Articolo Pubblicato il 14 agosto, 2020 alle 10:30.

La responsabilità del datore di lavoro conseguente alla violazione dell’art. 2087 c.c. ha natura contrattuale.

Pertanto, il lavoratore che agisca per il riconoscimento del danno da infortunio ha l’onere di allegare e provare l’esistenza dell’obbligazione lavorativa e del danno, nonché il nesso causale di questo con la prestazione, ma incombe sul datore di lavoro l’onere di dimostrare che il danno è dipeso da causa a lui non imputabile, e cioè di aver adempiuto al suo obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitarlo, e che gli esiti dannosi sono stati determinati da un evento imprevisto ed imprevedibile.

A riaffermare con forza il principio la Corte di Cassazione, sezione Lavoro, con la sentenza n. 16869/20 depositata l’11 agosto 2020 con la quale ha accolto il ricorso dei familiari di una delle purtroppo tante vittime dell’amianto a cui la corte territoriale aveva posto in capo un eccessivo “onere probatorio” respingendone le richieste di risarcimento.

 

Respinta in primo e secondo grado la richiesta danni dei familiari di una vittima dell’amianto

I fatti. Il Tribunale di Torre Annunziata aveva respinto le domande proposte nei confronti di Fincantieri da parte dei congiunti di un operaio per ottenere il risarcimento iure proprio e iure successionis dei danni subiti in conseguenza del decesso del loro caro per mesotelioma polmonare causato dalla esposizione alle polveri di amianto nel corso del prolungato svolgimento, dal 1963 al 1992, delle mansioni di fabbro allestitore nello stabilimento della società a Castellammare di Stabia (in foto).

E la Corte d’Appello di Napoli, presso la quale i congiunti della vittima avevano appellato la sentenza, aveva confermato il rigetto, rilevando come gli eredi del lavoratore non avessero fornito nessuna indicazione circa le misure di sicurezza che l’impresa avrebbe dovuto adottare per prevenire l’insorgenza della malattia e che sarebbero state invece tralasciate, con l’effetto di liberare il datore di lavoro dall’onere della prova di averle predisposte.

Per i giudici di secondo grado gli appellanti si erano limitati a deduzioni generiche in ordine alle voci di danno oggetto di domanda, non fornendo un’adeguata illustrazione della causa petendi e un’appropriata dimostrazione del pregiudizio che assumevano di avere subito in conseguenza del decesso del loro congiunto e, in ogni caso, gli elementi allegati a prova della natura “morbigena” delle mansioni sarebbero stati smentiti dal materiale probatorio acquisito (essenzialmente, in verità, la consulenza tecnica di parte), e la relazione della Contarp, la Commissione tecnica di accertamento rischi e prevenzione dell’Inail datata 1996 sarebbe stata introdotta in giudizio tardivamente.

 

I congiunti ricorrono per cassazione lamentando l’eccessivo “onere probatorio” a loro carico

I congiunti dell’operaio hanno dunque proposto ricorso anche per Cassazione adducendo quattro motivi. Con il primo motivo hanno lamentato il fatto che Corte di appello avesse respinto il gravame sul rilievo che nessuna indicazione vi era stata, da parte dei ricorrenti, circa le concrete misure di sicurezza che Fincantieri S.p.A. avrebbe dovuto adottare e che, nel caso di specie, erano state invece tralasciate, non considerando – erroneamente – che la norma non richiede tali specificazioni, posto che incombe sul datore di dimostrare di avere adottato tutte le cautele necessarie a impedire il verificarsi del danno, e stabilendo a carico del danneggiato (e dei suoi eredi) un eccessivo quanto ingiusto aggravio dell’onere probatorio, di fatto ostativo a una tutela effettiva del diritto alla salute di cui all’art. 32 della Costituzione.

Con il secondo motivo hanno censurato la sentenza d’appello laddove ha ritenuto che l’atto introduttivo dell’appello fosse carente di un’adeguata illustrazione della causa petendi e di un’appropriata dimostrazione del pregiudizio subito dai ricorrenti, e che gli elementi di fondatezza posti a sostegno dello stesso (natura morbigena delle mansioni svolte dalla vittima, nocività dell’ambiente di lavoro, sussistenza del nesso causale tra le mansioni e l’insorgenza della malattia) fossero stati smentiti dal materiale probatorio acquisito, che, come detto, si sostanziava essenzialmente nella consulenza medico-legale di parte, ponendosi in questo modo in chiaro contrasto con il contenuto del ricorso di primo grado e della relazione di consulenza, con la quale, diversamente da quanto osservato in sentenza, era stata fornita una piena e puntuale dimostrazione dei fatti allegati.

Con il terzo motivo, si obietta anche che sia stata ritenuta tardiva la produzione della relazione Contarp del 1996, in quanto avvenuta nel giudizio di primo grado soltanto all’udienza del quattro ottobre 2011, senza considerare che la produzione era stata effettuata in sede di prima difesa successiva all’acquisizione e che, stante la rilevanza del documento, poteva e doveva essere disposto l’esercizio dei poteri istruttori d’ufficio.

Con il quarto, infine, viene denunciata la violazione e falsa applicazione dell’art. 115 cod. proc. civ., non avendo la Corte d’appello, a motivo della preliminare valutazione di infondatezza della domanda, neppure proceduto a prendere in considerazione l’ammissibilità o meno dei mezzi istruttori articolati dai ricorrenti.

 

La Cassazione accoglie il ricorso: premesse

Ebbene, per la Cassazione i motivi sono fondati. In materia di oneri di allegazione e di prova ex art. 2087 cod. civ. e di riparto degli stessi fra i soggetti del rapporto di lavoro rilevano i seguenti principi, premette la Suprema Corte:

  • elemento costitutivo della responsabilità del datore di lavoro per inadempimento dell’obbligo di prevenzione di cui all’art. 2087 cod. civ. è la colpa quale difetto di diligenza nella predisposizione delle misure idonee a prevenire ragioni di danno per il lavoratore;
  • l’obbligo di prevenzione di cui all’art. 2087 cod. civ. impone all’imprenditore di adottare non solo le misure tassativamente prescritte dalla legge in relazione al tipo di attività esercitata, che rappresentano lo standard minimale fissato dal legislatore per la tutela della sicurezza del lavoratore, ma anche le altre misure richieste in concreto dalla specificità del rischio, atteso che la sicurezza del lavoratore è un bene protetto dall’art. 41, secondo comma, Cost.;
  • il concetto di specificità del rischio, da cui consegue l’obbligo del datore di provare di avere adottato le misure idonee a prevenire ragioni di danno al lavoratore, va inteso nel senso che incombe al lavoratore, che lamenti di avere subito, a causa dell’attività svolta, un danno alla salute, l’onere di allegare e provare, oltre all’esistenza di tale danno, la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’una e l’altra, e solo se il lavoratore abbia fornito tale prova sussiste per il datore l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e che la malattia del dipendente non è ricollegabile alla inosservanza di tali obblighi;
  • gli indici della nocività dell’ambiente di lavoro che devono essere indicati dal lavoratore non sono altro che i concreti fattori di rischio, circostanziati in ragione delle modalità della prestazione lavorativa;
  • tale allegazione rientra nell’ambito dei fatti che vanno indicati da colui che agisce deducendo l’inadempimento datoriale”.

La Suprema Corte rammenta inoltre che la responsabilità conseguente alla violazione dell’art. 2087 cod. civ. “ha natura contrattuale, sicché il lavoratore che agisca per il riconoscimento del danno da infortunio, o l’Istituto assicuratore che agisca in via di regresso, deve allegare e provare l’esistenza dell’obbligazione lavorativa e del danno, nonché il nesso causale di questo con la prestazione, mentre il datore di lavoro deve provare che il danno è dipeso da causa a lui non imputabile, e cioè di aver adempiuto al suo obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno, e che gli esiti dannosi sono stati determinati da un evento imprevisto ed imprevedibile“.

 

Non si possono richiedere a lavoratori e familiari specifiche conoscenze dei processi produttivi

La sentenza impugnata è pertanto incorsa in errore là dove ha reputato che il datore di lavoro fosse stato liberato dalla dimostrazione di avere predisposto le specifiche e necessarie misure di sicurezza – misure “che si sarebbero dovute adottare ma che nel caso di specie erano state tralasciate” – sul rilievo che “nessuna indicazione da parte istante” vi era stata in tal senso.

In tal modo, infatti, proseguono gli Ermellini, “il giudice del merito ha posto a carico del lavoratore (e, per esso, dei suoi eredi) un onere di allegazione non previsto ed inoltre neppure esigibile, in un’ottica di effettività del diritto di azione in rapporto alla rilevanza costituzionale del bene di cui è richiesta la tutela, presupponendo il suo assolvimento una conoscenza dell’organizzazione del lavoro e dei processi produttivi, nonché dello stato della ricerca scientifica e delle conseguenti ricadute applicative, che, mentre è estranea alle possibilità concrete del lavoratore, è naturalmente propria dell‘imprenditore, oltre che connessa, per gli aspetti di adeguamento alle acquisizioni sperimentali e tecniche, allo stesso esercizio di un’attività produttiva che deve costantemente svolgersi entro i limiti fissati dall’art. 41, comma 2°, della Costituzione”.

La sentenza impugnata non era ben motivata

Non solo. Secondo la Suprema Corte risultano fondati anche il secondo e terzo motivo di ricorso. “Quanto al secondo – osserva la Suprema Corte – , il giudice di appello si è limitato a proposizioni meramente assertive e cioè a formulare giudizi di ampia sintesi (sulla inadeguatezza del ricorso di primo grado e sulla inefficacia probatoria del materiale acquisito al giudizio), senza, tuttavia, indicare in alcun modo quali fossero le ragioni – desunte da un esame concreto degli atti e dei documenti – che potessero indurre a tali conclusioni e fondarne la plausibilità, in particolare a fronte di una relazione di consulenza tecnica di parte – come tale, già di per sé intesa a corroborare le ragioni della domanda – allegata al ricorso di primo grado e in esso richiamata”.

Qui la Suprema Corte richiama anche il consolidato orientamento , per il quale “nel rito del lavoro, per aversi nullità del ricorso introduttivo del giudizio di primo grado per mancata determinazione dell’oggetto o per mancata esposizione degli elementi di fatto e delle ragioni di diritto su cui si fonda la domanda stessa, non è sufficiente la mancata indicazione dei corrispondenti elementi in modo formale, ma è necessario che ne sia impossibile l’individuazione attraverso l’esame complessivo dell’atto ed i riferimenti ai documenti contenuti nella domanda introduttiva. Ne consegue il carattere apparente della motivazione adottata, la quale non consente l’emersione degli elementi testuali su cui il giudice si è formato il proprio convincimento, affidando di conseguenza all’interprete inammissibili compiti di integrazione del percorso argomentativo”.

Quanto poi al terzo motivo, la Cassazione cita il principio, per il quale, nel rito del lavoro, “l’omessa indicazione dei documenti prodotti nell’atto di costituzione in giudizio (ovvero, nella memoria difensiva depositata dall’attore rispetto alla domanda riconvenzionale proposta nei suoi confronti) e l’omesso deposito degli stessi contestualmente a tale atto, determina la decadenza del diritto alla produzione, che può essere superata solo per effetto dell’esercizio, in presenza di condizioni idonee a giustificarlo, del potere istruttorio officioso previsto dagli artt. 421 e 437, secondo comma, cod. proc. civ., che pongono un contemperamento al principio dispositivo, ispirato all’esigenza della ricerca della verità materiale cui è ispirato il rito del lavoro”.

E andava ammessa per la sua rilevanza la relazione dell’Inail

Nella specie, fa notare la Suprema Corte, “non risulta considerata la natura e l’importanza, ai fini dell’accertamento del diritto fatto valere, della relazione di cui è stato negato l’ingresso in giudizio e cioè della relazione della Consulenza Tecnica Accertamento Rischi e Prevenzione, organismo tecnico dell’I.N.A.I.L. che si occupa della valutazione dei rischi negli ambienti di lavoro per il riconoscimento di benefici assicurativi e previdenziali, delle cui risultanze ben potevano i ricorrenti essere venuti a conoscenza successivamente al deposito dell’atto introduttivo; né rileva, a sostegno della sua esclusione, il fatto che il documento non contenesse uno specifico riferimento al dante causa delle parti ricorrenti, posto che ciò che effettivamente ne determina il peso probatorio è l’individuazione dei fattori di rischio presenti nell’ambiente di lavoro e delle figure professionali ad essi soggette”.

La sentenza impugnata è stata pertanto cassata, con rinvio alla Corte d’Appello di Napoli, in diversa composizione, che dovrà riesaminare la causa attenendosi ai principi richiamati.