Articolo Pubblicato il 8 maggio, 2020 alle 12:00.

E’ una sentenza di cui tenere sicuramente conto per le migliaia di risparmiatori pesantemente danneggiati se non rovinati da investimenti ad alto rischio proposti dalle banche, quella, la n. 8212/20, depositata dalla Corte di Cassazione il 27 aprile 2020, a proposito di uno dei casi più tristemente noti degli ultimi anni: quello dei “bond argentini” (in foto, una delle tante manifestazioni di piazza da parte degli investitori).

Il pronunciamento è particolarmente significativo per due ragioni: primo, perché viene chiarito che, in caso di mancata indicazione del rating del titolo, come nello specifico, la banca deve risarcire l’investimento rischioso in default; secondo, che in assenza di questo elemento informativo fondamentale risulta irrilevante la qualità e la competenza in materia del cliente, anche se si tratta proprio di un dipendente di banca.

 

Banca condannata per l’investimento a rischio proposto a due clienti

La vicenda. La Corte d’Appello di Firenze, con sentenza pubblicata il 16 ottobre 2014, in parziale riforma della decisione di primo grado, aveva pronunciato la risoluzione per inadempimento dell’istituto bancario di un contratto di intermediazione finanziaria concluso con la banca da due clienti, marito e moglie, nel settembre del 2000, che aveva ad oggetto obbligazioni emesse dallo Stato dell’Argentina: con riferimento a un precedente contratto del 1997, sul medesimo oggetto, i giudici avevano invece ritenuto la scarsa importanza dell’inadempimento respingendo la domanda di risoluzione.

La Popolare di Vicenza ricorre per Cassazione e i risparmiatori propongono ricorso incidentale

L’istituto in questione, la Banca Popolare Di Vicenza, che poi sarebbe finita nell’occhio del ciclone, nel 2015 ha proposto ricorso per Cassazione contro quest’ultima sentenza: iniziativa a cui i due clienti hanno risposto a loro volta con un ricorso incidentale, lamentando come la sentenza impugnata, pur avendo rilevato l’inadempimento, da parte della banca, degli obblighi informativi, sia in relazione all’operazione del 1997 che a quella del 2000, con specifico riferimento all’ acquisto dei bond argentini del 1997 avesse invece affermato la mancanza di gravità dell’inadempimento e conseguentemente escluso la risoluzione ex art. 1455 c.c.

 

La banca asserisce di aver ottemperato a tutti gli obblighi informativi

Nel ricorso principale la banca ha obiettato di aver ottemperato a tutti gli obblighi di informazione di cui all’art. 21 d.lgs. 58/98.

Ha sostenuto di aver perfezionato per iscritto il master agreennent a tempo indeterminato, contenente il programma, le condizioni, l’avvertimento sui rischi, in conformità al disposto dell’art. 23 d.lgs. 58/98; di aver invitato i clienti a fornire tutte le informazioni sulla loro posizione finanziaria e gli obiettivi d’investimento, ottenendone esplicito rifiuto; di aver fornito tutte le possibili informazioni, al momento in cui era stato impartito l’ordine su data di emissione, caratteristiche, ammontare e scadenza cedole e soprattutto su elevato rendimento e connessa elevata rischiosità delle obbligazioni; di aver puntualmente eseguito l’ordine ricevuto il 6 agosto 1997, che aveva dato luogo ad elevati rendimenti, e di aver altresì ottemperato al successivo ordine del 18 settembre 2000, ritenendolo adeguato, considerate la posizione professionale e le presumibili conoscenze degli investitori, nonché la situazione del mercato quale risultava da organi di stampa e di settore.

A detta della banca vicentina, i titoli erano conosciuti dai clienti, erano stati valutati positivamente dai mercati ed erano stati ritenuti di prospettiva “stabile” e la banca non aveva consegnato il prospetto informativo perché, alla stregua delle direttive Consob, non ne esisteva l’obbligo, non ricorrendo alcuna forma di sollecitazione al pubblico.

 

Inoltre, una dei due clienti era una bancaria

La banca asseriva inoltre di aver ottemperato all’obbligo di informarsi e di informare sulla base delle notizie disponibili al momento della sottoscrizione, posto che, trattandosi di titoli emessi da un’organizzazione statale e non da un’impresa privata sconosciuta al grande pubblico, erano note attraverso i giornali e fonti largamente diffuse e facilmente accessibili.

Secondo la ricorrente, infine, i clienti non avevano fornito la prova del nesso causale tra asserito inadempimento della banca ed il danno, sussistendo diversi elementi di fatto, di per sé idonei a produrre il danno e che escludevano la gravità dell’inadempimento, quali la condizione degli clienti, in particolare della signora, che era dipendente di banca, e l’esperienza da loro già maturata in occasione dell’operazione del 1997, che come detto aveva ad oggetto i medesimi titoli, nonché la scarsa rilevanza attribuita dagli investitori alle indiscrezioni progressivamente affermatisi circa la loro “nocività”.

Tutti elementi che avrebbero dimostrato come i due investitori avessero voluto concludere consapevolmente anche il secondo investimento e che l’asserito inadempimento, ove pure ravvisabile, non aveva determinato alcun effetto risolutorio.

 

La Suprema Corte respinge il ricorso principale: confermata la carenza informativa

Secondo la Suprema Corte tuttavia il motivo è infondato. Per gli Ermellini, la Corte territoriale ha ritenuto, “con prudente apprezzamento”, l’inadeguatezza delle informazioni rese dalla banca ai clienti in relazione ad ambedue gli ordini di acquisto di obbligazioni argentine oggetto del giudizio.

In particolare il giudice di appello aveva rilevato che non era stato evidenziato il cosiddetto “Rischio Paese” (l’emittente era infatti un Paese emergente), il rischio implicito nell’elevato tasso di rendimento ed inoltre che un’informazione completa non poteva prescindere dalla comunicazione del rating delle principali agenzie. Da ciò la violazione degli obblighi di informazione a carico dell’intermediario.

La Corte di merito aveva inoltre escluso che la condizione personale della cliente, la quale era dipendente di banca, ma che non risultava specificamente addetta al settore titoli o avere una specifica esperienza in materia, fosse idonea ad escludere il nesso causale tra inadempimento e danno e la gravità dell’inadempimento ex art. 1455 c.c.

Tutte statuizioni conformi al diritto per la Suprema Corte, che afferma: “la carenza informativa è senz’altro ravvisabile nel caso di specie ed integra la violazione del corrispondente obbligo a carico dell’intermediario, previsto dagli artt. 21 e ss. del TUF”, il Testo Unico delle diposizioni in materia di intermediazione Finanziaria.

 

Le disposizioni in materia di intermediazione finanziaria

Con l’occasione i giudici ricordano queste disposizioni che disciplinano i contratti relativi alle prestazioni di servizi di investimento, dettando regole particolari che integrano e talvolta derogano alla disciplina codicistica, imponendo particolari doveri di diligenza da parte degli intermediari professionali a tutela dei risparmiatori.

L’art.21 del TUF in particolare stabilisce che nella prestazione dei servizi di investimento e accessori, i soggetti abilitati devono: comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, nell’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati; acquisire le informazioni necessarie dai clienti ed operare in modo che essi siano sempre adeguatamente informati.

Al fine di dare concretezza a questi principi il Regolamento di Attuazione concernente la disciplina degli intermediari (adottato dalla Consob con delibera n.11522 del 1 luglio 1998 e successive modifiche) ha precisato, quanto ai doveri di informazione (art.28 Reg. Consob), che gli intermediari autorizzati devono chiedere all’investitore notizie circa la sua esperienza in materia di investimenti in strumenti finanziari, la sua situazione finanziaria, i suoi obiettivi di investimento, nonché circa la sua propensione al rischio.

L’eventuale rifiuto di fornire le notizie richieste deve risultare dal contratto ovvero da apposita dichiarazione sottoscritta dall’investitore. Gli intermediari autorizzati, inoltre, non possono effettuare o consigliare operazioni o prestare il servizio di gestione se non dopo aver fornito all’investitore informazioni adeguate sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni della specifica operazione o del servizio, la cui conoscenza sia necessaria per effettuare consapevoli scelte di investimento.

L’art.29 Reg. Consob strettamente correlato ai doveri previsti dall’art.28 del medesimo Regolamento stabilisce poi che gli intermediari autorizzati si astengono dall’effettuare, con o per conto degli investitori, operazioni non adeguate per tipologia, oggetto, frequenza o dimensione ed a tal fine tengono conto delle informazioni di cui al citato art.28 e di ogni altra informazione disponibile in relazione ai servizi prestati.

Gli intermediari autorizzati, inoltre, quando ricevono da un investitore disposizioni relative ad un’operazione non adeguata, lo informano di tale circostanza e delle ragioni per cui non è opportuno procedere alla sua esecuzione. Qualora l’investitore intenda comunque dare corso all’operazione gli intermediari autorizzati possono eseguire l’operazione stessa solo sulla base di un ordine impartito per iscritto, in cui sia fatto esplicito riferimento alle avvertenze ricevute.

L’art.23, comma 6, del TUF, infine, prevede un’inversione dell’onere della prova in favore del cliente stabilendo che “nei giudizi di risarcimento danni cagionati al cliente nello svolgimento dei servizi di investimento e di quelli accessori, spetta ai soggetti abilitati l’onere della prova di aver agito con la specifica diligenza richiesta”.

 

Decisiva la mancata indicazione del rating, irrilevante che la cliente lavorasse in banca

Questo è dunque il quadro normativo di riferimento della fattispecie negoziale in esame.

Nel presente giudizio risarcitorio – sentenzia pertanto la Cassazione – la banca aveva quindi l’onere di provare: di aver adeguatamente informato i clienti sulla natura, i rischi e le implicazioni della specifica operazione o del servizio; l’adeguatezza dell’operazione rispetto ad esperienza, obiettivi di investimento, situazione finanziaria e propensione al rischio del cliente. Dovere primario della banca ai sensi dell’art.28 Reg. Conosb è quello di informare adeguatamente il cliente sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni della specifica operazione o del servizio, la cui conoscenza sia necessaria per effettuare consapevoli scelte di investimento.

Dovere, correlato a quello generale posto dall’art. 21 lett d) di “disporre di risorse e procedure idonee ad assicurare l’efficiente svolgimento dei servizi”, che, secondo gli Ermellini, “non risulta nel caso di specie assolto. In particolare, non risulta essere stato indicato il rating del titolo, dato che costituisce elemento basilare di ogni investimento in prodotti finanziari. Non risulta, inoltre, che la banca abbia provato, ai sensi dell’art. 23, comma 6, TUF, l’adeguatezza dell’operazione rispetto alla particolare situazione del cliente, a fronte di titoli pacificamente appartenenti alla categoria speculativa, né che la stessa abbia acquisito la dichiarazione dei clienti di essere stati compiutamente informati circa la suddetta inadeguatezza ed aver voluto, nonostante ciò, concludere egualmente l’operazione, ai sensi dell’art. 29, comma 3, Reg. Consob 11522 del 1998”.

Anche secondo i giudici del Palazzaccio, infine, risulta del tutto irrilevante nella vicenda il fatto che uno dei clienti fosse dipendente di banca, “posto che tale qualifica non implica una particolare conoscenza del mercato e dei prodotti finanziari, né l’esperienza dei clienti poteva fondarsi sul pregresso acquisto del medesimo titolo nell’anno 1997”.

 

Accolto invece il ricorso incidentale dei clienti per l’operazione precedente

Per converso, invece, la Suprema Corte ha accolto il ricorso incidentale dei clienti. Secondo gli Ermellini, infatti, la Corte territoriale aveva escluso nel caso del primo investimento del 1997 la gravità dell’inadempimento sulla base “di un elemento che non appare decisivo, né rilevante: non può invero farsi discendere dal successivo acquisto delle obbligazioni argentine, avvenute diversi anni dopo la prima operazione, la mancanza di gravità dell’inadempimento ex art. 1455 c.c in relazione al primo negozio, a fronte della accertata violazione, condivisa da questa Corte, degli obblighi di informazione e di valutazione di adeguatezza dell’operazione rispetto al profilo ed agli obiettivi degli investitori.

La Cassazione chiarisce infatti che la gravità dell’inadempimento, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1455 c.c., “va commisurata all’interesse che la parte adempiente aveva o avrebbe potuto avere alla regolare esecuzione del contratto, non può inferirsi la non scarsa importanza dell’inadempimento dell’intermediario dal solo fatto che il cliente abbia nuovamente acquistato obbligazioni argentine a distanza di alcuni anni.

Il fatto, poi, che alla data del 1997 le indiscrezioni sul possibile default dell’Argentina non fossero ancora diffuse “non attenua la violazione del dovere di informazione in capo alla banca che ha, in ogni caso, omesso di dare un’informazione completa sul prodotto finanziario e di valutarne l’adeguatezza rispetto al profilo dei clienti. La successiva condotta dei clienti non appare dunque in alcun modo idonea ad incidere retrospettivamente sulla valutazione del comportamento tenuto dalla banca e sulla gravità del suo pacifico inadempimento”.

In conclusione e per riassumere, il ricorso principale è stato rigettato ed è stato invece accolto quello incidentale dei banca: la sentenza impugnata è stata cassata in relazione a quest’ultimo, con rinvio della causa alla Corte d’appello di Firenze, in diversa composizione, per la sua definitiva risoluzione.