Consulta, tuttavia, aggiunge anche che – in linea generale – le scelte sanzionatorie del legislatore possono essere sindacate “da questa Corte” soltanto entro i “limiti della manifesta irragionevolezza”, e che tale standard vige – più in particolare – “anche rispetto alle scelte relative al regime di procedibilità dei singoli reati”.

Alla luce di tale criterio, la Corte ritiene pertanto che le considerazioni sviluppate, le quali peraltro, si ricorda, sono alla base delle diverse iniziative di legge pendenti in Parlamento e tese propio a reintrodurre il regime di punibilità a querela delle lesioni stradali di cui all’art. 590-bis, primo comma, cod. pen., “non siano sufficienti a connotare in termini di illegittimità costituzionale la scelta, attuata con la legge n. 41 del 2016 (e confermata, come si è visto, dal d.lgs. n. 36 del 2018), di prevedere la procedibilità d’ufficio per tutte le ipotesi di lesioni personali stradali gravi o gravissime: scelta che si iscriveva nel quadro di un complessivo intervento volto ad inasprire il trattamento sanzionatorio per questa tipologia di reati, ritenuti di particolare allarme sociale a fronte dell’elevato numero di vittime di incidenti che ricorre ogni anno sulle strade italiane”.

La Consulta, in tal senso, rileva anche il “rovescio della medaglia” insito nella richiesta di un intervento che restauri la procedibilità a querela con riferimento non solo alle ipotesi specifiche di cui al primo comma dell’art. 590-bis cod. pen., ma anche “alla generalità delle ipotesi previste dal medesimo articolo”, con la sola eccezione di quelle di cui al secondo comma.

 

Estendendo la procedibilità a querela vi rientrerebbero anche violazioni molto gravi

In tal modo, infatti, osservano i giudici costituzionali, “verrebbero però ad essere abbracciate dalla regola della procedibilità a querela anche fattispecie caratterizzate da violazioni delle norme sulla circolazione stradale commesse con piena consapevolezza e necessariamente foriere di rischi significativi per l’incolumità altrui, rispetto alle quali il legislatore ha – non irragionevolmente – avvertito il bisogno di un’energica reazione sanzionatoria, finalizzata a rafforzare l’efficacia deterrente della norma indipendentemente dalla richiesta di punizione della persona offesa.

Quanto poi all’obiezione circa la disparità di trattamento rispetto alla malpractice medica, secondo la Consulta non è privo di giustificazione il differente regime di procedibilità previsto per le lesioni stradali e le lesioni provocate nell’ambito dell’attività sanitaria, laddove si consideri che “quest’ultima è stata recentemente oggetto di ripetuti interventi da parte del legislatore – miranti proprio a delimitare l’ambito della responsabilità degli operatori sanitari rispetto ai criteri applicabili alla generalità dei reati colposi, onde contenere i rischi necessariamente connessi all’esercizio di una professione essenziale per la tutela della vita e della salute dei pazienti ed evitare, così, il ben noto fenomeno della cosiddetta “medicina difensiva”, produttivo di inutili sprechi di risorse pubbliche e scarsamente funzionale rispetto agli stessi scopi di tutela della salute”.

La sentenza si chiude però con un appello al legislatore per ovviare alle “indubbie criticità”

La Corte Costituzionale, tuttavia, conclude con un caldo invito ad “aggiustare” la norma.

Rientra nella discrezionalità del legislatore l’individuazione delle soluzioni più opportune per ovviare agli indubbi profili critici segnalati dalle ordinanze di rimessione, i quali – pur non assurgendo al vizio di manifesta irragionevolezza della disciplina censurata – suggeriscono, tuttavia, una complessiva rimeditazione sulla congruità dell’attuale regime di procedibilità per le diverse ipotesi di reato contemplate dall’art. 590-bis cod. pen”.