Articolo Pubblicato il 30 agosto, 2020 alle 10:00.

Come si può quantificare il danno patrimoniale futuro da incapacità lavorativa che subirà un danneggiato nel caso in cui, per una serie di ragioni, non si possa stimarlo in modo preciso? Per gli incidenti viene spesso applicato il criterio del triplo della pensione sociale: ora, ed è l’importante novità della sentenza n. 17790/20 depositata il 25 agosto 2020, la Cassazione estende l’applicazione di questo parametro anche laddove l’invalidità permanente non sia conseguenza di un sinistro stradale.

Una praticante avvocato cita l’Asl per i danni a un occhio patiti durante un’operazione

La vicenda di cui si sono occupati gli Ermellini è quella di una praticante avvocato abruzzese che, in seguito ad un intervento laser agli occhi, riporta seri postumi invalidanti all’occhio sinistro. La giovane cita in giudizio l’oculista e l’Asl e il Tribunale de L’Aquila le riconosce un risarcimento di 70mila euro per l’invalidità permanente, 4.780 euro per la temporanea, 35mila per il danno non patrimoniale, 20mila per la perdita della capacità lavorativa e 220 euro a titolo di rimborso delle spese mediche, oltre interessi e spese di lite.

La danneggiata tuttavia appella la sentenza contestando in particolare, tra le varie quantificazioni, evidentemente insoddisfacenti, effettuate dal tribunale delle poste risarcitorie, quella relativa al danno da perdita della capacità lavorativa specifica in relazione alla prospettiva di svolgere l’attività (ben remunerata) di avvocato e per la mancata applicazione al suo caso del criterio del triplo della pensione sociale.

La Corte d’Appello però, nel 2018, rigetta il gravame, ritenendo, quanto alla questione dell’incapacità lavorativa specifica, che non sussista la prova di un reddito continuo, anche ridotto, derivante dall’attività professionale, in quanto la ricorrente, che all’epoca dei fatti era solo una praticante, non era riuscita a dimostrare il proprio reddito. Dunque, secondo i giudici di seconde cure, il criterio del triplo della tensione sociale non era applicabile.

Il ricorso per Cassazione: in discussione il criterio del triplo della pensione sociale

La donna ha quindi proposto ricorso anche per Cassazione con svariati motivi di doglianza incentrati sulla quantificazione del danno da perdita della capacità lavorativa specifica. La Suprema Corte ne ha rigettato sette su nove, ma ha accolto, per l’appunto, quello in cui si lamentava insufficiente ed erronea motivazione sulla possibilità di considerare il criterio del triplo pensione sociale come soglia minima di risarcimento garantita.

La Cassazione accoglie questo motivo di doglianza

Secondo i giudici del Palazzaccio, innanziutto, non osta la circostanza dell’applicazione di questo criterio al di fuori dell’ambito del codice delle assicurazioni private, “di norma esclusa dalla giurisprudenza di questa Corte, ma in via diretta e comunque quale criterio di liquidazione del danno biologico e non anche, come nella specie, come parametro per quella del danno patrimoniale in cui si risolve la conseguenza della diminuzione della capacità di guadagno” premettono gli Ermellini. Del resto, osserva la Suprema Corte, la stessa corte territoriale ammetteva che tale criterio fosse in astratto idoneo a regolare la fattispecie.

La Cassazione chiarisce, poi, che l’accertamento di postumi, incidenti con una certa entità sulla capacità lavorativa specifica, non comporta l’automatico obbligo del danneggiante di risarcire il pregiudizio patrimoniale, conseguenza della riduzione della capacità di guadagno – derivante dalla ridotta capacità lavorativa specifica – e, quindi, di produzione di reddito. “Questo danno patrimoniale da invalidità deve perciò essere accertato in concreto – prosegue la sentenza -, attraverso la dimostrazione che il soggetto leso svolgesse o – trattandosi di persona non ancora dedita ad attività lavorativa – presumibilmente avrebbe svolto, un’attività produttiva di reddito: la liquidazione del danno non può essere fatta in modo automatico in base ai criteri dettati dall’art. 4 della legge 26 febbraio 1977, n. 39, norma dettata in via immediata per il settore della responsabilità civile autoveicoli e, soprattutto, che non comporta alcun automatismo di calcolo, ma si limita ad indicare alcuni criteri di quantificazione del danno sul presupposto della prova relativa, che comunque incombe al danneggiato e che può essere data anche in via presuntiva, purché sia certa la riduzione di capacità di lavoro specifica”.

La Suprema Corte aveva già riconosciuta la possibilità di utilizzo di questo parametro

I giudici, peraltro, rammentano anche alcuni precedenti di sentenze della stessa Cassazione che avevano già riconosciuto al giudice del merito il potere, in sede di liquidazione equitativa del danno ai sensi degli artt. 2056 e 1226 cod. civ., di ricorrere al criterio del triplo della pensione sociale anche allorquando l’invalidità permanente, come nel caso specifico, non conseguisse a un sinistro stradale, “atteso che la liquidazione del danno in via equitativa resta affidata ai suoi apprezzamenti discrezionali. Piuttosto, questi apprezzamenti restano insindacabili in sede di legittimità, ma nei limiti in cui la motivazione della decisione dia adeguatamente conto del processo logico attraverso il quale si è pervenuti alla liquidazione, indicando i criteri assunti a base del procedimento valutativo e, soprattutto, purché gli argomenti a tale scopo impiegati nell’impugnata sentenza non si appalesino sostanzialmente apodittici e illogici. È noto, infatti, che la possibilità di censurare quella valutazione in questa sede è ammessa non solo in caso di omessa enunciazione dei criteri in motivazione, ma anche di una loro manifesta incongruità rispetto al caso concreto, oppure di radicale contraddittorietà, oppure ancora di macroscopica contrarietà a dati di comune esperienza, ovvero infine tali da condurre ad una quantificazione particolarmente ed evidentemente sproporzionata per eccesso o per difetto

Passando al caso specifico, la Suprema Corte rileva come il criterio del triplo della pensione sociale fosse ben indicato nella premessa della stessa sentenza impugnata, “ma ne è errata l’esclusione con riferimento alla fattispecie concreta alla stregua della stessa giurisprudenza che la corte territoriale predica di applicare”.

Criterio ben indicato nel caso di un praticante avvocato

Questa fattispecie, infatti, è rappresentata proprio dalla situazione di un soggetto che al momento in cui ha subito il danno “si trovava in una condizione, quella di cosiddetto praticantato, imposta dalla legge per l’accesso alla professione di avvocato. Condizione che, secondo il notorio, non consente di percepire redditi di una qualche entità, ma che rappresentava il presupposto per una successiva potenziale consecuzione di capacità reddituale una volta conseguita l’abilitazione professionale”. Nella specie, poi, successivamente alla verificazione del danno, e prima del momento della sua liquidazione, “è pacifico che tale evento si è effettivamente verificato, avendo la ricorrente conseguito l’abilitazione professionale come avvocato”. Ne consegue che, per la determinazione del danno, “occorreva ormai procedere a un apprezzamento che doveva considerare tale evoluzione della situazione della ricorrente inerente alla capacità di produrre reddito”.

La Cassazione conviene sul fatto che anche un avvocato appena abilitato, che in genere esercita in seno ad una struttura professionale gestita da un collega più anziano, ha una capacità di realizzazione e percezione di reddito limitata e incostante, ma aggiunge anche che “la capacità di percezione di un reddito sporadico non preclude affatto, come reputa la corte territoriale, il ricorso al criterio residuale in esame ove, come nella specie, la stessa danneggiata, pur in carenza di prova su di un reddito continuo o costante per essersi limitata a versare in atti tre contratti di prestazione d’opera professionale, ha comunque prospettato in concreto una condizione lavorativa caratterizzata da carattere saltuario, evidentemente determinata anche dalla condizione di relativa diminuzione della capacità lavorativa. Essa appare tale da farla equiparare, se non altro ai fini della liquidazione del danno consistente nella limitazione di quella capacità, che deve avvenire in proiezione futura, ad una disoccupata, proprio secondo quanto già statuito da questa stessa Corte”, con l’ordinanza n. 8896/16 .

Il principio di diritto

Insomma, rientrando nelle nozioni di comune esperienza che un professionista all’inizio del suo percorso lavorativo realizza di norma guadagni sporadici, “risulta possibile e anzi opportuno equiparare una simile condizione, se non altro ai fini della normativa in esame e per identità di ratio, a quella di un disoccupato“, che è ovviamente esonerato dalla prova rigorosa del proprio preciso guadagno.

Di conseguenza – va a concludere la sentenza -, in presenza di una prova sulla percezione di redditi così saltuari al tempo del consolidamento definitivo delle conseguenze negative dell’illecito da potersi ritenere – se non proprio insignificanti, quanto meno – non significativi e pure in assenza di elementi sullo sviluppo successivo della capacità di guadagno, il criterio del triplo della pensione sociale può bene trovare applicazione proprio ai fini della liquidazione equitativa del danno patrimoniale derivato, sotto forma di riduzione della potenzialità di guadagno in relazione alla minorata capacità psicofisica concretatasi nei postumi invalidanti permanenti: nella specie, particolarmente evidente per l’intuitiva incidenza negativa di una minorata disponibilità dell’organo della vista per una professione intellettuale quale quella dell’avvocato”.

Di qui l’affermazione del principio di diritto: “quale parametro di riferimento per la liquidazione equitativa del danno patrimoniale futuro da incapacità lavorativa, anche se patito in conseguenza di errata prestazione sanitaria da soggetto già percettore di reddito da lavoro, può applicarsi, anche in difetto di prova rigorosa del reddito effettivamente perduto dalla vittima, il criterio del triplo della pensione sociale pure nel caso in cui sia accertato che la vittima, come nell’ipotesi di un libero professionista prima o immediatamente all’inizio della sua attività, al momento del sinistro percepiva un reddito così sporadico o modesto da renderla in sostanza equiparabile ad un disoccupato”.