Articolo Pubblicato il 20 settembre, 2017 alle 16:13.

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Inquinamento ILVA Taranto: un “incubo” non solo per la salute

Tutta la città di Taranto è fortemente angosciata

Sabato 23 settembre Studio 3A organizza un convegno per approfondire una nuova valutazione del danno ambientale e il suo risarcimento

Inquinamento ILVA Taranto: ha causato aumento della mortalità infantile del 21%, delle malattie tumorali sempre per i bambini del 54%, della mortalità in generale per il tumore al polmone e l’infarto al miocardio del 13%. Sono solo alcuni dati choc delle varie indagini epidemiologiche condotte sulla città di Taranto, con particolare riferimento ai rioni Tamburi e Paolo VI, ormai tristemente noti in Italia per essere quelli più esposti a uno dei casi di inquinamento ambientale più grave del Paese, quello legato all’Ilva di Taranto.

Evidenze che, come spesso accade in queste circostanze, sono oggetto di accese discussioni e di interpretazioni divergenti: secondo una recente indagine condotta dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore della Sanità, gli inquinanti genotossici aerodispersi dall’ Ilva analizzati presenterebbero per Taranto un carico non superiore a quello di Roma. Del resto, dimostrare la sussistenza del danno biologico e la relazione di causa-effetto rispetto ad una fonte inquinante è sempre impresa molto complicata.

Ma è questa l’unica conseguenza che subiscono da anni i tarantini e, soprattutto, i quartieri più vicini alle emissioni dello stabilimento? Ai tanti altri profili di danno oltre a quello biologico determinato dall’Ilva di Taranto e al diritto al suo risarcimento è dedicato il convegno organizzato per sabato 23 settembre 2017, dalle ore 10 alle ore 13, all’Hotel Plaza Taranto, in via D’Aquino 46, da Studio 3A, società specializzata a livello nazionale nella valutazione delle responsabilità in ogni tipologia di sinistro, compresi i casi di danno ambientale, a tutela dei diritti dei cittadini.

Negli ultimi mesi, tramite i consulenti personali Luigi Cisonna e Sabino De Benedictis, si sono rivolti a Studio 3A diversi cittadini della città pugliese chiedendo di essere assistiti rispetto danno ambientale causato dall’Ilva di Taranto, con cui devono convivere e alle sue ricadute: di qui l’idea da parte della società di promuovere un’occasione pubblica di confronto sulle possibili strategie anche alternative da attuare

Due, in particolare, i punti sui quali batterà l’azienda, che ha la propria sede direzionale a Mestre, nel Veneziano, ma che è presente capillarmente in tutte le regioni italiane. Il primo parte dalla constatazione che la maggior parte dei grandi processi penali per inquinamenti causati dall’ Ilva di Taranto e danni alla salute dei lavoratori e/o dell’intera comunità si sono conclusi con degli amari nulla di fatto, vedi quello per le morti da Cvm al Petrolchimico di Porto Marghera o per l’amianto di Casale Monferrato. Dibattimenti trascinatisi per decenni, centinaia di costituzioni di parte civile da parte delle vittime o dei loro familiari, e poi arriva la prescrizione a negare ogni forma di giustizia. La nuova legge del 2015 che per la prima volta ha introdotto i delitti contro l’ambiente nel codice penale rappresenta un passo avanti, ma non risolve la questione, legata ai ben noti problemi di lentezza della giustizia italiana. Anche per questo la filosofia di Studio 3A è quella di non aspettare l’esito dei processi penali ma di avviare senza indugio – non appena la magistratura metta dei punti fermi circa le responsabilità del soggetto inquinatore – azioni civili per il risarcimento dei danni, perché in questo modo è più semplice far valere i diritti dei danneggiati ma anche perché ciò costituisce il miglior deterrente contro i reati ambientali: le aziende sono sensibili più di tutto agli aspetti economici e così si toccano anche e pesantemente sul portafoglio.

L’altro aspetto fondamentale, che non viene quasi mai (colpevolmente) valorizzato in questi casi, è quello legato al cosiddetto danno da angoscia. La storica sentenza numero 2515 del 21 febbraio 2002 della Corte di Cassazione Civile, Sezioni Unite, per il caso di Seveso, ha riconosciuto il diritto di farsi risarcire il danno esistenziale, anche soltanto sotto il profilo della paura e dell’angoscia, e anche laddove non ci si trovi in presenza di patologie fisiche. Chi, insomma, dimostra di aver subito un turbamento emotivo in presenza di un inquinamento ambientale va risarcito anche in mancanza di lesioni biologiche. Un principio, questo, applicabile in tutta evidenza anche al “caso Ilva di Taranto”, indipendentemente dalla gravità dei danni alla salute, perché qui non solo i rioni più colpiti ma tutta una comunità ha comunque subito un danno, siamo di fronte a migliaia di persone che vivono nel terrore di poter sviluppare un domani malattie gravi, che ad ogni folata di vento più intenso devono sbarrare le finestre e chiudersi in casa: un vivere che non è vivere. Se ne parlerà con il Presidente di Studio 3A, dott. Ermes Trovò, con il Direttore Tecnico, dott. Andrea Milanesi, l’avvocato del Foro di Padova Marco Frigo e il medico legale dott. Luigi Sergolini.