Articolo Pubblicato il 13 maggio, 2020 alle 17:27.

Non è sufficiente, se investe un pedone, tanto più con conseguenze tragiche, addurre a propria discolpa il fatto di aver rispettato il limite di velocità: bisogna anche dimostrare di aver tenuto un’andatura adeguata alle condizioni della strada e a quelle atmosferiche, oltre ovviamente al rispetto di precedenze e quant’altro.

 

Pedone investito sulle strisce pedonali

A ricordare questo principio la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14515/20 depositata il 12 maggio 2020, con la quale ha definitivamente condannato un automobilista accusato di omicidio colposo per aver travolto con la sua vettura una donna che stava attraversando la strada sulle strisce pedonali in prossimità di un incrocio, a Roma, il 19 marzo del 2007: la vittima era stata caricata sul cofano, aveva sbattuto contro il parabrezza ed era rovinata sull’asfalto al centro della carreggiata, finendo per essere investita e trascinata per svariati metri dalla macchina condotta da un altro automobilista sopraggiunto pochi istanti dopo e che non si era avveduto della sua presenza a terra. Una dinamica terribile che non le ha lasciato scampo.

Il Tribunale di Roma aveva condannato l’automobilista responsabile del primo investimento, sentenza confermata dalla Corte d’Appello capitolina, ma questi ha proposto ricorso anche per Cassazione, contestando la ricostruzione del sinistro operata dal consulente tecnico del Pubblico Ministero e lamentando in particolare la mancata considerazione della velocità che egli teneva al momento dell’incidente, di 36 km/h: circostanze che a suo dire avrebbero dovuto portare la Corte territoriale a disporre una nuova perizia. Il ricorrente ha inoltre obiettato in ordine alle cause della morte del pedone aggiungendo anche che non era stata la sua vettura a sbalzare a venti metri di distanza la vittima, ma quella sopraggiunta dopo.

Per la Cassazione, tuttavia, il ricorso è inammissibile, innanzitutto in quanto invoca una diversa ricostruzione dei fatti che, com’è noto, non compete ai giudici di legittimità. La Suprema Corte entra comunque anche nel merito e concorda con le valutazioni operate già dal primo giudice, secondo il quale “era stata la condotta imprudente e negligente dell’imputato a causare la morte del pedoneche si trovava davanti a lui e che aveva già impegnato l’attraversamento della strada – non avendo egli proceduto con un’andatura adeguata alle condizioni della strada ed a quelle atmosferiche, trovandosi a percorrere un tratto di strada in centro abitato, in prossimità di un attraversamento pedonale, in presenza di un asfalto reso viscido dalla pioggia e con scarsissima visibilità, stante l’ora”: le 18.45.

 

Anche una velocità entro i limiti in date circostanze può essere eccessiva

E conviene anche con la Corte distrettuale laddove essa aveva affermato essere privo di rilievo il fatto che la velocità dell’imputato fosse nei limiti dei 50 km/h e/o di poco inferiore, “perché proprio le condizioni appena ricordate la rendevano comunque eccessiva e non prudenziale”. Aggiungendo che il pedone era ben visibile al momento dell’impatto perché la donna aveva l’ombrello aperto”.

Gli Ermellini sottolineano inoltre come la Corte di merito avesse in verità preso in considerazione anche la ricostruzione del sinistro effettuata dal consulente della difesa, il quale, dopo aver evidenziato la presenza di cassonetti che limitavano la visuale del proprio assistito, aveva sostenuto che questi nulla avrebbe potuto fare per evitare l’investimento. Ma i giudici di secondo grado avevano “correttamente osservato” che questa limitata visuale avrebbe dovuto semmai indurre l’imputato a ridurre ulteriormente la velocità.

 

Le regole da osservare a tutela dei pedoni

Ed è qui che la Suprema Corte ricorda che, “oltre a quelle generiche di prudenza, cautela ed attenzione, le norme che presiedono al comportamento del conducente del veicolo sono principalmente rinvenibili nell’art. 140 cod. strada, che pone, quale principio generale informatore della circolazione, l’obbligo di comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale, e negli articoli seguenti, laddove si sviluppano, puntualizzano e circoscrivono le specifiche regole di condotta”.

E tra queste ultime, particolarmente di rilievo con riguardo al comportamento da tenere nei confronti dei pedoni, sono quelle stabilite, dettagliatamente, nell’art. 191 cod. strada, che trovano il loro corrispondente nel precedente art. 190, il quale, a sua volta, stabilisce le regole comportamentali cautelari e prudenziali che deve rispettare il pedone.

 

L’obbligo di “attenzione” e il principio di “cautela”

In questa prospettiva – prosegue la Cassazione -, è evidente la regola prudenziale e cautelare fondamentale che deve presiedere al comportamento del conducente, sintetizzata nell’obbligo di “attenzione” che questi deve tenere al fine di “avvistare” il pedone sì da potere porre in essere efficacemente i necessari accorgimenti atti a prevenire il rischio di un investimento. Il dovere di attenzione del conducente, teso all’avvistamento del pedone, trova il suo parametro di riferimento (oltre che nelle regole di comune e generale prudenza) nel richiamato principio generale di cautela che informa la circolazione stradale”.

Principio che si sostanzia, essenzialmente, in tre obblighi comportamentali: quello di ispezionare la strada dove si procede o che si sta per impegnare; quello di mantenere un costante controllo del veicolo in rapporto alle condizioni della strada e del traffico; quello, infine, di prevedere tutte le situazioni che la comune esperienza comprende, in modo da non costituire intralcio o pericolo per gli altri utenti della strada, in particolare, per i pedoni.

 

L’automobilista deve prevenire anche eventuali imprudenze di chi va a piedi

Si tratta – conclude la Cassazione – di obblighi comportamentali posti a carico del conducente anche per la prevenzione di eventuali comportamenti irregolari dello stesso pedone, vuoi genericamente imprudenti (tipico il caso del pedone che si attarda nell’attraversamento, quando il semaforo, divenuto verde, ormai consente la marcia degli automobilisti), vuoi in violazione degli obblighi comportamentali specifici, dettati dall’art. 190 cod. strada.

Il conducente, infatti, ha, tra gli altri, anche l’obbligo di prevedere le eventuali imprudenze o trasgressioni degli altri utenti della strada e prepararsi a superarle senza danno altrui”. Pertanto il ricorso è stato respinto e la condanna confermata.